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Una verità diversa sulla Primavera araba, andare oltre le apparenze

Una verità diversa sulla Primavera araba, andare oltre le apparenzeIl 2011 è stato, per il mondo arabo, un anno di grandi stravolgimenti, essendosi concentrati in pochi mesi gli eventi che facciamo ricadere sotto il nome di Primavera araba.

Egitto, Tunisia, Libia e Siria sono stati attraversati da movimenti di piazza che sono riusciti a scardinare il potere costituito fino alla cacciata di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi. Ma cosa è realmente accaduto in quel 2011? Possiamo parlare di rivoluzioni, oppure sono stati dei movimenti effimeri non in grado di incidere sulla vita politica di quei Paesi? Possiamo davvero ritenere che abbiano solo prodotto del caos da cui ha tratto beneficio solo il terrorismo dell’Isis?

A distanza di cinque anni, di questo abbiamo parlato con Gianluca Solera, già consigliere politico al Parlamento Europeo e Coordinatore delle Reti della Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture, attuale collaboratore del COSPE (Cooperazione allo sviluppo dei paesi emergenti), in qualità di direttore dipartimento che si occupa di diritti, interculturalità, cittadinanza, beni comuni, e politiche e campagne in Italia, Europa e Mediterraneo.

Autore di Riscatto mediterraneo – voci e luoghi di dignità e resistenza (edito da nuovadimensione), Solera ha provato a leggere la Primavera araba in una luce nuova, svelandone i fattori che noi occidentali non sempre siamo riusciti a cogliere e indicandone le linee di continuità con alcuni movimenti di protesta che hanno attraversato i Paesi europei del mediterraneo.

 

Lei è uno dei pochi a proporre un’immagine diversa della Primavera araba, tanto che arriva a riconoscere un legame con i movimenti di protesta che agli inizi degli anni Dieci hanno attraversato anche molti Paesi europei. Al di là delle somiglianze che lei ben coglie nel libro, perché ritiene che questa lettura/interpretazione possa aiutare di più nella comprensione di quei nuovi movimenti sociali?

Effettivamente, la lettura che propongo esce fuori dalla narrativa comune, nella quale il Mediterraneo è visto come linea che separa mondi che seguono traiettorie distinte. Nel mio testo, parlo di un vero e proprio effetto di contagio tra movimenti arabi rivoluzionari e movimenti europei per i diritti e contro la crisi, un contagio che si è manifestato nella concatenazione di eventi di protesta a partire dalla fine del 2010, così come nei contenuti proposti da questi movimenti e nelle modalità di organizzazione e di espressione. Questa mia lettura “trans-mediterranea”, che si è alimentata di numerose testimonianze e incontri con alcuni dei protagonisti di questi movimenti, è certo utile a capire che non è vero che i giovani arabi protestassero semplicemente contro la repressione della libertà di espressione e dei diritti politici, da un lato, e i giovani europei protestassero contro la disoccupazione e le ingiustizie del sistema economico, d’altro lato. Ricordiamoci infatti dello slogan primordiale di quella che noi occidentali abbiamo soprannominato “Primavera araba”: Lavoro, Libertà e Giustizia sociale, slogan nel quale economia, società e politica sono posti sullo stesso piano. Una tale lettura, però, serve anche a capire che lo svuotamento di diritti politici, socio-economici, culturali o ambientali di cui soffre soprattutto la gioventù è il risultato di una crisi di sistema che va oltre le configurazioni geo-politiche o identitarie attuali. Lo scontro tra Politica e Finanza che ha caratterizzato la crisi greca si manifesta anche in Paesi come Egitto e Tunisia, e la contrazione degli spazi di critica e dissenso che schiaccia la gioventù egiziana o siriana si manifesta secondo modalità di criminalizzazione e contrapposizione che ritroviamo (pur se a scala differente) anche in diversi Paesi europei. Dobbiamo, a mio avviso, pensare e agire a partire dall’idea che non vi sia più un “Nord” ed un “Sud” attorno al Mediterraneo, se vogliamo costruire una prospettiva positiva per gli abitanti della regione.

Una verità diversa sulla Primavera araba, andare oltre le apparenze

Non tutti sono d’accordo nel definire quelle della Primavera araba delle rivoluzioni. Possiamo provare a delineare le ragioni per cui, secondo lei, invece possono essere considerate tali?

