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“Uscita di sicurezza”, torna la tormentata Los Angeles di Ryan Gattis

“Uscita di sicurezza”, torna la tormentata Los Angeles di Ryan GattisRyan Gattis torna in Italia con un nuovo e avvincente romanzo, Uscita di sicurezza (Guanda, 2020 – traduzione di Katia Bagnoli) a quattro anni dall’uscita di Giorni di fuoco (Guanda, 2016 – traduzione di Katia Bagnoli), il grande romanzo corale incentrato sulla rivolta che nel maggio del 1992 devastò interi quartieri di Los Angeles, dopo l’assoluzione dei quattro poliziotti bianchi che avevano massacrato il tassista nero Rodney King,

Siamo sempre a Los Angeles, questa volta nel settembre del 2008, mentre si avvicina il clamoroso fallimento della banca Lehman Brothers che sta facendo scoppiare la bolla del mercato immobiliare, gettando sul lastrico centinaia di famiglie che non riescono più a pagare il mutuo e si ritrovano da un giorno all’altro in mezzo alla strada. La città è teatro da tempo di guerre tra bande per il controllo del florido mercato della droga e la DEA (agenzia federale antidroga) ingaggia Ricky Mendoza jr, detto Ghost, uno scassinatore professionista con un tragico passato, perché apra le casseforti dei narcotrafficanti.

Ghost esegue il suo compito senza fare domande, ma quando si ritrova fra le mani incredibili quantità di denaro il suo pensiero va alle persone che conosce e che lottano per sopravvivere alla crisi, tanto da decidere di provare a rubare ai ricchi per offrire qualcosa ai poveri. Questo, ovviamente, significa inimicarsi sia i poliziotti, sia i trafficanti, e lo pone in diretto contrasto con Rudy Reyes detto Glasses, un ex narcotrafficante che è stato, a sua volta, ingaggiato dalla DEA con altri scopi, e che sogna di rifarsi una vita altrove con la giovane moglie e il figlio neonato.

La storia è narrata a due voci da Ghost e Glasses, che alternandosi un capitolo dopo l’altro ci raccontano una guerra serrata e senza esclusione di colpi in un mondo cupo, corrotto e disperato, dove però è ancora possibile cogliere un barlume di speranza nel futuro.

Di nuovo a Milano per presentare Uscita di sicurezza, Ryan Gattis ci ha gentilmente concesso quest’intervista.

 

Dopo il tragico 1992 di Giorni di fuoco, lei ha scelto un altro anno cruciale della storia americana recente, il 2008 della crisi economica. Cos’ha significato per Los Angeles quel momento?

Credo che la crisi sia arrivata in ondate successive. Dal punto di vista economico, inizialmente ha colpito le persone che lavoravano nel settore immobiliare, soprattutto affittando case e vivendo degli affitti, ma col tempo ha coinvolto la finanza e le borse, e in seguito ha infierito in particolare su coloro che avevano grossi mutui, specialmente quelli a tasso variabile che hanno iniziato a salire in modo vertiginoso. A un certo punto, alcuni dovevano alle banche molto più del valore reale della loro casa, e queste persone si sono ritrovate con l’acqua alla gola, affondando economicamente. C’è stato anche chi poi ha avuto problemi mentali per questo. Lo stesso Ghost racconta nel romanzo dell’amico che faceva parte del gruppo dei tossicodipendenti anonimi che cade in depressione e si uccide. È stata una crisi silente che ha colpito moltissime persone, senza contare che la criminalità aumenta quando sale la disoccupazione.

 

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Giorni di fuoco era un grande romanzo corale che dava voce a ben diciassette personaggi diversi, mentre qui le voci narranti sono solo due. Questo ha cambiato qualcosa nel suo modo di scrivere?

È stata la storia a richiedere questo tipo di narrazione. Questo romanzo è un thriller classico, che racconta una lotta tra buono e cattivo, una caccia del gatto al topo, per cui avevo bisogno di due voci, ma ci tenevo che fosse Ghost ad avere un ruolo più importante perché è il personaggio più empatico. Mi sono comunque divertito nel passare continuamente da una voce narrante all’altra, mentre nel romanzo precedente c’era una prospettiva globale dei tanti personaggi, che però non parlavano tutti insieme tra loro.

