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Vi racconto come sono diventato padre. Intervista a Gianni Amelio

Vi racconto come sono diventate padre. Intervista a Gianni AmelioIl regista Gianni Amelio torna alla scrittura con Padre quotidiano (Mondadori), arrivato in libreria poche settimane fa, a due anni e mezzo di distanza dal suo esordio narrativo con Politeama (Mondadori, (2016).

Se il romanzo precedente raccontava una vicenda di fantasia, sia pure con evidenti riferimenti alla giovinezza calabrese dell'autore, con Padre quotidiano siamo di fronte a una specie di memoir, da cui apprendiamo la storia del complesso rapporto di Amelio con il figlio adottivo, un ragazzo albanese conosciuto nei primi anni Novanta durante le riprese del film Lamerica (uscito nelle sale nel 1994).

Il ragazzo non era orfano, ma gli era stato affidato dai genitori naturali, in particolare dal padre Ethem, uomo forte e deciso che però, colpito dalla malattia, cercava di procurare al figlio un nuovo padre, una nuova vita, delle possibilità che non avrebbe mai avuto restando in Albania.

Padre quotidiano è dunque prima di tutto la cronaca della nascita di un rapporto speciale, una paternità cercata e costruita in modo non tradizionale, in cui alla voce di Amelio s'intreccia quella del figlio adottivo, che esprime il suo punto di vista sui fatti narrati, offrendo quindi al lettore la possibilità di godere di una doppia prospettiva. In seconda battuta, ci offre una cronaca del periodo più buio dell'Albania, subito dopo la caduta della feroce dittatura comunista.

 

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A Milano per un evento che comprendeva la presentazione di Padre quotidiano abbinata a una proiezione del film Lamerica, Gianni Amelio ha gentilmente risposto alle nostre domande.

 

Come mai un regista che ha passato tutta la vita a raccontare storie utilizzando la macchina da presa decide, a un certo punto, di mettersi a scrivere su carta?

Se fosse possibile, mi metterei anche a suonare uno strumento! La curiosità non sta nel guardarsi intorno senza agire, ma è nel desiderio continuo di sperimentare linguaggi diversi.

Non è che il cinema mi sia venuto a noia, per carità, però ormai lo conosco, è uno strumento che so suonare: mi piacerebbe impararne un altro, perciò comincio con la scrittura.

 

Quindi ritiene di avere ancora molto da raccontare?

Penso che chiunque di noi abbia da dire qualcosa, fino al giorno in cui gli verrà impedito di farlo con la forza: si tratta solo di trovare il proprio modo di dire le cose.

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Il suo primo romanzo, Politeama, raccontava una storia con dei riscontri senza dubbio autobiografici, ma con dei personaggi inventati, mentre ora ha scritto un memoir centrato sulle sue vicende personali. Non ha avuto un po' di paura a raccontarsi?

Non credo di essere autobiografico, se non nella sostanza, nello spirito: lo sono sempre e non lo sono mai. Ogni volta, sia che faccia un film, sia che scriva un romanzo, invento su di me, perché non ci si deve fermare al memoir, al diario: una persona scrive un diario sapendo che nessuno lo leggerà, anche se magari, segretamente, lo spera, ma un diario letto da un'altra persona mette in imbarazzo chi lo legge, non chi l'ha scritto.

Il romanzo non mette in imbarazzo nessuno, perché la scrittura narrativa dovrebbe in qualche modo purificare anche un materiale fortemente privato. Non credo che le cose private debbano essere esposte così come sono, c'è sempre bisogno di una trasfiguarazione, che io chiamo invenzione o forma.

Così come sono autobiografico nei film, lo sono anche nei libri, sia che le cose mi abbiano in qualche modo realmente sfiorato, sia che queste cose non mi siano mai accadute.

I due libri che ho scritto contengono materiali rivissuti sulla pagina: nel primo libro nulla di ciò che accadeva al protagonista è capitato a me, nel secondo quasi tutto è accaduto a me. Dico quasi perché anche Padre quotidiano contiene un largo margine d'invenzione.

Tutti e due trovano un equilibrio non nel racconto dei fatti accaduti, ma nella forma in cui sono espressi.