I giovani che hanno partecipato a quei massicci movimenti di protesta che hanno portato alla caduta o alla delegittimazione di regimi autoritari in Paesi come l’Egitto, la Libia, la Tunisia o la Siria definiscono quella fase storica come “rivoluzione” e così l’hanno vissuta o la vivono, mettendo a repentaglio la loro vita per il bene del loro Paese. Poi, noi potremo decidere di definire quella stagione come vogliamo, nella nostra “saggezza” di analisti, ricercatori o commentatori, ma per me il dato che conta è che i giovani che hanno fatto quella stagione siano stati animati da uno spirito rivoluzionario. La parola araba che corrisponde a “rivoluzione” è at-Thawra, che proviene dal verbo Thāra, tra i cui significati vi è quello di sollevarsi contro un’autorità oscura o ingiusta. Questo è esattamente quanto è successo. D’altronde, ritengo che non dovremmo neppure pretendere che una sola generazione riesca a trasformare nel giro di due o tre anni una società corrotta o sottomessa da decenni a un nucleo di potere ristretto. Quando guardiamo alla Rivoluzione francese della fine del XVIII sec., ad esempio, non ci viene in mente di cambiargli di nome, nonostante il fatto che abbia generato un colpo di Stato che portò Napoleone Bonaparte al potere nel 1799, e nonostante il fatto che i principii della Déclaration des droits de l'homme et du citoyen si ritrovino solamente nei testi costituzionali adottati dopo la seconda guerra mondiale. Ancora una volta, ho l’impressione che ci troviamo di fronte a un approccio orientalista nel leggere i sommovimenti sociali che interessano l’altra riva del Mediterraneo, quando si nega loro la possibilità di richiamarsi a un’esperienza rivoluzionaria. Detto questo, il processo è lungo, e la Controrivoluzione in molti Paesi ha reagito nel migliore dei modi per distruggere lo spirito del 2011, una Controrivoluzione che è stata assecondata anche da noi europei – come in Egitto – oppure ignorata – come in Siria. Il processo è lungo, ma genererà i suoi frutti; il primo di questi è già maturato, ovvero il fatto che quella generazione abbia rotto la barriera della Paura.

 

In apertura del libro, cita la definizione che Fernand Braudel dà del Mediterraneo come incrocio. Perché oggi, invece, siamo attraversati da movimenti che inneggiano alle barriere? È la paura che prevale sulla Storia, oppure ci possono essere altre ragioni?

Se visitate la Basilica di san Marco a Venezia, noterete sulla facciata un affresco dedicato alla trafugazione delle reliquie di san Marco Evangelista da Alessandria d’Egitto da parte di alcuni mercanti veneziani. Le reliquie vennero nascoste sotto della carne di maiale, cosa che permise ai mercanti di evitare i controlli dei doganieri arabi. I doganieri sono raffigurati, come nell’immaginario coevo, barbuti, e vestiti di tonache, insomma, non proprio “belli” secondo i canoni dell’epoca. Quell’immaginario non è cambiato di molto al giorno d’oggi, e i barbuti restano il simbolo del pericolo, della barbarie e dell’arretratezza. La paura del diverso, che nasce dalla non-conoscenza e dall’esternalizzazione in un’identità nemica delle contraddizioni interne al nostro sistema, è all’origine delle imprecazioni contro i nuovi mori, imprecazioni che fanno la fortuna di giornali e partiti politici. Eppure, non è colpa degli Arabi se il nostro mercato del lavoro si è fatto più avaro e precarizzante, né se la corruzione ha intaccato le fondamenta dello Stato moderno, né se la Chiesa ha perso la sua autorità morale. E non è solo colpa degli Arabi se alcuni giovani musulmani europei si sono dati alla lotta armata. L’unica vera alternativa alla narrativa della Paura è la costruzione di un progetto di civiltà e sviluppo condiviso tra le due sponde del Mediterraneo, nel quale si mettano davanti le sfide sociali, economiche e civili comuni e si riconoscano le eredità culturali e religiose come una risorsa nella ricerca di risposte a queste sfide. La contrapposizione tra chi predica l’istituzione di uno Stato islamico, da un lato, e chi difende il modello della “Fortezza Europa” d’altro lato, alimenta le campagne ideologiche e politiche di entrambe le parti. Le barriere servono innanzitutto a chi le erige per giustificare la propria lettura del mondo, ma non fermeranno mai un fenomeno che, oltre a essere parte della storia dell’Umanità, è anche un diritto inviolabile della Persona: la mobilità. E se immaginassimo uno spazio di mobilità euro-mediterranea? Certo, questo ci costringerebbe a rivedere le nostre ambigue relazioni con i regimi della regione, così come le nostre intermittenti politiche di accoglienza; ritengo, tuttavia, che sul lungo termine i beneficii in termini di stabilità, comprensione mutua e opportunità di sviluppo sarebbero superiori a rischi e costi.

