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Vero come una favola. “Una merce molto pregiata” di Jean-Claude Grumberg

Vero come una favola. “Una merce molto pregiata” di Jean-Claude GrumbergUna merce molto pregiata è una storia scritta da Jean-Claude Grumberg per Guanda (traduzione di S. Sichel).

La verità sconvolgente dello sterminio nazista raccontata con una scrittura emozionante e particolare. Lo scrittore francese principia il romanzo rivolgendosi direttamente al lettore e lo coinvolge, conducendolo dentro la favola: c’erano un bosco e un treno misterioso che lo attraversava partito da Drancy. Sul palcoscenico immaginario delle pagine: il padre di una famiglia ebrea che deve sacrificare uno dei due gemelli, Henry e Rose, nati qualche mese prima, e una povera boscaiola, che non può avere bambini.

L’andamento della narrazione è altalenante, e alterna il punto di vista della vecchia, l’ambiente del bosco, della natura, capitoli lunghi e descrittivi, a passaggi brevi in cui si racconta lo spazio della cultura nazista, gli ambienti angusti del campo di sterminio. Da un lato la Madre del bosco, del desiderio sano che alleva e cura, e dall’altro il Padre mortifero della legge criminale, del godimento assoluto. Un doppio parallelismo: il femminile, la vecchia boscaiola, che lotta contro l’ottuso pregiudizio del marito e dei suoi amici antisemiti, e il maschile buono, il padre dei due gemelli, che sacrifica il suo amore filiale contro la malvagità assassina della follia nazista per tentare di salvare la propria famiglia.

 

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Detto questo, sapendo tutto quel che accadrà nella realtà del racconto e nel reale della storia già avvenuta, l’autore riesce comunque a sospendere l’incredulità e noi ci aspettiamo quasi un diverso finale, quasi che davvero lo sterminio nazista sia stato solo una favoletta inventata da un pazzo.

«In molte favole, e noi siamo in una favola, c’è un bosco»e il bosco è pure la storia convulsa e orribile dell’umanità dalla quale raramente ci si può aspettare qualcosa di umano, il bosco che la scrittura vuole addomesticare o per lo meno rendere percorribile come il tragitto che la vecchia boscaiola deve affrontare per nutrire la sua piccola merce rara. Merce perché proprio da un treno merci arriva, abbandonata nel bosco dal padre dei due gemelli, merce avvolta in uno scialle da preghiera e fatta passare attraverso la piccola finestrella del convoglio.

Vero come una favola. “Una merce molto pregiata” di Jean-Claude Grumberg

«Gli dei non possono pensare a tutto, hanno talmente tanto da fare quaggiù»:non è un dio che è morto, ma gli dei che, nella mentalità della povera boscaiola, vivono di questo terreno brulicare, dunque questo dono che non viene dal cielo testimonia di un’impossibile metafisica, di un poco credibile aldilà ultraterreno. I senza cuore, la razza maledetta: a loro apparteneva la piccola Rose. Il marito della boscaiola imparerà a conoscerla, accettarla amarla mentre i suoi amici, che non conoscono ancora come andrà a finire la disumana faccenda, diranno che quei maledetti ebrei vanno in giro gratis sui treni speciali mentre loro fanno un lavoro per un salario da fame. La favola, quando funziona, riesce a raccontare, attraverso il cuore delle cose, le atrocità che cambiano nome e tempo. Non perché le favole siano senza tempo: è la crudeltà umana a essere peculiare carattere della cultura umana che genera, a volte, le favole: e così non è difficile intravedere, nella favola di Grumberg, la cronaca dell’odierno lager dei mari.

Le avventure della vecchia donna che gira per il bosco alla ricerca di cibo per la piccola merce, e la quotidianità straniante del padre nel campo di concentramento fino alla liberazione si alternano: egli sarà un sopravvissuto e vagherà con il pensiero fisso di sapere che ne è stato della sua adorata Rose, abbandonata nel bosco qualche anno prima.

Vero come una favola. “Una merce molto pregiata” di Jean-Claude Grumberg

La incontra, infine, la figlia Rose, seduta sulle gambe della vecchia boscaiola, a un angolo della strada di una piazza, e sullo scialle da preghiera alcuni pezzi di formaggio da vendere, la incontra attraversando la città in festa dopo la liberazione dai nazisti: e qui il secondo sacrificio di un padre che decide di non farsi riconoscere, e non rompere quell’equilibrio familiare stabilito: «un grido, un grido terribile, un grido di gioia, di dolore, di vittoria gli si gonfiò in petto ma niente, niente uscì dalla sua bocca». È una delle scene più toccanti del romanzo.

 

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Nell’epilogo l’autore riesce, con delicata ironia, a lenire il dispiacere che si prova nell’immaginare un padre sopravvissuto all’Olocausto quando incontra sua figlia sana e salva, le sue lacrime, la sua profonda sofferenza, la violenza alla quale si sottopone per amore della figlia: «ecco, ora sapete tutto. Come? Un’ultima domanda? Volete sapere se è una storia vera? Ma certamente no, assolutamente no».

La favola si conclude con un Appendice per amanti di storie vere: il convoglio numero 45 partito da Drancy nel novembre 1942 aveva a bordo settecentosettantotto esseri umani, fra cui Naphtali Grumberg, nonno dell’autore.


Per la prima foto, copyright: Imat Bagja Gumilar su Unsplash.

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