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Una visita a Londra in compagnia di Sherlock Holmes

Una visita a Londra in compagnia di Sherlock HolmesS’intitola A Londra con Sherlock Holmes l’ultimo libro di Enrico Franceschini (Giulio Perrone Editore) e propone un intinerario molto particolare nella capitale del Regno Unito in compagnia di uno dei più noti detective letterari di tutti i tempi, quello nato appunto dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle.

Un viaggio che attraversa i luoghi in cui Holmes è vissuto, ha passeggiato e ha investigato, senza lesinare curiosità sulla Londra del tempo e su quella attuale, cogliendo anche qualche somiglianza oltre alle tante inevitabili differenze. E proprio queste sono state in parte oggetto della nostra conversazione con Enrico Franceschini.

 

Da dove nasce questa sua passione per Sherlock Holmes? E cosa l’affascina in particolare di questo personaggio?

Nasce innanzi tutto dalla lettura, quando ero ragazzo, dei romanzi che lo hanno per protagonista: li ho divorati e mai più dimenticati. Rimasi colpito dalla sua straordinaria capacità di deduzione, la capacità di osservare attentamente le persone per capirne meglio i segreti: una lezione che mi è tornata buona nella mia lunga carriera di giornalista in giro per il mondo. Holmes è curioso del prossimo, per questo lo guarda con la lente penetrante del suo ingegno: e io l’ho sempre preferito alle persone, inclusi gli autori di romanzi, più interessate al proprio ombelico che a quello che sta loro intorno. In questo secondo me sta il fascino dell’investigatore con la pipa: nell’era del selfie, in cui siamo portati a mettere noi stessi al centro di tutto, ci insegna a rivolgere lo sguardo alla realtà esteriore, agli altri, perlomeno se vogliamo comprendere il mondo in cui viviamo.

 

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Com’è stato passeggiare per Londra in compagnia di Sherlock Holmes?

È stato inizialmente inevitabile: passavo davanti alla casa di Sherlock, il leggendario 221b di Baker Street, tutte le mattine per andare a prendere il metro. In quella casa, oggi trasformata in museo, naturalmente Holmes non c’è mai stato, trattandosi di un personaggio della fantasia. E non abitava lì neppure il suo creatore, Arthur Conan Doyle. Ma tale è il richiamo che Sherlock Holmes ha su di noi da poterlo definire, come è stato fatto, l’uomo che non ha mai vissuto e contemporaneamente l’uomo che non morirà mai. Il suo mito continua a rinnovarsi in libri, film, drammatizzazioni. E tour di Londra sulle sue orme, organizzati da molte guide turistiche. Passeggiare in sua compagnia permette di riscoprire la Londra di ieri e di vedere come è collegata a quella di oggi.

Una visita a Londra in compagnia di Sherlock Holmes

In Uno studio in rosso, che lei cita in esergo, Arthur Conan Doyle definisce Londra «quel gran pozzo nero dal quale tutti i perdigiorno e gli sfaccendati dell’Impero vengono irresistibilmente inghiottiti». Come interpreta quest’affermazione del papà di Sherlock Holmes?

Può sembrare una critica di Londra e di chi ci vive. Ma tra i perdigiorno e gli sfaccendati ci sono anche gli eroi della vicenda, Holmes e il dottor Watson. Se aggiorniamo l’espressione al presente, potremmo dire che Londra continua a essere il pozzo nero che attira tutti i disoccupati e gli immigrati del mondo intero, a cui grosso modo equivaleva un secolo fa il British Emmpire, che fu l’impero più grande della storia, disseminato su un quarto delle terre emerse del globo. Nonostante la Brexit, non c’è altra città sulla terra che rappresenti un tale miscuglio di razze, religioni, culture. Ed è proprio il mix a renderla speciale, come e per certi versi più della sua gemella New York dall’altro lato dell’oceano: nemmeno a New York sarebbe facile immaginare un sindaco musulmano, figlio di un immigrato pakistano che faceva l’autista di bus, ma a Londra è già successo con il laburista Sadiq Khan.

 

Quali somiglianze e quali differenze ha riscontrato tra la Londra di Sherlock Holmes e quella attuale?

Ovviamente le differenze sono tante: lo skyline della Londra odierna somiglia appunto più a quello di New York, sormontato com’è di grattacielli, che a quello della Londra del tempo di Conan Doyle. Ma ci sono anche somiglianze. Londra rimane una città di quartieri fatti di casette georgiane o vittoriane a tre-quattro piani, in centro come in periferia. In certe strade ci sono ancora lampioni a gas che la fanno sembrare simile alla Londra di Dickens. Ci sono pub centenari e angoli in cui parte essersi fermato il tempo. E pedinando Sherlock Holmes, nelle pagine del mio libro, si possono scoprire posti in cui non sempre arrivano i turisti”.

Una visita a Londra in compagnia di Sherlock Holmes

Cos’è rimasto di Sherlock Holmes e delle opere di Arthur Conan Doyle nella cultura inglese e in quella londinese in particolare?

È rimasta una certa idea dell’Inghilterra, quella di una nazione che, parafrasando Il gattopardo, è stata capace di cambiare tutto pur mantenendo qualcosa di immutato: l’accento dell’upper class e della classe lavoratrice; la passione per il tè; l’understatement, il fair-play e il sense of humour, tre caratteristiche che Holmes ben reassume in sé e che suggerisco ai lettori di imparare a conoscere, studiandone il significato su un dizionario. E poi la fede nella razionalità, nella medicina, nella scienza, concetti che i problemi del giorno d’oggi, a partire dal Coronavirus, rendono ancora più necessari.

 

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Questo viaggio per Londra cosa le ha fatto scoprire di Sherlock Holmes? E della stessa Londra?

Di Sherlock Holmes mi ha fatto scoprire i tanti modi in cui continua a esistere: c’è perfino una “escape room” intitolata a lui, una specie di gioco in cui bisogna cercare di uscire da una stanza sfruttando i suoi insegnamenti. E di Londra tanti aspetti: qui ne cito solo uno, il St Bartholomew Hospital in cui Holmes fa la conoscenza di Watson, l’ospedale più antico della città, attorno al quale ci sono tante altre cose interessanti, la targa che ricorda il luogo in cui fu squartato lo scozzese Braveheart, la chiesetta del film Quattro matrimoni e un funerale, l’antico mercato del bestiame, con gli unici pub che servono alcolici alle sei del mattino, quando i facchini hanno già fame e soprattutto sete. Ah, questo viaggio mi ha fatto scoprire anche un’altra cosa: nei romanzi e racconti di Conan Doyle, Sherlock Holmes non ha mai pronunciato la proverbiale espressione «Elementare, Watson». Ma la sua fama è così grande che è entrata lo stesso nel nostro linguaggio di tutti i giorni.


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Per la prima foto, copyright: Charles Postiaux su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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