Una verità diversa sulla Primavera araba, andare oltre le apparenze

A proposito della Tunisia, lei racconta il sit-in dinanzi all’Assemblea Costituente mentre erano in corso le votazioni per la nuova costituzione e nota, in particolare, la suddivisione interna al fronte dei manifestanti. Quanto hanno inciso queste divisioni sull’esito delle rivolte tunisine?

Quell’episodio rivelava la frattura tra società civile secolare e organizzazioni di ispirazione religiosa all’interno del Paese. La divisione tra “secolari” e “religiosi” è stata una delle ferite che ha permesso agli interessi della Controrivoluzione di ritornare in scena in differenti contesti. Dove la divisione è stata superata, pur nella sofferenza, alcune delle rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari del 2011 sono state perseguite (è il caso della Tunisia). Dove la divisione è degenerata in scontro aperto, la Controrivoluzione ha avuto gioco facile (è il caso dell’Egitto). Il ruolo della società civile tunisina nell’evitare l’implosione del Paese dopo il 2011 è stato determinante; buona parte della società civile era di tradizione laica, ma vi è stata una nuova società civile di ispirazione religiosa, che si è avvalsa del nuovo clima liberale post-2011 per emergere, che ha cominciato a interessarsi al progresso del Paese in un’ottica di dialogo. Durante il Forum sociale mondiale che si tenne a Tunisi nel 2013, questa società civile era ben presente. Il dialogo tra “secolari” e “religiosi” è una condizione sine qua non per sottrarre quei Paesi alle grinfie dei gruppi di potere politico di natura ereditaria, del capitalismo selvaggio e delle forze armate. Le intransigenze di entrambe le parti hanno danneggiato la Tunisia e facilitato l’affermazione di gruppi religiosi più radicali, tra i quali sono cominciate a circolare le armi, da un lato, e il ritorno dello Stato di Polizia, d’altro lato. Oggi, molti parlano in Tunisia di Failed State. Lo Stato è al collasso, le istituzioni sono fuori gioco e lo stato di emergenza non facilita la situazione. In assenza di Ministero della Giustizia (la responsabilità è ad interim al Ministero della Difesa, con un evidente problema di indipendenza della giustizia e di confusione di ruoli, visto che la Difesa è responsabile dell'Esercito), cento poliziotti sono stati licenziati nel mese di settembre per legami col terrorismo, ma senza inchieste in corso per verificarne le responsabilità. In tutto ciò, la legge antiterrorismo, che il Presidente della Repubblica ha affermato dopo l’ultimo attentato di fine novembre di voler applicare in maniera dura, e una legge in discussione sulla protezione delle forze dell'ordine, che darebbe ancora maggiori poteri a Polizia e militari e li esenterebbe da ogni tipo di accountability, sono i segnali del ritorno dello Stato di Polizia, espressione del fallimento di un modello di Stato basato sui diritti e sul lavoro. Allargamento dei diritti, rispetto della nuova Costituzione, risanamento economico e sociale delle regioni più povere, giustizia di transizione, spazi culturali e sociali sono in realtà i mezzi per vincere il terrorismo senza riportare uno Stato di Polizia. Ricordiamo che i giovani rivoluzionari del 2011 provengono dagli stessi quartieri emarginati da cui provengono le reclute dell’Islam radicale. A mio avviso, solo il dialogo tra le forze di progresso e l’Islam politico che non abbraccia incondizionatamente il capitalismo neoliberale può ricucire la divisione tra “secolari” e “religiosi”, e riportare al centro le aspirazioni della Rivoluzione dei gelsomini.

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Raccontando quanto accaduto in Egitto, lei scrive: «I salafiti tolleravano la musica, anzi applaudivano e piangevano all’udire inni patriottici, i cristiani copti formavano una catena attorno ai musulmani genuflessi». Quale fu il ruolo della religione? E come si riuscì a superare una divisione che appare quasi inconciliabile?

