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Viaggi americani – Vladimir Nabokov. Note etiche su “Lolita”

Viaggi americani – Vladimir Nabokov. Note etiche su “Lolita”Tracciare la parabola letteraria e biografica di Vladimir Nabokov è a tutti gli effetti un’impresa, sia per la quantità pregressa di letteratura sul suo profilo, sia per l’endemica complessità che intesse la sua produzione narrativa e/o critica. Basti pensare alle parole che lui stesso usò per definirsi, «uno scrittore americano, nato in Russia, cresciuto in Inghilterra dove ha studiato letteratura francese, prima di trascorrere quindici anni in Germania».

Nato nel 1899 da una famiglia della borghesia di San Pietroburgo, Nabokov ricevette sin dall’infanzia un’educazione ricca e stratificata, da cui ha plasmato il trilinguismo a cui si accennava: russo, francese, inglese. Con la prestigiosa laurea a Cambridge, sbarcò negli Stati Uniti nel 1940, all’inizio del secondo conflitto mondiale, occupando dapprima la cattedra di entomologia – altra sua grande passione – al Museo di Zoologia di Harvard e infine quella di letteratura russa alla Cornell University.

Diciotto anni dopo, il suo romanzo più celebre, diventato oggi un vero e proprio cult della letteratura mondiale, Lolita uscì in America e gli concesse la fama e il successo internazionale, consentendogli, da allora, di vivere della sola scrittura. Romanzo, Lolita, da cui muoveranno le fila di questa breve excursus sulla poetica nabokoviana, sia per l’impossibilità di affrontare esaustivamente la sua eccentrica e diversificatissima produzione – diciassette romanzi, un’autobiografia, un gran numero di poesie, racconti e importanti saggi sui grandi della letteratura, raccolti, nell’edizione italiana da Adelphi, nel prezioso Lezioni di letteratura , sia per intendere, com’era finanche nell’ottica di Nabokov, un’analisi filosofica del romanzo che ancora oggi agita le acque degli studi critico-letterari e, appunto, filosofici.

 

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Filosofi come Platone, Socrate e perfino Kant, sostenevamo come “l’imitazione” (=narrazione) non trova alcun posto nella moralità. Di tutt’altro avviso, invece, era per esempio Aristotele (nella Poetica), il quale riteneva che la narrazione fosse una forma autonoma e possibile “rivale” della filosofia, perché portatrice di contingenti significati morali, non per forza soggetti alla prassi filosofica.

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Per Aristotele, “l’imitazione” è naturale, piacevole e istruttiva, tant’è che la poesia ne costituisce la sua realizzazione alla massima estensione possibile, perché mira a una “imitazione” non alterata; ecco come, quindi, la narrazione non è solo trascrizione, ma può contenere un significato, benché il testo non menzioni mai idee astratte. Tant’è che sono molteplici i lavori letterari che comunicano efficacemente senza didascalismo e/o descrivono eventi concreti incantando una “loro” parafrasi, o, contemporaneamente, criticano l’aspetto filosofico, senza però ricorre alla teoria come metodo di critica. Indubbiamente, Lolita è un esempio di quanto asserito.

Invero, il romanzo parodizza i principi morali generali, mantenendo endemico alla sua struttura il tema etico. Nabokov, dunque, sostiene la posizione aristotelica senza però ribadirla o saturarne appieno i criteri, sicché, all’inizio della narrazione, Lolita appare finanche contrapposta al paradigma del filosofo greco: celebra il vizio, gli eventi sono plausibili, il narratore adduce il suo giudizio. Ma queste apparenti distorsioni celano quella che parafrasando Wittgenstein è una “somiglianza di famiglia”: come nella tragedia, Lolita incita le risposte emotive, insegnandoci sottili lezioni sul comportamento morale. Tema, quest’ultimo, altamente esplicativo di come Nabokov detestasse il cosiddetto “romanzo delle idee” dostoevskijano.

 

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Certamente, però, Lolita potrebbe benissimo essere letto proprio nell’accezione dell’inventore del romanzo polifonico, poiché traccia la possibile allegoria della brama per una ragazza di dodici anni. Ciononostante, la prefazione del libro mette proprio in guardia da questa erronea tentazione: «in questo toccante studio personale si nasconde una lezione generale; il bambino ribelle, la madre egoista, il maniaco ansimante – questi non sono solo personaggi vividi in una storia unica: ci avvertono di tendenze pericolose; indicano potenti mali. Lolita dovrebbe far sì che tutti noi – genitori, assistenti sociali, educatori – applichiamo con ancora maggiore vigilanza e visione al compito di far crescere una generazione migliore in un mondo più sicuro». Nabokov poteva sbagliarsi circa il valore morale del suo romanzo, ma di certo, leggerlo in questo senso, vale la pena. Humbert – il protagonista – più volte si rivolge a noi lettori chiedendo esplicitamente perdono e comprensione, così da indurre uno degli andamenti dubitavi chiave del romanzo: ha detto tutta la verità? Senza dubbio, parlare di verità assoluta in un romanzo di Nabokov è improvvido, ma un’attenta analisi testuale permette di restituire un senso concreto alla domanda sopraddetta, dacché è possibile impalcare una storia parallela del non-detto, in cui Lolita non è neanche un personaggio secondario.

