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Viaggi americani – David Foster Wallace e il suo gioco di ombre e fantasmi

Viaggi americani – David Foster Wallace e il suo gioco di ombre e fantasmi«Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e riconciliati».

 

Questo era ciò che provava David Foster Wallace guardando Roger Federer sui campi in erba di Wimbledon, e forse nulla più del gioco del tennis ci aiuta a comprendere “il gioco” in cui lui era un maestro: la letteratura. Che, usufruendo di un aggettivo speso da Federico Buffa – il noto giornalista sportivo – nel descrivere la pallacanestro di Allen Iverson, si potrebbe definire “autistica”. Per chi conosce anche solo qualche frammento della biografia dello scrittore americano, potrebbe quasi sembrare una battuta di cattivo gusto, ma il suo gioco era proprio quello: una letteratura autistica a esclusivo vantaggio del lettore e non dell’autore.

Wallace è uno di quegli scrittori di cui dopo la sua morte si è scritto tantissimo, ma che, al contempo, sfugge a ogni etichetta. Si è ragionato altrettanto degli eventi che hanno inciso indelebilmente sulla sua produzione così eterogenea, eppure la realtà ci impedisce di sondare troppo a fondo la sua letteratura, che è sempre stata, anzitutto, dentro di lui. E forse, anche per questo, è considerato un autore difficile; in questo senso Einaudi gli ha recentemente dedicato un’antologia dal titolo David Foster Wallace Portatile, che colleziona gran parte dei suoi lavori più importanti, permettendo una fruizione più ampia dei suoi scritti.

 

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Quanto lo distingue dai nostri Viaggi americani precedenti, è certamente la sua stretta contemporaneità. Wallace, infatti, ci ha lasciati poco più di 10 anni fa, si è tolto la vita il 12 settembre 2008, e una insospettabile malinconica ha abbracciato l’intera letteratura contemporanea, sulle note de Il re pallido (Einaudi, 2011), suo ultimo romanzo, che lui stesso ha definito «una specie di libro di memorie professionali», e che giustamente Gianni Montieri ricorda come uno dei suoi più belli: «la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscolie alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, […] tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”».

Viaggi americani – David Foster Wallace e il suo gioco di ombre e fantasmi

Nel 1982, Wallace incontrò la sua prima esperienza traumatica: la separazione dei genitori. Da quel momento in poi, gli effetti della depressione non lo abbandoneranno più e, anzi, si legheranno a frequenti fantasie suicide, per cui gli sarà prescritto il Tofranil che, alternato ad altri antidepressivi, sarà il suo più fidato compagno di vita. Nel frattempo, però, lo scrittore americano inseguiva un’insospettabile carriera accademica, che lo portò a sovrapporre, nel corso del tempo, studio, docenza e scrittura. Per, nel 1987, pubblicare il suo primo romanzo La scopa del sistema(Einaudi, 2008), iper-rappresentativo della sua letteratura, anche solo considerando l’iconico finale, a metà di una frase. Come finisce la vita. E questa incompiutezza è certamente uno stilema chiave in Wallace: Infinite Jest (Einaudi, 2006), il suo secondo libro pubblicato nel 1995, e secondo molti uno dei migliori romanzi americani degli ultimi trent’anni, non spiega cosa accade ai personaggi, e finanche Il re pallido citato è, come sappiamo, rimasto incompiuto.

 

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Incompiutezza che significa anche cesura o frammentazione, perché la letteratura di Wallace è ben divisa nella sua eterogeneità. Il suo primo romanzo risente del chiaro intento logico ricorsivo, indirizzato a smascherare l’ombra e l’effetto esistenziale del paradosso. Con il suo capolavoro Infinite Jest, invece,è l’implicazione della natura logica delle cose a interessare lo scrittore americano; ma in che senso ciò si lega al valoro narrativa e metanarrativo? «La narrazione non è esauriente proprio proprio perché rifiuta l’intrattenimento e la concezione di letteratura come intrattenimento» (Stefano Bartezzaghi da David Foster Wallace per tutti). E infine, il programma drammaticamente incompiuto de Il re pallido centra forse il vero oggetto che tormentava Wallace, ossia la comunicazione e l’interazione con l’altro e con la società in tutte le sue concretizzazioni. Ma è proprio questa scoperta causa effetto, questa linearità dell’accidente che in Wallace fa emergere l’evento della morte come una vera e proprio via di fuga; perché – com’è chiaro dai Viaggi precedenti – anche nell’autore americano la dimensione scrittoria della solitudine è ineludibile, e anzi si estende finanche al lettore. Ecco, quindi, come va intensa l’espressione iniziale che regolava il rapporto scrittore lettore: sia l’uno che l’altro sono condannati a ricevere e comprendere una parola sola alla volta; la parola è la realizzazione lampante della solitudine.

Viaggi americani – David Foster Wallace e il suo gioco di ombre e fantasmi

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In questo senso l’incompiutezza del suo ultimo romanzo è lacerante, perché si interrompe una ricerca che prima d’ora era insperata: «Io però ritengo che potrebbe esserci di più…enormemente di più, proprio qui davanti a noi, nascosto dalla sua stessa mole». A cui, si lega – altrettanto inaspettata – la coscienza e la consapevolezza di un’incapacità affettiva umana, «E se lui avesse semplicemente paura, se fosse solo questa la verità, se la cosa per cui pregare non fosse l’amore ma il semplice coraggio di guardarla negli occhi mentre lei lo dice e di fidarsi del proprio cuore?».

 

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Wallace è un autore difficile che ha trasformato la letteratura in un gioco di ombre e fantasmi, il più possibile nascosti, e, per questo, chiarissimi ai nostri occhi.

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