Durante la Rivoluzione del 2011, gli egiziani avevano rovesciato il paradigma della religione come fattore di regolazione del sistema di Potere. Dopo l’inizio della Rivoluzione tunisina, scoppiò un’autobomba davanti alla chiesa copta di al-Qiddīsayn ad Alessandria d’Egitto (esattamente la notte tra il 31 dicembre 2010 e il 1 gennaio 2011), e il governo egiziano accusò dell’attentato una fazione palestinese, e montò una campagna per l’unità nazionale adducendo la presenza di fazioni che volevano dividere il Paese. Dopo la caduta di Moubarak, i servizi segreti europei rivelarono però che lo stesso Ministero degli Interni egiziano era implicato nell’attentato alla chiesa copta. Ovvero, il regime aveva tentato di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica egiziana da quanto stava succedendo in Tunisia; ma non servì. Ricordo che quando lavoravo alla fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture, la cui sede è dislocata ad Alessandria d’Egitto, il regime egiziano precedente la Rivoluzione del 2011 bloccò un progetto sul dialogo tra comunità religiose di una zona depressa dell’Egitto adducendo che non ce ne fosse bisogno, e che il dialogo interculturale fosse una questione inter-statale (tra Stati), e non intra-statale (all’interno di uno stesso Stato). Questo, in base a una logica che considerava la religione un regolatore del sistema di Potere interno. Con la Rivoluzione del 2011, invece, nelle strade si gridava: «Cristiani e musulmani, mano nella mano». I giovani, liberi di esprimersi, senza la Polizia alle calcagna, con l’apparato di Propaganda in difficoltà, avevano esplicitato una visione straordinariamente moderna, di cui oggi anche in Europa necessiteremmo, ovvero che ciò che divide e impedisce armonia, cooperazione, progresso e offerta di nuove opportunità non sono le identità; le identità non sono intrinsicamente ostacolanti la costruzione di spazi comuni, di coesistenza e stabilità. Ciò che ostacola la costruzione di questi spazi è il fatto che alcuni hanno accesso ai diritti fondamentali, altri no; è il differenziale di accesso ai diritti, e quindi l’ingiustizia ad alimentare le divisioni.

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La rivolta egiziana era anche rivolta contro an-Nizhām, “il sistema”. Qual era il sistema di potere contro cui si scese in piazza?

Era un sistema basato sull’accentramento dei mezzi di produzione tra lo Stato, sotto l’ombra lunga dell’esercito (in Egitto, l’esercito è anche un’impresa che costruisce le grandi infrastrutture e gestisce una parte del sistema alberghiero), da una parte, e alcuni imprenditori privati legati al regime, d’altro lato. La corruzione era profondamente radicata, dai livelli amministrativi locali ai quadri dirigenziali del partito di Moubarak (al-Hizb al-Watanī al-Dīmuqrātī), alle forze dell’Ordine pubblico. Chi era figlio di un portiere era destinato a fare il portiere; la mobilità sociale era bassissima, e la democrazia era intesa come sistema di legittimazione nei confronti della classe dirigente, ovvero: non vi era democrazia locale, i sindaci erano eletti dalla Presidenza della Repubblica (e così è tuttora con al-Sīsī), non vi erano corpi intermedi indipendenti che mediassero tra l’autorità centrale e i cittadini, i sindacati erano controllati dal regime, le autorità religiose nominate dalla Presidenza, le associazioni erano strettamente scrutinate da forze dell’Ordine e ministero degli Affari sociali (e così è ora ancor più con al-Sīsī). Era un sistema in cui le differenze sociali erano straordinarie: da una parte, incrociavi per i viali del Cairo le migliori automobili delle case tedesche, d’altro lato, molti fellāhīn, contadini, non avevano accesso a servizi igienici basilari. La rivolta contro an-Nizhām era innanzitutto una rivolta contro l’ingiustizia sociale.

 

Dal suo racconto di quanto accaduto in Libia emerge una differenza rispetto a Egitto e Tunisia: i rivoltosi erano dotati di armi e credo si possa anche aggiungere che potevano contare su un appoggio occidentale anti-Gheddafi. Al di là degli esiti, perché, secondo lei, la mobilitazione occidentale in Libia è stata più forte rispetto agli altri due Paesi? Solo ragioni politiche ed economiche?