 

Ghost e Glasses sono due criminali, però appaiono entrambi del tutto fuori dagli schemi. Si è ispirato a qualche fatto reale per immaginarli così?

Mi piace questa definizione di “criminali fuori dagli schemi” perché vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro se sono riuscito a descrivere il lato umano di queste persone, che non sono totalmente cattive ma nemmeno tanto buone: alla fine sono un mix delle due cose come, tutto sommato, quasi tutti noi. Hanno famiglie, amici, preoccupazioni.

Ho fatto ricerche per una decina d’anni a Los Angeles per documentarmi sul mondo dei criminali e naturalmente ho tratto ispirazione dalle storie che ho incontrato nella città e nei sobborghi. Credo che i personaggi alla fine siano un concentrato di tanti elementi che ho trovato qua e là. Sono degli ibridi che arrivano a vivere di esistenza propria nella pagina portando avanti la storia.

“Uscita di sicurezza”, torna la tormentata Los Angeles di Ryan Gattis

I rapporti tra Stati Uniti e Messico costituiscono da sempre un nodo cruciale e non sembrano destinati a migliorare. Come si riflettono sulla vita della grande comunità ispanica della California?

È una domanda facile e difficile al tempo stesso. Prima di tutto ci si dovrebbe ricordare che buona parte degli Stati Uniti meridionali, California inclusa, prima facevano parte del Messico. Ho molti amici chicanos, termine che un tempo veniva usato dai messicani per definire i messicani residenti negli USA in senso dispregiativo. Poi, a partire dagli anni Sessanta e Settanta la comunità di lingua spagnola negli Stati Uniti si è riappropriata di questo termine e ne ha fatto un punto d’orgoglio. I chicanos ricordano bene la storia, a differenza di molti abitanti di Los Angeles che non hanno coscienza di vivere in un territorio che è stato in qualche modo occupato dagli anglosassoni. La cosa curiosa è che molti chicanos sostengono Trump, pur essendo magari figli di genitori deportati e avendo storie dolorose alle spalle. La risposta quindi è abbastanza individuale, ma quello che sicuramente è triste è la campagna denigratoria nei confronti del Messico e della sua cultura. Viene considerato un paese trascurabile, come una specie di discarica degli Stati Uniti e questo per me è imbarazzante.

“Uscita di sicurezza”, torna la tormentata Los Angeles di Ryan Gattis

Nel 2016 ci eravamo incontrati prima dell’elezione di Trump, che lei sperava ancora che non potesse verificarsi. Dal suo punto di vista cosa è cambiato nella società americana, e in particolare a Los Angeles, in meglio o in peggio in questi quattro anni?

Cercherò di essere il più diplomatico possibile nella mia risposta… Diciamo che la California ha combattuto molto, in modo legale, contro il governo americano, presentando moltissime denunce e facendo un grosso lavoro. Los Angeles è considerata una città rifugio per gli immigrati e questo è un fatto molto significativo. Questo naturalmente non è piaciuto al governo, che ha promulgato veri editti contro la città, che per ora ha resistito a tutti gli attacchi. Ci sono stati momenti di grande sconforto che hanno generato gruppi dediti all’odio, manifestazioni e scontri. C’è stato anche un gruppo di suprematisti bianchi che è diventato molto attivo dopo l’elezione di Trump.

Il mancato impeachment è stato quindi vissuto con molta amarezza: si prepara un periodo di scontro elettorale che immagino di grande difficoltà per tutti noi.

 

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Cosa si aspetta dalle prossime elezioni presidenziali?

Io vengo da una famiglia di militari: l’onore, il senso del dovere, la verità sono i miei tre valori principali e io mi augurerei un ritorno a questi valori. Rifiuto quest’epoca che stiamo vivendo, in cui personaggi anche ad altissimo livello come il Presidente degli Stati Uniti non sono ritenuti responsabili per i loro fatti illegali.

Il problema è che i democratici non hanno un candidato forte per le prossime elezioni, per cui temo che si possa aprire uno scenario molto negativo per gli Stati Uniti. Io non credo in nessun partito che faccia un uso proprio della giustizia, perché questo conduce al despotismo.


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Per la prima foto, copyright: Dillon Shook su Unsplash.

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