 

Suo figlio ha collaborato al libro, ma qual è stata la sua prima reazione quando ha saputo che lei voleva scrivere questo libro sulla vostra storia?

Mio figlio è completamente diverso da come sono fatto io. Se mio padre mi avesse detto una cosa del genere,"scrivo un romanzo su di noi", io mi sarei fiondato a cercare tra le pagine, a capire cos'avesse davvero in mente, mentre mio figlio è molto distaccato da tutto quello che accade. Vive con un generoso distacco dalle cose, non ha curiosità superficiali ma profonde, gli basta avere fiducia in una persona per non essere invadente. Ha molta fiducia nei miei sentimenti, in quello che provo per lui e per la sua - la nostra - famiglia, non pensa che io possa tradire questa fiducia. Con le dovute cautele, si fida della vita e delle persone a cui ha dato la sua fiducia.

 

Il romanzo si svolge in gran parte in Albania, e lei è rimasto affascinato da questo Paese. Perché le è piaciuto così tanto? Le ha ricordato forse la Calabria della sua giovinezza?

Penso che il Paese abbia una sua fortissima identità. Ho avuto la fortuna, ma anche il disagio, di accostarmi all'Albania nel suo momento più difficile, rivedendo in modo inevitabile l'Italia di quand'ero bambino. L'Albania degli anni Novanta era molto vicina al nostro dopoguerra: la fame, le difficoltà di vivere. Noi avevamo le macerie, gli albanesi avevano delle macerie interiori, ci accomunava uno stato di vita molto disagiato.

Ricordo che nel 1992 ci andavo una volta al mese per una decina di giorni, prima di girare il film, e quello che mi colpiva era il fatto di avere in tasca i soldi per comprare tutto ciò che poteva servirmi, ma non trovavo mai nulla. Non c'erano nemmeno le cose elementari, il pane, quelle cose che da noi si trovano ovunque.

Nel corso di due anni ho visto cambiare molto, quando si è passati dal vuoto totale nei negozi alla nascita del supermercato. Ho visto nascere il primo semaforo dell'Albania e il primo supermercato di Tirana, dove si trovavano le prime cose essenziali. Nei primi viaggi mangiavo solo riso bollito con un uovo, perché anche in albergo non c'era nulla. Poi mi hanno sfamato per tanto tempo i militari italiani della missione Pellicano, prima che arrivasse tutta la troupe del film a girare, con cuoco e provviste al seguito. Sono stato in Albania circa un anno prima dell'inizio delle riprese.

 

Quindi è un paese rinato da zero?

Io la chiamavo "Tirana anno zero" e mi auguravo che ci fosse un regista albanese a raccontare l'Albania, non un italiano. Conosco tutti i cineasti albanesi, adesso c'è anche chi vorrebbe tradurre il mio libro in albanese, e questo mi fa un certo effetto, perché capisco un po' quella lingua ma non la parlo.

 

Penso che agli albanesi possa interessare la voce di uno straniero che racconta il loro passato recente in modo neutrale.

Anche loro ormai avranno guadagnato un certo distacco, perché dopo venticinque anni la realtà cambia: l'Albania oggi è irriconoscibile rispetto a quella che ho descritto nel libro e prima ancora nel film.

 

Come vede il futuro di quel Paese?

Spero che sia un futuro di grande espansione, mi auguro che entri in Europa. Mi emoziona tornarci e vedere delle persone che ho conosciuto bambine e oggi sono adulte, oppure incontrare qualcuno che ha fatto la comparsa nel mio film. Ho incontrato albanesi che avevano lavorato con me e oggi vivono nel Bronx, in Svezia, in Germania. Sono come noi italiani, una volta si diceva che andavi in Alaska e ci trovavi un calabrese.

Oggi gli albanesi stanno crescendo di numero, ma sopratuttto all'estero: anche mio figlio ha avuto tre bambine, nate e cresciute in Italia, che non parlano nemmeno albanese. Mio figlio, del resto, ormai parla e scrive italiano benissimo, come si vede dai suoi contributi al libro, e sono orgoglioso di averlo fatto studiare duramente per arrivare a questo risultato.

