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Vedi alla voce: “HUNGER GAMES”

Vedi alla voce: “HUNGER GAMES”Uscito in questi giorni nelle sale italiane, Hunger Games – Il canto della rivolta II (regia di Francis Lawrence) chiude la saga ispirata alla trilogia di Suzanne Collins (edita in Italia da Mondadori), senza lasciare finali aperti, anzi infilandone ben tre, compreso un epilogo fin troppo rassicurante – un contrappeso rispetto alla parte iniziale del film, che è invece un vulcano nero: incalzante, densa di effetti, suspense e molto più godibile dell’episodio precedente.

"Previously on Hunger Games" – Siamo in una società totalitaria, Panem, dove la prosperosa Capitol City soggioga tredici feudi-distretti, che in passato hanno tentato una ribellione. Il controllo da parte di Capitol è sia materiale che informatico, lo sguardo del dittatore Snow si estende ovunque. Qui ogni anno si tengono gli Hunger Games, un reality show che costringe ciascun distretto a mandare a combattere una coppia di giovani, dentro a un’arena controllata da una rete di computer. Solo uno può sopravvivere. Nel distretto 12, Katniss Everdeen (interpretata da Jennifer Lawrence) si offre volontaria per salvare la sorella più piccola. Per la prima volta nella storia dei giochi, Katniss e l’amico Peeta (Josh Hutcherson) riescono a sopravvivere, grazie a un’astuzia di lei. La sua insubordinazione viene punita e, nel secondo episodio, si tiene un’edizione speciale dei giochi per scongiurare possibili tumulti: i vincitori delle passate edizioni si sfidano nuovamente. Anche questa volta, Katniss sopravvive e mette fine ai giochi; ma non sa di essere la pedina di un disegno più grande. Infatti la rivolta è già organizzata sotto la guida della Presidente Coin (Julianne Moore) e dello stratega politico Plutarch (Philip Seymour Hoffman). Da questo momento, Katniss diventa icona della sommossa, ed è preparata e agghindata per incoraggiare i ribelli. L’amato Peeta è ora prigioniero a Capitol e, dopo essere stato lungamente torturato, viene lasciato libero; purtroppo grazie al “lavaggio del cervello” subito nella capitale, è convinto che i rivoltosi siano i suoi veri nemici. A questo punto però, tutto è pronto per un assalto a Capitol City e al dittatore Snow.

La sottotrama romantica non manca, Katniss è indecisa fra due pretendenti, Peeta e Gale. Siamo lontani anni luce dalle atmosfere pruriginose di Game of Thrones, qui tutto si risolve in qualche bacio e parecchi sospiri. Eppure, il motivo amoroso non manca di ragione: ci ricorda la natura di romanzo di formazione di Hunger Games. Katniss si emancipa dall’adolescenza dopo aver compiuto la sua scelta.

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Zapping – Suzanne Collins ha spiegato più volte di aver avuto la scintilla facendo zapping fra i reality show e le scene di guerra dei telegiornali. In effetti, l’ultima parte della saga realizza la piena mutazione di Hunger Games da young adult a war movies. Le immagini lo esplicitano ancora prima dell’azione: Katniss che si arrampica sui detriti del distretto12 sventrato, con macerie e carcasse umane esposte all’aria; l’entrata a Capitol City infarcita di dispositivi antiuomo. Con le debite proporzioni, i riferimenti iconografici vanno da Germania anno zero ad American Sniper.

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Suzanne Collins e Asterione – I motivi ispiratori più profondi, dichiarava la stessa Collins, vanno rintracciati nell’antichità classica, su tutti il mito di Teseo e del Minotauro (o Asterione), che vuole che Creta pretendesse ciclicamente da Atene sette ragazzi e ragazze come sacrificio per la creatura metà uomo e metà toro. Teseo, volontario, riesce nell’impresa di uccidere il mostro. Accanto al mito, spiccano poi suggestioni legate ai giochi dei gladiatori romani (ecco l’origine di Panem, da “panem et circenses”).

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Il “fratello” giapponese – Più vicino a noi, un altro film è modello di Hunger Games, si tratta di Battle Royale, del regista Kinji Fukasaku, uscito nel 2000, a partire dal romanzo di Koushun Takami (edito in Italia sempre da Mondadori). Lì c’è il governo di una società violentissima che, per tenere a bada una gioventù senza regole, emana un decreto per cui un gruppo di studenti viene scelto, abbandonato su un’isola deserta e costretto a massacrarsi: solo il vincitore viene portato a casa.