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Altri due importanti elementi coinvolgono le dinamiche di Lolita: l’infinito e il solipsismo. Entrambi ricordati da Humbert: «la pluralità di mondi abitati, tennis competitivo, infinito, solipsismo e così via». Il secondo prefigura l’utilizzo della ragazza da parte di Humbert per i suoi scopi; il primo riappare nell’esplosione della perversione sessuale: «può darsi che l’attrazione che l’immaturità ha per me risieda nella sicurezza di una situazione in cui infinite perfezioni colmano il divario tra il poco dato e il grande promesso»: com’è chiaro, i due temi si fondono. Ma perché evocare questi due fenomeni? Proprio perché paiono rispettare quelle linee generali e generaliste della letteratura che Nabokov ripudiava. Eppure, ancora una volta, è una falsa nota: l’infinito (“in Humbert”) non è altro che una scusa per la sua ninfolessia; il solipsismo non rappresenta una teoria presente o critica, ma è mera caratteristica del testo.

 

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Considerando l’ultimo incontro tra i due protagonisti, invece, si osserva il momento in cui Humbert apprende/comprende la vera di identità di cosa significa “la colpevolezza”. L’uomo ritiene di aver esercitato talmente tanto controllo sulla storia da poter addirittura generare emozioni nei suoi lettori, come una sorta di catarsi. La comprensione/asserzione di Humbert, quindi, in realtà è una parodia proprio dell’aristotelismo: la tragedia di Lolita induce piacere catartico proprio a causa della peripeteia (capovolgimento) diegetico. Ma questa piccola sezione, costituisce l’unica vera “difesa” di Humbert in tutto il romanzo, anche perché lo stesso Nabokov rivendica un valore più alto per la sua arte letteraria, per la sua abile creazione di personaggi fittizi come Humbert e Lolita: «per me esiste un’opera di finzione solo nella misura in cui mi ordina ciò che chiamerò senza mezzi termini beatitudine estetica, che è un senso di essere in qualche modo, da qualche parte, collegato ad altri stati dell’essere in cui l’arte è la norma».

Viaggi americani – Vladimir Nabokov. Note etiche su “Lolita”

Tale assunzione potrebbe risultare quasi uno scudo all’art-for-art’s sake, ma è bene notare come in Nabokov la formulazione del concetto di arte comporta inevitabilmente atteggiamenti etici come tenerezza e gentilezza. Stessi elementi che sono indispensabili per la comprensione dei suoi romanzi; l’approccio di Nabokov, quindi, non è immorale o amorale, vuole soltanto distinguersi dal già citato “romanzo delle idee” di Mann o Balzac, per menzionare altri due nomi.

 

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Lolita ha un contenuto etico, non una semplice morale didattica. Lolita – il famoso “dirty book” – rispetta il criterio di Aristotele perché non produce morale, perché la cosa giusta non è sapere cosa lo sia, ma possederne gli strumenti interpretativi, come insegna il romanzo. In questo senso, Nabokov sposa l’aristotelismo, dimostrando l’aporia delle generalizzazioni filosofiche – a suo dire – di Platone, Kant e altri teorici morali. Ma, più di tutti, il vero oggetto del ridicolo di Lolita è il freudianesimo concepito come approccio riduttivo che classifica il comportamento umano; George Green lo riassume egregiamente: «Nabokov sostenne il più grande disprezzo per la psicoanalisi conosciuto nella letteratura moderna».

 

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Tuttavia, quanto detto, non può risultare esaustivo né per dimostrare il completo disprezzo verso chiunque abbia cercato di edificare una teoria morale del comportamento umano, né un’indomita aderenza al pensiero aristotelico. Altresì si dimostra come Nabokov abbia incendiato la disputa perenne tra filosofia e letteratura, mostrando quanto contenuto etico possa rivelarsi dalla pura finzione, seguendo le orme della stessa argomentazione etica di Aristotele. Lolita, da protagonista, concorre ha un dibattito eterno, come eterno è il suo incipit:

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lobi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta. la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.»


Riferimenti bibliografici

Appel A., 1991, The Annotated Lolita, Vintage, New York.

Boyd B., 1990, Vladimir Nabokov: The American Years, Princeton University Press, Princeton.

Boyd B., 1990, Vladimir Nabokov: The Russian Years, Princeton University Press, Princeton.

Field A., 1967, Nabokov. His Life in Art, Little Brown & Co., Boston.

Green G., 1998, Freud and Nabokov, University of Nebraska Press, Lincoln.

Nabokov V., 2018, trad. France Pece, Lezioni di letteratura, Adelphi, Milano.

Nabokov V., 1990, Strong Opitions, Vintage International, New York.

Nabokov V., 1996, trad. Giulia Arborio Mella,Lolita, Adelphi, Milano.

Smithson I., 1961, The moral View of Aristotle’s Poetics, University of Chicago Press, Chicago.

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