Vi racconto come sono diventate padre. Intervista a Gianni Amelio

E come vede invece il futuro della sua Calabria, una regione da cui sembra che tutti vogliano scappare?

I giovani vogliono andarsene perché non trovano un interlocutore o una società che li accolga. La Calabria purtroppo stenta a decollare, credo che aver dimenticato gran parte del Sud – ed è una dimenticanza che dura ormai da centinaia di anni– sia una delle più grandi tragedie dell'Italia.

Nel 1972 avevo girato La città del sole, un film in cui parlavo della Calabria del grande filosofo Tommaso Campanella, che già allora, nonostante fosse un religioso, in un tempo in cui i religiosi avevano un accesso privilegiato ai libri e alla scrittura, se n'era andato a studiare a Padova, tornando in Calabria solo dopo essersi affermato nel mondo.

In Calabria si avverte questo continuo disagio, il non sapere come esprimere se stessi se non attraverso la rassegnazione, cosa che i giovani non vogliono giustamente avere.

Certe condizioni di vita ti spingono alla ribellione, che non è contro una persona che si odia, ma contro qualcuno che si ama troppo. Chi se ne va lo fa sempre con grandissima fatica, perché le tue radici ti ritornano, anche se tu vai il più lontano possibile.

 

Il protagonista di Politeama viveva i suoi problemi di identità sessuale in un momento in cui la sessualità era censurata, l'omosessualità condannata. In Padre quotidiano invece lei parla liberamente di queste cose, accennando addirittura al fatto che aleggiava il sospetto che suo figlio fosse in realtà il suo amante. I casi di intolleranza nella nostra società, però, sono ancora tanti: quanto ci vorrà ancora, secondo lei, per arrivare a un'accettazione piena di tutti gli orientamenti sessuali nella vita corrente?

Dipende da noi, dal nostro modo di comportarci. Non dobbiamo continuare a interrogarci su cosa ci verrà dato, ma su cosa noi abbiamo il coraggio di dare, nel senso che certe libertà non ci vengono "concesse", ma dobbiamo guadagnarcele. La libertà di essere quelli che siamo è qualcosa di naturale, se uno ha la coscienza pulita. I rapporti nascono dai nostri bisogni e desideri, si tratta solo di essere onesti, senza aspettare che qualcuno ci dia il permesso di essere quelli che siamo.Si tende sempre a coprirsi, a mettersi in disparte, e questo non è giusto.

Una persona come me, che ha il privilegio di essere conosciuta e amata per quello che fa, credo che abbia un dovere in più rispetto a chi non ha le stesse possibilità di aprirsi agli altri, quello di iniziare un dialogo che possa facilitare anche gli altri. Un regista, un attore o un'attrice, un cantante hanno meno difficoltà di un maestro, di un impiegato, di un operaio. Il mondo si sta aprendo, ma in modo non ancora sufficiente e accettabile per chi certe differenze le avverte nel proprio corpo e col proprio cervello. Lei prima è stata quasi costretta a parlare di tolleranza e intolleranza, due termini che io cerco di non usare mai: il nostro fine dovrebbe essere quellodi arrivare un giorno a cancellarle, perché tolleranza implica anche il suo opposto.

 

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In futuro si vede più scrittore o più regista?

Mi vedo come quello che sono, anche musicista se sapessi suonare, ma dipende da quello che ci offre la vita. Non avrei mai pensato di mettermi a scrivere, se non avessi incontrato una persona della Mondadori che mi ha proposto di farlo. Sono pieno di curiosità e ogni volta mi sembra di rinnovare le mie energie, se quello che faccio è nuovo.

 

Il prossimo progetto?

Non uno ma due film, quindi per un po' di tempo starò lontano dalla pagina scritta, se non facendo sceneggiature, che sono comunque un'altra cosa.

Per i prossimi due o tre anni penso che mi dedicherò solo al cinema, che è la mia professione vera. Nessuno va a cercare uno sconosciuto per proporgli di scrivere un romanzo, per cui se sono diventato anche uno scrittore lo devo alla mia professione principale, che è quella di regista.

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