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Uno sguardo oltre la crisi. Intervista ad Aldo Cazzullo

Uno sguardo oltre la crisi. Intervista ad Aldo CazzulloAldo Cazzullo, giornalista e autore di numerosi libri sulla società italiana, torna in libreria con Giuro che non avrò più fame (Mondadori, 2018), in cui racconta ai suoi lettori il difficile periodo della ricostruzione postbellica, partendo da un'analisi del suo anno cruciale, il 1948. Fra i tanti avvenimenti che segnarono quei dodici mesi, ci fu anche l'arrivo in Italia di Via col vento, il celebre film americano girato dieci anni prima, ma bloccato dalla censura mussoliniana. Ed è da Rossella O'Hara, la protagonista interpretata di Vivien Leigh, che Cazzullo prende in prestito la frase "Giuro che non avrò più fame", fatta propria in quel momento storico da milioni di italiani usciti in condizioni disastrose dalla seconda guerra mondiale.

Un periodo cruciale, quello dell'immediato dopoguerra e della ricostruzione, di cui tuttavia sembriamo esserci tutti dimenticati: ne abbiamo chiesto il perché ad Aldo Cazzullo in questa intervista.

 

Nel suo libro lei dice, giustamente, che si dovrebbe parlare di Ricostruzione con la erre maiuscola, per l'importanza che l'immediato dopoguerra ha avuto nella storia italiana. Eppure, rispetto al periodo fondamentale della ricostruzione di un paese distrutto, si ricordano più facilmente, ad esempio, gli anni Sessanta. Perché? Forse le troppo recenti ferite della guerra portavano la gente a voler dimenticare in fretta quel periodo?

Credo semplicemente che non abbiamo memoria di nulla. Il passato non esiste, viviamo il tempo della rete che è un eterno presente e quindi le cose accadute trenta o settant'anni fa è come se fossero accadute ad altri: non ci interessano e non ci riguardano. Invece ci riguardano, non solo perché allora c'erano i nostri nonni e i nostri genitori, ma perché io penso che anche oggi l'Italia sia un paese da ricostruire e noi dovremmo ritrovare l'energia e la fiducia che ebbero i nostri padri settant'anni fa. Si ricordano più facilmente gli anni Sessanta anche perché spesso si confondono ricostruzione e boom economico: l'Autostrada del Sole, i primi weekend al mare, la Cinquecento, gli Autogrill, tutte cose arrivate in realtà quindici anni dopo. Gli anni della ricostruzione sono anni duri: fa freddo, ci si lava in cortile, si gira in bicicletta e il sogno non è ancora l'automobile ma la Lambretta. Solo il sette per cento degli italiani aveva il telefono, quindi per comunicare bisognava scriversi, e si scriveva moltissimo, oppure incontrarsi e guardarsi negli occhi. Erano più poveri di noi, ma anche infinitamente più ricchi sul piano umano.

 

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Secondo lei in quel momento l'Italia ha fatto i conti in modo corretto per quanto riguarda le colpe del regime fascista, oppure si sarebbe potuto fare di più? In fondo, soprattutto nella pubblica amministrazione, moltissime persone hanno mantenuto le cariche e il potere guadagnati sotto il fascismo.

No, assolutamente no. Gli italiani si sono autoassolti dal fascismo. Abbiamo inventato ed esportato in tutto il mondo, sia pure in modi diversi, una forma di totalitarismo, gasando gli abissini, aggredendo i greci, pugnalando i francesi, contribuendo allo sterminio degli ebrei, però ci siamo assolti da tutto questo. Certo, ci sono state anche grandi dimostrazioni di umanità durante la guerra, come la quarta armata italiana in Francia che ha protetto gli ebrei, ma dopo la guerra avevamo solo voglia di dimenticare come il fascismo fosse stato valutato negativamente da tutti.

Anche l'Uomo Qualunque, il movimento inventato in quegli anni da Guglielmo Giannini, era di destra ma non era fascista, semmai anti-antifascista, nel senso che criticava l'antifascismo militante.

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Le grandi persone mancate troppo presto, penso a Mattei o a Olivetti, avrebbero potuto cambiare di più e in meglio l'Italia?

