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Uno schiavo marocchino in Piemonte

Uno schiavo marocchino in PiemonteIl Piemonte è una ferita aperta e rosata. Rosata come il monte Rosa, la vetta che si erge e svetta sui crani dei braccianti, degli acinellatori, di quelli che, dal Maghreb, son venuti qui a curare le vigne di Asti. Come Mohamed, che ha trentadue anni e vive qui da quattro, regolarmente residente, anche se dorme praticamente in azienda.

«Casa e bottega», lo sfotto.

Sorride e ammette, annuendo, di essere sottoposto a una specie di regime di controllo.

«Qua non c’è un padrone, sono tutti padroni. Io vivo qua perché d’inverno posso fare la guardia alla vigna. Mi pagano per questo, adesso»

Come dalle mie parti, in Puglia, dove l’inverno è meno rigido ma non meno solitario, i maghrebini sono adoperati come guardiani. È un lavoro pericoloso, e qualche volta ci rimettono la salute se c’è un furto o un’aggressione notturna.

 

«Sei armato?»

Non lo è. È pagato per fare la vedetta e per chiamare il padrone in caso di furto.

«Non la polizia?»

Mi fa di no con la testa. Idem in Puglia: i padroni preferiscono arrivare sul campo e vedere di risolvere informalmente la questione con i ladri. Magari a pistolettate, perché no?

 

«Quanto ti pagano?»

«Seicento euro al mese, ma va bene così. Ho tutto»

Tutto è una gabbietta dove la sua anima deve vivere: cucinare, dormire, vegliare sulle vigne e sulle costose macchine agricole lasciate a riposare. Gli danno vitto e alloggio e uno stipendiuccio, insomma.

 

«Ma tu sei regolare. Come mai ti pagano così poco?»

«Devo dare una cosa al padrone»

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Uno schiavo marocchino in PiemonteEcco il sistema: una parte del salario viene restituito al padrone, o meglio trattenuto a monte da chi – in questo caso una grande azienda che produce e spumantizza vino di qualità certificata – dà lavoro. Il medesimo sistema vige a Bari, per esempio, per i baristi che lavorano nei centralissimi caffè della mala. Questa trattenuta è una specie di obolo per il padrone, un modo per non far restare il lavoratore in regime di nero assoluto ma per sottopagarlo nei fatti come fosse un bracciante part time.

 

«E d’estate?»

«Siamo tanti. Io vivo sempre qua, con altri tre»

Mi guardo intorno e mi domando come possano ammassarsi tre quattro braccianti in un buco come questo.

 

«Pagano per dormire qua?»

Annuisce. Pagano cinquanta euro per un mese di lavoro. Lavoro duro, alle vigne, sotto lo sguardo attento e minaccioso dei padroni-caporali. Pagano anche per mangiare e per bere. Come al Sud: uguali nello sfruttamento.

 

«E quanto vi pagano?»

«Per me sempre lo stesso. Per loro no, prendono alla fine del mese… qualche volta quattrocento, cinquecento…»

 

Mohamed è un privilegiato, perché ha un salario mensile più alto e la certezza di restare a lavorare qui per tutto l’inverno. Gli altri, non tutti maghrebini – ci sono i rumeni, i centrafricani, i polacchi – o tornano a casa o girano come trottole nel grande sistema della circolazione di manodopera straniera in Italia: una tratta nella tratta, semiregolare perché lo consente chi ama i voucher lavorativi, le agenzie interinali messe su da aziende e caporali, il sindacato corrotto, la politica assente…

Mohamed sospira, mi racconta di avere una famiglia che non vede da un po’, di aver curato sua madre ammalata di reni con i soldi che le manda ogni mese. Vorrebbe sposarsi, ma da quando l’Isis ha preso il sopravvento in Europa dice che sarà più difficile.

 

«Vuoi fare questo lavoro tutta la vita?»

«Non lo so. Finché i padroni mi danno lavoro»

 

Lo guardo e penso che questa non è la risposta di un uomo libero, ma di uno schiavo.


Segui il nostro speciale I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli.

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