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Viaggi americani – Francis Scott Fitzgerald, eroe e vittima dell'Età del Jazz

Viaggi americani – Francis Scott Fitzgerald, eroe e vittima dell'Età del Jazz«Niente avrebbe potuto sopravvivere

a una vita come la nostra»

 

 

L’indizio per questo nuovo viaggio nella letteratura americana, lo regala una scrittrice italiana che ha permeato visceralmente la cultura d’oltreoceano: Oriana Fallaci. Grandissima amante della letteratura a stelle e strisce e del protagonista di questo excursus, nel suo romanzo forse più famoso Lettera a un bambino mai nato (Rizzoli, 1993), racconta della parola “amore” come della parola di cui si abusa di più. Questa concezione quasi malata e straniante del sentimento, ci lega a uno degli scrittori simbolo della letteratura moderna: Francis Scott Fitzgerald. La cui grandezza, non va dimenticato, fu riconosciuta (quasi) solo postuma (a partite dagli anni Cinquanta); basti pensare persino alla sua amatissima Princeton, che oggi custodisce gelosamente ogni suo scritto, ma che quand’era studente s’impegnò per precludergli la carriera accademica ed espellerlo dal Circolo dei Princetoniani. Eppure – leit motiv della sua vita – Fitzgeraldla perdonò.

Perché, però, partiamo proprio dall’amore? Perché raccontare Fitzgerald dev’essere sempre e comunque un atto d’amore, nella declinazione che lui ha scelto per la sua letteratura: un dono irriverente, sincero, generoso.

 

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Quando Scribner accettò di pubblicare Di qua dal paradiso (1920), dopo averlo rifiutato solo qualche anno prima, Fitzgeraldera certo che la sua carriera da scrittore non sarebbe mai decollata. E invece, quella mattina del 1919 corse «su e giù per le strade fermando le automobili per raccontarlo agli amici e ai conoscenti» (Fernanda Pivano, Leggende americane, 1997). Fu così che iniziò la famosa Età del jazz – dal ’19 al ’29 – a cui lui stesso diede il nome con la famosa raccolta di racconti omonima del 1922, e di cui fu sia eroe che vittima. Un decennio che investì la società americana e la cambiò in modo radicale e indelebile: dal dilagare dell’automobile alla lotta per il suffragio femminile, dalla grande paura del comunismo all’incredibile boom economico. E, soprattutto, alla “liberalizzazione” del sesso, di cui Di qua dal paradiso era naturale “portavoce”, tant’è che tra i giovani Fitzgeralddiventò in breve tempo una vera e propria icona, contribuendo a far proseguire «l’isterismo del sesso assai più a lungo di quello antirosso» (Ibidem). Il romanzo – sempre visceralmente autobiografico – dello scrittore americano aveva fatto tremare, nel vero senso della parola, l’America intera, ritraendo un’intera generazione impegnata nel metabolizzare il passaggio di un’epoca.

Viaggi americani – Francis Scott Fitzgerald, eroe e vittima dell'Età del Jazz

Ma quello che davvero mancò a Fitzgerald, come sottolinea Pivano, fu l’assenza di cinismo che invece caratterizzò quasi tutti i suoi contemporanei: «una mancanza grave, che lo condannò a essere il poeta della sua generazione; o per meglio dire a esserne il capro espiatorio». Forse, in antitesi con quel modello di educazione burbera e convenzionale che ebbe dal suo ambiente famigliare, di cui, purtroppo, conservò quel onnipresente complesso di inferiorità che ne corrose l’anima e lo disgustò per tutta la vita: «la posizione del mezzo gentiluomo sudista e mezzo emigrato irlandese» (Ibidem).

 

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Pochi giorni dopo la pubblicazione di Di qua dal paradiso, Fitzgerald sposò Zelda in una mattina di aprile del 1920 a New York, decretando così l’inizio del romanzo della loro vita: tragico e miticizzato, l’essenza e la dissolutezza dell’Età del Jazz, plasticamente riassunte nelle parole della stessa Zelda in una delle molte lettere al marito: «L’amore è crudele ma è la sola cosa che c’è» (Caro Scott, carissima Zelda. Le lettere d’amore di F. Scott e Zelda Fitzgerald, La Tartaruga edizioni, 2003). Che faranno da sfondo al secondo – criticato – romanzo dello scrittore americano, Belli e dannatila storia di un «deterioramento morale causato dal veleno del denaro» con al centro un ritratto meticoloso della vera Zelda (F. Pivano, Leggende americane, 1997), pubblicato da Scribner nel marzo 1922 e scritto in un apparente bolla di solitudine vicino a Westport, mentre Zelda, ormai incinta, programmava e sognava il loro viaggio in Italia. Il romanzo non ebbe il successo sperato e Fitzgerald cominciò a scrivere ancora più ossessivamente per sfruttare il guadagno dei suoi racconti, mentre la moglie iniziava a lamentarsi della scarsa attenzione del marito alla vita coniugale, ponendo le basi per il malcontento che riassunse e sputò in faccia a Scott sia come compagno di vita che come scrittore nel suo romanzo del 1932, Save Me the Waltz.