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Panopticon e distopia – Alla fine del Settecento, Jeremy Bentham immagina un carcere ideale strutturato circolarmente, con una torre al centro e celle illuminate dall’esterno. Qui il potere si esercita attraverso lo sguardo, che è “dappertutto e sempre all’erta”. Ecco un’altra suggestione presente nella saga di Suzanne Collins. Di fatto, il controllo si realizza così anche a Panem, che è oltretutto un mondo distopico, in cui storture e vizi della nostra attuale società hanno raggiunto conseguenze estreme: assoggettamento informatico, disparità sociale, manipolazione delle informazioni. Va detto che questi motivi sono certamente rintracciabili, ma non raggiungono davvero efficaci traduzioni filmiche e di sceneggiatura.

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Jennifer Lawrence – È volto e corpo della saga. «Tutti quanti vorranno baciarti, ucciderti oppure essere te», dicono a Katniss all’inizio dei primi Hunger Games. In effetti, l’attrice riesce nel miracoloso intento di essere una fulgida eroina, quasi una dea e di risultare simpatica; impossibile non tifare per lei, nonostante si sappia che come attrice ha dato prove superiori (su tutti, American Hustle e Il lato positivo che le è valso l’Oscar).

Donald Sutherland – Interpreta (in modo un po’ ingessato) Snow, il tiranno immune alla pietà. La battuta-emblema della sua ratio politica ci viene servita nel primo capitolo: «Sai dirmi perché abbiamo un vincitore? Se volessimo semplicemente intimidire i distretti potremmo radunare ventiquattro persone a caso e metterle a morte tutte, faremmo molto prima. Speranza. È quella l’unica cosa più forte della paura, un po’ di speranza». Eppure, poco prima che cali il sipario, lo vediamo come un vecchio perdente che fa simpatia. Da uomo di potere, è lui ad aprire gli occhi a Katniss, svelandole i doppifondi dell’arte politica: nel dialogo riecheggia l’antico confronto fra Creonte e Antigone, con un diverso finale, ma simile motore interno.

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L'ombra di Philip Seymour Hoffman – Muore nel 2014, forse per overdose. In quel periodo sta girando Il canto della rivolta parte I, mancano sette giorni. Il regista decide di non tentare la strada della ricostruzione in digitale, così il copione viene parzialmente modificato. Hoffman torna anche in quest’ultima parte, ma le sue battute sono affidate ad altri attori con vari escamotage, ad esempio gli viene attribuita una lettera. C’è la sua immagine e, alla fine, la sua ombra.

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Soundtrack – Le due colonne sonore ufficiali (la terza è in arrivo il 4 dicembre) vantano collaborazioni importanti, benché questo sforzo produttivo non trovi grande spazio all’interno dei film: alcuni pezzi non si sentiranno mai. Rimane però la suggestione e molti nomi interessanti che hanno partecipato all’impresa: per il primo episodio diretto da Gary Ross si va da Neko Case agli Arcade Fire, passando per i Decemberists. Mentre alle regie di Francis Lawrence corrisponde la collaborazione di Lorde, Chemical Brothers, Bat for Lashes e altri. Ma il pezzo che rimane nelle orecchie è escluso dagli OST ed è l’emblema della rivolta. The Hanging Tree cantato dalla stessa Jennifer Lawrence, su musica del gruppo folk  The Lumineers. È una triste ballata country, che parte come motivetto diegetico per poi crescere con un’orchestra e un coro, a sostenere il primo spettacolare assalto a Capitol City.

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Perché vederlo – L'ultimo episodio di una delle saghe più amate di sempre è all’insegna della spettacolarità e risulta essere il capitolo più gratificante. Inoltre rappresenta la resa dei conti di tutti i temi dell’opera, all’insegna di un one-woman show. Katniss infatti riprende la scena, esce dalla manipolazione propagandistica, e porta avanti la sua missione quasi in solitaria, a costo di perdere tutto. I primi tre quarti di film sono battenti, “si salta” letteralmente sulle poltrone. Ma questo ritmo marziale e le soprese pirotecniche diventano poi sfondo che prepara la calma della fine, che giunge come la chiusura di un’epoca. Solo allora i nodi verranno al pettine, cadranno le maschere politiche, ci sarà spazio per colpi di scena, con una buona dose di satira. Segno che i tempi sono cambiati, e che il sipario può calare lentamente su un mondo ritrovato.

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