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Uno sguardo originale e autocritico sulla storia. “La giraffa in sala d’attesa” di Božidar Stanišić

Uno sguardo originale e autocritico sulla storia. “La giraffa in sala d’attesa” di Božidar StanišićPer la collana “Estensioni – voci dell’Est Europa”, la casa editrice udinese Bottega Errante ha da poco pubblicato La giraffa in sala d’attesa dello scrittore bosniaco Božidar Stanišić nella traduzione di Alice Parmiggiani: già a partire dal titolo, tanto stravagante da parere surreale, il lettore si sente invogliato a capire che cosa si possa nascondere dietro un’allegoria così inconsueta. Attratto da questa curiosità, apre il libro e viene, presto, letteralmente investito da un fiume in piena di immagini giustapposte, alcune assurde quasi quanto quella iniziale («Una maschera sonora […] Al nord della fantasia»; «Assicelle di una zattera o solo penne rigate?» eccetera).

Per ogni capitolo, infatti, vari fotogrammi, quasi diapositive gettate alla rinfusa su un tavolo o stralci di conversazioni registrate, fungono da cappello introduttivo per riassumere i punti salienti della narrazione, dei discorsi e – soprattutto – dei pensieri dei personaggi.

L’impressione è straniante, sembra di trovarsi di fronte ad appunti deliranti, visionari, spesso senza un apparente filo logico: il lettore attento non avrà però dimenticato di soffermarsi sull’esergo, in questo caso – come in molti altri – rivelativo.

«[…] Perdio, mettiti a fare qualcos’altro, ci saranno altri modi più onesti di guadagnarsi la vita»: così pensava, con l’intenzione di rivolgersi a un amico, Raymond Carver ne Il mestiere di scrivere.

 

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La citazione è particolarmente indovinata poiché ben si adatta alla narratrice, la quale, conscia delle proprie limitate capacità in ambito scrittorio, lungo tutta l’opera protrae un ininterrotto esercizio di autocritica. In un passo, per esempio, afferma di «scrivere in modo poco convincente e di sfiorare le persone e le cose solo in superficie»; in un altro contesto sostiene di essere priva della costanza e della «caparbietà che uno scrittore» – «un vero scrittore» – «deve esprimere ogni giorno, e non solo di domenica».

Uno sguardo originale e autocritico sulla storia. “La giraffa in sala d’attesa” di Božidar Stanišić

I dubbi sulle proprie abilità proseguono nella seconda parte del libro, in cui la protagonista s’arrovella, indecisa, su una scelta per lei molto importante: se impostare la sua narrazione come una «cronaca […] di dati aridi» o come un vero e proprio «racconto lungo», carico di risonanze interiori e sorretto da un punto vista originale.

Nonostante l’opzione ormai obbligata sia la seconda, ancora, a poche pagine dalla fine, Valentina (questo il suo nome) si pone criticamente di fronte a se stessa domandandosi se sia veramente onesto scrivere quando non si è capaci di farlo: decide perciò di pubblicare il libro in un’unica copia, solo per sé, cercando di evitare un pubblico cui ammannire le diapositive sfocate e la registrazione incompleta della propria storia di trentenne irrisolta.

Valentina – solido esempio di personaggio in fieri nato dalla penna dello scrittore bosniaco Božidar Stanišić – scrive un racconto (non sono «memorie», non è «romanzo») per comprendere se stessa e quel «tutto» ossessivamente ripetuto che le accade attorno: partendo dalla fuga, lontano dalla Bosnia, prima dello scoppio della guerra nel 1992 e dell’assedio di Sarajevo, durato fino al 1996, passando per gli anni dell’infanzia trascorsi tra un campo profughi friulano (dal nome fittizio di «Camp City»), la scuola e una piccola casa nel quartiere San Gottardo a Udine, fino al suo lavoro per un indeterminato Progetto che la porterà a San Diego, in California.

Pur sembrando un personaggio in sempiterna balìa d’un oceano di domande – se ne contano più di mille, tra dette e pensate – Valentina non è completamente alla deriva, nella sua vita ci sono dei punti di riferimento: il primo è il suo lavoro, una mansione di cui non conosceremo mai molto se non l’alta professionalità e formazione scientifica richieste; il secondo sono gli affetti, i legami familiari e amicali. Lo sguardo «muto ma carezzevole» della madre, la sua voce «uniforme» dietro il fumo della sigaretta, l’immancabile pullover che l’accompagna dal giorno in cui aveva terminato di sferruzzarlo nel campo profughi sono un porto sicuro: con il loro calore accolgono Valentina quando, all’inizio della storia, torna dai suoi genitori dopo una relazione finita male.

Uno sguardo originale e autocritico sulla storia. “La giraffa in sala d’attesa” di Božidar Stanišić

In quel frangente, il padre non c’è, sta lavorando in Transilvania: da «direttore di biblioteca» è diventato «falegname», quasi a voler ricercare l’origine fattuale, materiale, oggettiva di tutta la carta letta, maneggiata, studiata.

Valentina ha anche un fratello, la nemesi del padre marxista: Braco è un ragazzo intraprendente, pienamente integrato nel sistema della contemporaneità, «un tipo libero, indipendente e moderno» al punto da risultare arrogante e spregiudicato, proprio come le logiche del capitalismo che scandiscono la sua vita e i suoi affari. Dalla sua insolenza proviene anche l’epiteto di «giraffa» rivolto a Valentina, la quale nel tempo lo ha elaborato, appropriandosene, trasformandolo da immagine sognata ad allegoria della propria vicenda biografica.

In un altro sogno molto suggestivo e, per certi versi, premonitore ci sono «due Valentine, e una di loro interroga con insistenza l’altra», sedute vicino al molo di Trieste, il medesimo presso cui, più di ottant’anni prima, s’agitavano le figure irrisolte di Ario, Berto e Lidia ne L’onda dell’incrociatoredi Quarantotti Gambini.

 

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Ci sarebbe da aggiungere molto altro: Božidar Stanišić, con La giraffa in sala d’attesa, ci ha lasciato un racconto lungo e denso, con tante immagini, tanti simboli e tanti livelli di lettura, a una prima impressione sconclusionati e surreali, ma che trovano senso e logicità nello sdipanarsi delle storie, nel tessuto dei dialoghi e nell’infinito scorrere del filo delle domande di Valentina.


Per la prima foto, copyright: Kelly Arnold su Unsplash.

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