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Viaggi americani – Ecco perché Bukowski era uno scrittore nato

Viaggi americani – Ecco perché Bukowski era uno scrittore nato«Ecco l’unica cosa che serviva a un uomo: speranza»

 

La grandezza e la bellezza della letteratura americana permettono la coesistenza di autori che sembrano appartenere a mondi fra loro inconciliabili e che invece sono la prova stessa della straordinaria intenzione stilistica, tematica, didascalica americana. È così che il campionario letterario d’Oltreoceano accompagna da uno scrittore come J.D. Salinger al profilo di Henry Charles Bukowski.

Una figuratra le più controverse della storia della letteratura americana (e non solo), poiché, ancor prima che della sua produzione, l’attenzione della critica è sempre stata rivolta anzitutto a saggiare se il nativo di Andernachfosse o meno annoverabile tra i più grandi scrittori del secolo scorso. Questo perché il rapporto Bukowski-letteratura è del tutto peculiare: non sembra essere arrivato alla letteratura, ma essercisi trovato (scrive Christian Raimo su minima&moralia).

 

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Bukowski non è uno scrittore che va scoperto, perché non racconta, ma mostra; o, per dirla con la tripartizione di Eco, sconfina le categorie di autore empirico/narratore/personaggio. Forse anche a causa di un talento esplosivo, molto spesso incontrollabile che – nonostante Bukowski sia universalmente uno scrittore amatissimo – può persino risultare irritante. Perché? Perché lo è la vita, lo è parlare delle paure, e lo scrittore americano fa questo: miscela il suo mondo nella sua letteratura, formalizzando una conformità asintotica fra la vita e l’arte, avviluppando la sua scrittura alla poetica del sincero (e non dell’onesto). Che si lega indissolubilmente alla sua biografia.

Viaggi americani – Ecco perché Bukowski era uno scrittore nato

Basti pensare, per esempio, al ritratto del padre in Panino al prosciutto (1982) – un bastardo crudele con i denti marci – che certifica inoltre come Bukowski sia cresciuto in totale isolamento e alienamento dal mondo esterno, covando, però, sin da subito una fragile attitudine alla scrittura, che poi, trasformatasi in passione, l’ha letteralmente salvato, sia economicamente, che (in parte) dall’alcolismo, dalla depressione e finanche da se stesso. È, infatti, intorno al 1933 che inizia a scoprire i volumi della piccola biblioteca nei sobborghi di Los Angeles dove si era trasferito con i genitori; legge soprattutto Lawrence, Carson McCullers, Hemingway e John Fante. Qualche anno dopo, rifila un pugno al padre che aveva gettato tutti i suoi scritti, e se ne va di casa. E così inizia la sua iconica vita on the road, fatta di racconti del quotidiano, tutt’altro che impegnati nel trasformare la realtà ma, semmai, nel ricercare quell’anima propria di tutto il naturale: per Bukowski parlare di poesia o di un frigo vuoto è la stessa cosa non perché queste siano la stessa cosa, ma perché sono mosse dallo stesso principio “spinoziano” (verrebbe da dire).

 

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Poi, le Donne (1978), titolo di uno dei suoi romanzi più famosi.

Secondo le tantissime biografie, Bukowski fa l’amore per la prima volta all’età di 23 anni a Philadelphia con una donna che pesa più di cento chili, e da quel momento in poi donne (e alcol) saranno le sua ragione di vita. Come racconta alla perfezione Paolo Roversi nella sua biografia essenziale Charles Bukowski: una vita di ordinaria follia (Italina Edition): «I suoi racconti e le sue poesie cominciano a trovare sempre più spazio su giornali come Storyma, soprattutto, sulle pagine delle riviste underground. Le sue storie sono imperniate d’un autobiografismo quasi ossessivo. Il sesso, l’alcol, le corse dei cavalli, le vite marginali, l’ipocrisia del "sogno americano" sono i temi sui quali vengono intessute infinite variazioni grazie a una scrittura veloce, semplice ma feroce e corrosiva».

Viaggi americani – Ecco perché Bukowski era uno scrittore nato

Ma è proprio a partire dal tema delle “donne” che Bukowski è spesso stato accusato di sminuire e ridicolizzare la figura femminile, tant’è che la grande americanista Fernanda Pivano nella sua famosa intervista a San Pedro nel 1980 (contenuta per Feltrinelli in Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle) non si dimentica di stuzzicarlo a riguardo, ma lo scrittore risponde serafico: «Queste sono le donne che ho conosciuto. Io mi limito a scrivere sugli uomini e sulle donne». Ed è proprio in frasi chirurgiche come questa che s’intravede come l’alone di poeta maledetto e di mitizzazione attorno alla sua figura sia anzitutto partito dalla critica e (chiaramente) dal pubblico che affollava i suoi reading. In questo senso Bukowski è “solo” un uomo innamorato delle donne come accade a moltissimi uomini; ed è in tutto e per tutto un uomo dipendente dall’alcol e quindi alcolizzato. Invero, Bukowski, consapevole di questo, non ha mai preteso di fascinare queste sue dipendenze, né tantomeno di associare isomorfamente alcol e scrittura. È tutto molto semplice: «Quando bevevi il mondo era sempre là fuori, ma almeno in quel momento non ti prendeva per la gola» (da Factotum, del 1975, forse il romanzo più conosciuto in Italia).

 

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Bukowski è uno scrittore che racchiude gran parte della sua polifonia dell’imbarazzante perché sincero nella sua personalissima estetica del sentire, in cui ogni filo è mosso da una solitudine solo apparentemente disinteressata – «Ero il tipo di uomo che rifioriva con la solitudine, senza solitudine era per me come per un altro stare senza cibo o senza acqua» (da Factotum) – che, al contempo, è immersa nell’unico elemento impossibile da monetizzare: il tempo – «Le ho donato il mio tempo. È la sola cosa che posso offrire – è l’unica cosa che un uomo possiede» (da Factotum).

 

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Come ci ricorda ancora una volta Raimo, è certamente un autore iconoclasta, che però evita ogni forma di sacralizzazione: la sua letteratura è una corsa tra il suo alter ego Henry Chinasky e la vita, tra le corse di cavalli che racconta in Storie di ordinaria follia (1972), o nell’inconsistenza lavorativa di Post Office (1971). È un vis à vis con l’esistenza, da cui esce vincitrice proprio la letteratura, perché anche se ancora molti non ci credono, «Vorrei dire che Bukowski era un grandissimo scrittore, uno scrittore nato, un narratore della levatura forse di Hemingway, certo di Norman Mailer, che si metteva lì con gli occhi socchiusi da animale braccato e cominciava sottovoce, lentamente a rispondere a una domanda finché, lentamente, la risposta prendeva forma, diventava intensa e presto si stava ascoltando un racconto, di quelli disperati, senza futuro, sempre in crisi di dolore, soltanto col vuoto di chi ha conosciuto la sabbia tra le immondizie del vento e gli scarafaggi su pareti senza colore» (Fernanda Piano, Viaggio americano, Bompiani).

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