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Vera Vigevani Jarach a Firenze: «Le tragedie della storia non devono chiuderci di fronte ai nostri simili»

Vera Vigevani JarachUna vecchina di 85 anni, raggomitolata nel giaccone di tela chiaro e informe, e il fazzoletto legato al mento, un concentrato di forza e tenerezza allo stesso tempo. Viene quasi voglia di abbracciarla, ispira fiducia e purezza. Vera Vigevani Jarach, pur nella sua austerità, è dolce, sorridente, con tutti al Caffè Letterario Le Murate di Firenze. Non si concede vezzosi accessori, né raffinati capi di sartoria da sfoggiare. Vera è una “combattente” e lo è fino in fondo, per cui preferisce indossare una “divisa”. Sul suo cuore, una medaglia: la spilla con la foto della figlia Franca, desaparecida durante la dittatura di Videla in Argentina. Il pubblico ha conosciuto la storia drammatica di Vera con la sua partecipazione al programma condotto da Fabio Fazio Che tempo che fa, accompagnata da Ferruccio de Bortoli.

«Quello che è accaduto a mia figlia è accaduto a migliaia di giovani che appartenevano alla speranza e alla lotta per una società migliore – racconta, mentre l’incontro organizzato dall’associazione “La Nottola di Minerva” va in onda in diretta sulle frequenze di Controradio - non c’erano atti terroristici come quelli organizzati dalle B.R in Italia o dall’ETA in Spagna. Non erano terroristi. Franca aveva 18 anni ed era la portabandiera della scuola. Era la rappresentante degli studenti e per questo era sotto mira. L’abbiamo pregata di tornare in Italia per andare all’università perché era in pericolo, ma lei non ne volle sapere. Solo nella sua scuola ci furono 105 desaparecidos. “È la tratta delle bianche – ci dicevano alla polizia, quando è scomparsa – è una bella ragazza, faccia finta che sia in vacanza”. Ma tutti sapevano. E tutti stavano zitti nel mondo. A tanti faceva comodo quella dittatura. Però, per fortuna, ci furono molti giusti che ci aiutarono, molti altri voltarono le spalle».

Il racconto di Vera è sconvolgente, per la drammaticità degli eventi, ma anche per la serenità e la consapevolezza che ha saputo conquistare in questi anni, per la forza incredibile che la spinge a macinare chilometri alla sua età per portare ai giovani questa testimonianza dolorosa che ha bisogno di fare ancora tanta strada: «In Argentina c’è stata la dittatura civica e quella militare – aggiunge – c’erano stati cinque colpi di stato primo di quello del 1976. Ci si accorge quando l’aria cambia. Bisogna stare attenti ai funghi che germinano soprattutto durante la crisi economica: dal sintomo del “salvatore della patria” a quello dei capri espiatori. Per questo è importante il valore dell’impegno e della memoria, così come la necessità di giustizia espressa dalla società civile». Non fa sconti Vera, del resto ha dalla sua parte la storia, che di sconti non gliene ha fatti certamente.

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MigrantiDalla deportazione razziale ai desaparecidos. Dapprima emigrata in Argentina perché la sua famiglia era ebrea, all’indomani dell’emanazione delle leggi razziali in Italia; poi, nel 1976 la figlia Franca venne rapita dalla dittatura: «In tanti hanno fatto finta di interessarsi – dice – ma in realtà poco venne fatto. Si parla di 30mila desaparecidos, ma è solo una cifra simbolica, non tutti hanno fatto denuncia, e poi ci sono stati 1 milione e mezzo di esiliati e 15mila fucilati. Ai giovani dobbiamo raccontare queste storie. Quando vado nelle scuole, li vedo e li sento e i ragazzi hanno ragione a temere per il loro futuro. Per la trasmissione della memoria è importante essere buoni cittadini e fare il proprio dovere – precisa – la dittatura cerca di cancellare le loro storie, l’uomo arriva a disumanizzare il suo simile. Non è importante, perciò, raccontare la storia di uno, non serve che io racconti la storia di Franca, ma serve la storia di ciascuno». Ma la tragedia della storia apre la porta anche alla speranza, non banale ed effimera.

Nel discorso, c’è tempo anche per un pensiero alla situazione italiana e ai viaggi della speranza: «Anche gli ebrei scampati alla Shoah hanno affrontato i viaggi della speranza dopo la guerra, dall’Europa verso Israele, verso la terra promessa – dichiara – è la stessa cosa che sta accadendo qui da voi, con i popoli che attraversano il Mediterraneo. È umano cercare di andare in un posto per migliorare e vivere meglio. Ma di fronte alle tragedie della storia non bisogna mai chiudersi, né annichilirsi. Bisogna incoraggiare e continuare a dare speranza. Bisogna aiutare il prossimo. Per favore, non siate mai indifferenti». Un simbolo di questa nuova era di speranza è anche Papa Francesco, argentino: «Ha scelto il migliore dei nomi» afferma, quando ricorda che il Pontefice ha garantito il suo sostegno per il ritrovamento dei figli dei desaparecidos uccisi nei campi di sterminio argentini, in un’altra delle dolorose pagine di quella storia che sta lentamente venendo a galla, pezzo dopo pezzo.

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