Viaggi americani – Francis Scott Fitzgerald, eroe e vittima dell'Età del Jazz

Quella felicità corpuscolare che aveva imbevuto gli anni newyorkesi di Fitzgerald lasciò rapidamente spazio alla verità della denuncia stessa attorno a cui lo scrittore americano imperniava i suoi romanzi, immergendosi in quel clima di ribellione sociale carissimo alla cosiddetta Generazione Perduta. Invero, l’imperante ed esasperato materialismo americano dell’epoca era chirurgicamente sezionato nei ritratti della decadenza delle storie dei suoi protagonisti e nell’atmosfera chiave di montante perdita di significato. In questo senso Edmund Wilson, caro amico dello scrittore, intese alla perfezione i primi due romanzi di Fitzgerald: mentre Di qua dal paradiso cerca di scoprire un significato della vita, Belli e dannati ne denuncia la mancanza. Ecco, pertanto, come la sua letteratura segua pedissequa la sua esistenza, concordando su un elemento imprescindibile della poetica di Fitzgerald: «la ricerca della felicità è il più grande e forse l’unico delitto di cui siamo capaci nella nostra miserabilità».

 

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Finanche quello che oggi è considerato il più importante romanzo della letteratura americana moderna (e non solo), Il grande Gatsby (1925), non sfugge ai consueti stilemi dello scrittore e anzi, come non era mai riuscito prima, Fitzgerald riesce a legarli in una forma e rappresentazione intimamente connessa alla formula dell’allusività magica, interpolata dalla grande passione per Conrad, che tende a una perfezione stilistica e narrativa disarmante. Perché anche e soprattutto da questo punto di vista il romanzo è un capolavoro: «per il linguaggio quasi magico, per la chiarezza non più velata da parzialità con la quale l’autore ha visto il suo tempo, per la nuova prospettiva morale di un significato che va molto al di là di quello letterale, per un ideale estetico che ha consentito al tema di non essere oscurato, per la raggiunta abilità professionale dello scrittore, per la compiuta maturità rispetto al sua materiale, per l’infallibilità della sua tecnica, per il suo essere un’intenzione realizzata quasi alla perfezione» (Ibidem). Ma forse proprio questa maggior attenzione della critica all’intenzione metaforica della trama e della sua stesura, spinse Fitzgerald ad affermare che anche le recensioni più entusiastiche non avevano realmente compreso quale fosse il significato della storia; ormai l’autore era ossessionato dall’elemento autobiografico, era ancora una volta vittima ed eroe del suo stesso romanzo. Come Gatsby, si lacerava narrando l’interruzione di quel sogno irraggiungibile, che, come racconta nel saggio postumo Crack-Up, intrappolò anche l’amore con Zelda, ancor prima che il drammatico insuccesso de Il grande Gatsby lo travolgesse in maniera definitiva, acuendo quel vizio dell’alcol che pare la salvezza e la condanna di tutti gli scrittori americani dell’epoca.

 

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Nel frattempo lasciò Hollywood dove si era trasferito e comprò casa nel Delaware per poi ritornare a Parigi nel 1929, un anno prima che Zelda avesse il suo primo crollo nervoso, che l’avrebbe portata da una clinica all’altra, rubandole le ultime briciole di vita. Fitzgerald le stette accanto fino alla fine, dimostrandosi un marito premurosissimo, mentre terminava la stesura di quello che sarebbe diventato Tenera è la notte (1934), intriso dei ricordi del soggiorno dei Fitzgerald nell’amata Costa Azzurra. Il primo a scrivergli fu Hemingway, che lo stesso Fitzgerald aveva introdotto al suo editore qualche anno prima segnando la fortuna dell’autore de Il vecchio e il mare: «Tu non sei un personaggio tragico. Non lo sono neanche io. Siamo soltanto scrittori e non dobbiamo fare altro che scrivere» (F. Pivano, Viaggio americano, 1997).

Viaggi americani – Francis Scott Fitzgerald, eroe e vittima dell'Età del Jazz

Ma anche quest’ultimo romanzo superò a stento le tredicimila copie. In quello stesso anno lo investì un potente attacco di tubercolosi che lo spinse a bere ancor di più. Due anni dopo, scrisse per l’«Esquire» i tre articoli che sono forse il suo vero capolavoro, in cui confessò la sua fine come scrittore, il suo fallimento e il suo grido d’aiuto, che però rimase per lo più sordo. Negli anni successivi nuovi attacchi di tubercolosi lo costrinsero a lunghe degenze in ospedale che ne minarono anche la resistenza fisica e mentale, nonostante nel ’37 avesse finalmente smesso di bere. Intanto aveva iniziato la stesura dell’ultimo (incompiuto) romanzo The Last Tycoon, convinto che sarebbe riuscito a riscoprire l’arte del romanzo, ma, spesso costretto a interrompere la stesura a causa della febbre e alla composizione di qualche racconto per il cinema, ricadde nel vortice dell’alcol. Soltanto la letteratura era in grado di restituirgli la sobrietà.

 

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Alla fine di novembre Fitzgerald ebbe un attacco di cuore. Il 21 dicembre il secondo infarto rapì per sempre il re e lo schiavo dell’Età del Jazz; sicuro di essere fallito, accerchiato dal manoscritto confuso del suo ultimo romanzo. Neanche le parole di Hemingway l’avrebbero forse convinto del contrario: «Il suo talento era naturale come il disegno fatto dalla polvere sulle ali di una farfalla».

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