Alcune persone di cui parlo sono vissute a lungo, come Vittorio Valletta che ricostruì la Fiat, oppure Einaudi. Olivetti avrebbe potuto essere il nostro Steve Jobs, visto che aveva creato il primo computer insieme all'ingegner Chou: entrambi sono morti in modo inaspettato, il primo per emoraggia cerebrale su un treno, l'altro in un incidente stradale, ma a Ivrea per molto tempo si pensava che Chou fosse stato assassinato. Con la loro morte la divisione elettronica dell'Olivetti viene venduta alla General Electric: in quel momento eravamo un paese che aveva perso la guerra e non eravamo in grado di essere all'avanguardia. Mattei è l'uomo che porta il petrolio agli italiani, perché senza petrolio non poteva esistere la grande industria, e la sua morte in un incidente aereo era apparsa subito sospetta. Qualcosa avrebbero di sicuro cambiato.

 

Oggi in media stiamo tutti meglio rispetto agli italiani del 1948, eppure la sensazione palapbile è quella di un generale pessimismo, di una grande sfiducia nei confronti del presente e soprattutto del futuro. Quando abbiamo perso l'ottimismo verso il futuro che animava la generazione precedente?

Non c'è un momento preciso. Sicuramente gli anni Settanta sono stati di crisi, gli Ottanta forse sono stati l'ultimo periodo spensierato, anche se a me, che ero ragazzo allora, non piacevano per niente: è lì che si afferma un individualismo esasperato che poi, con la rivoluzione digitale, degenera nel narcisismo. Il cellulare è come uno specchio, vogliamo far sapere al mondo cosa stiamo facendo, mangiando, pensando. Ma siccome al mondo non importa nulla di quello che stiamo facendo, l'oggetto genera frustrazione: si avverte l'esigenza di alzare la voce e la rete diventa un formidabile generatore di malcontento e di frustrazione. L'individualismo, che settant'anni fa portava all'azione, adesso degenera solo nel narcisismo, che è sterile e non porta a nulla.

 

In quest'ultimo libro, ma anche in altri precedenti, come Basta piangere!, L'Italia s'è ridesta Le donne erediteranno la terra, lei esprime una discreta dose di ottimismo riguardo all'Italia. Non pensa che parte della sensazione di pessimismo diffuso sia anche un po' colpa dei media, dei giornali e della televisione, che tendono sempre a enfatizzare le notizie negative rispetto a quelle positive, a partire da qualsiasi notiziario?

No, non credo che questo dipenda dai giornali. Sicuramente in questi ultimi anni la televisione ha enfatizzato parecchio i comportamenti negativi, che però non rappresentano tutta l'Italia. Fenomeni come l'immigrazione e l'impoverimento esistono, però se si parla solo di quello non c'è dubbio che vengano enfatizzati ed esasperati. I giornali, in realtà, hanno perso lettori e importanza.

Se vogliamo, gli anni della ricostruzione erano molto più violenti, tra criminalità e vendette, ma adesso la percezione è maggiore perché ne sapppiamo di più.

Non voglio assolvere i giornali, ma mi sembra che siano di più la rete e le televisioni ad ampliare le voci negative.

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Allora l'Italia ce la può fare?

Anche oggi l'Italia è un paese da ricostruire, e non penso solo a Genova: ci sono le periferie, ci sono ovunque macerie materiali e morali. Dovremmo ritrovare un po' di quella fiducia ed energia che avevano settant'anni fa. Vorrei invitareprima di tutto i giovani ad avere maggiore fiducia in se stessi, perché li vedo molto insicuri.

L'Italia è un paese ricco che si crede povero: il risparmio delle famiglie italiane è maggiore di quello delle famiglie di altri paesi, ma la gente non spende, non investe e non consuma perché aspetta che passi la nottata. Abbiamo anche smesso di fare figli, ma dobbiamo ritrovare maggiore fiducia in noi stessi e nel paese. Io mi aspetto molto dai ventenni.

 

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Qual è la sensazione che avverte incontrando i giovani?

Mi piacciono molto i ragazzi che ora frequentano le superiori, tra i 14 e i 19 anni. Sono nati con la crisi, sanno cosa vuol dire, sanno che devono conviverci e mettersi in gioco, per cui mi aspetto molto da loro. Non mi sento un ottimista, ma girando l'Italia trovo molti motivi per avere fiducia, pensando anche a certe categorie che tengono duro nonostante tutto, come gli insegnanti, i librai, gli edicolanti e altre ancora.


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Per la prima foto, copyright: Zulmaury Saavedra.

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