Non metterei a confronto la Libia con Tunisia ed Egitto, dove la rivoluzione del 2010-2011 riuscì a far cadere il vertice del regime in pochi giorni. Metterei a confronto la Libia con la Siria, poiché in entrambi i Paesi il regime ha represso nel sangue la protesta. Credo che la mobilitazione occidentale in difesa della protesta sociale sia stata più veloce in Libia per la presenza dei giacimenti petroliferi e l’assenza di grandi potenze nel Paese. La Siria si ribellò esattamente un mese dopo, e l’Occidente ha lasciato che il regime di al-Asad militarizzasse lo scontro sociale. Questa palese differenza di trattamento si spiega nell’assenza di petrolio in Siria e nella presenza in quella regione di grandi potenze. È una spiegazione forse primitiva, ma comprensibile. Detto questo, gli stessi rivoluzionari libici chiedevano protezione internazionale contro l’avanzata dell’esercito regolare verso Benghazi, così come i rivoluzionari siriani chiedevano la chiusura dei cieli per evitare l’uso dell’aviazione militare da parte del regime di Damasco. È bene infine segnalare, per evitare malintesi, che le proteste in Libia e in Siria iniziarono in forma pacifica. In Libia, in particolare, la protesta crebbe a partire dal movimento di famigliari delle vittime del massacro nella prigione libica di Abū Selīm, che fin dal 2008, ogni sabato, si concentrava in una piazza di Benghazi per chiedere verità sul massacro, nel quale perirono 1270 oppositori politici. Nel febbraio del 2011, dopo la caduta di Moubarak, quello che era un manipolo di parenti di vittime si trasformò in un movimento popolare, a cui il regime rispose con una dichiarazione di guerra. Le armi vennero imbracciate dalla protesta per difendersi dalla repressione di regime.

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Secondo alcuni analisti e osservatori, l’esito di queste rivolte sarebbe stato positivo per la pars destruens (la cacciata di Ben Ali, Mubarak e Gheddafi, ad esempio), ma negativo per la pars construens perché l’assenza di movimenti e partiti politici in quelle piazze ha reso impossibile il concretizzarsi di queste rivolte in qualcosa di più solido. A quasi tre anni di distanza dal suo libro, cosa resta di quelle rivoluzioni? Davvero possiamo dire che non hanno avuto alcun seguito?

Non si può dire che le rivoluzioni non abbiano avuto seguito. La barriera della Paura, del timore del regime, è stata abbattuta, ma molto deve ancora esser fatto per dare seguito alle rivendicazioni del 2011. Parlando con i giovani rivoluzionari egiziani, ad esempio, questi riconoscono di aver fatto degli errori di fondo: di aver lasciato la Piazza affidando la ricostruzione del Paese all’esercito; di aver confuso la democrazia con l’elettocrazia (pensando che fosse sufficiente mettere in piedi un sistema elettorale multipartitico per garantire accesso ai diritti politici, sociali ed economici); e di aver creduto che la lotta urbana fosse sufficiente a trasformare il Paese, mentre alle prime elezioni libere vinsero le forze che avevano radicamento nelle campagne e nelle cittadine, come i Fratelli musulmani. Il cambiamento auspicato richiederà, dunque, molto tempo e molte energie, che purtroppo la Controrivoluzione sta ora colpendo. Ritornano le forze della restaurazione, ma la gioventù, che rappresenta i 2/3 della popolazione di quei Paesi, è cambiata, e ha sperimentato che è possibile sfidare il Potere costituito. In questo, non vi è più via di ritorno: il passaggio culturale tra il pre-2011 e il post-2011 è avvenuta in forma di risposta generazionale. Ora, i giovani che lottano per il cambiamento in quei Paesi beneficerebbero molto di un appoggio strategico regionale per la democrazia e i diritti, se questo fosse portato avanti a livello trans-mediterraneo o euro-mediterraneo. Ci sarebbe bisogno di convocare qualcosa che potremmo chiamare gli «Stati generali dei movimenti sociali del Mediterraneo», a cui partecipino gruppi, movimenti, iniziative e formazioni politiche della Spagna, della Grecia o dei Balcani, ad esempio, così come dei Paesi arabi della regione, che si riconoscono nello spirito del 2011. Sono convinto che non vi siano soluzioni locali alla crisi, e che la riappropriazione cittadina degli spazi pubblici sia una leva su cui costruire proposte e iniziative politiche a scala regionale, che faccia tesoro del fervore di riscatto civile che ha investito la regione negli ultimi anni. Sarebbe un appuntamento militante, per ragionare sugli scenari di cambiamento e giustizia sociale, e ispirare una stagione storica nuova. Porrebbe le basi per alimentare una cooperazione organica tra movimenti del nord e del sud del Mediterraneo, che evolva poi verso un progetto di azione politica comune. L’affermazione di una nuova classe politica per i diritti in Egitto o il consolidamento della società civile democratica in Siria non sono affari interni ai quei Paesi, ma parte di un processo di liberazione e integrazione di scala regionale. Lottare per la democrazia e il diritto in un Paese della regione significa dare una chance in più alla stabilizzazione dell’area e all’affermazione di un progetto di integrazione e cooperazione.

Una verità diversa sulla Primavera araba, andare oltre le apparenze

Le sembra credibile la posizione per cui la confusione generata a seguito della Primavera araba avrebbe consentito l’affermarsi dell’islam radicale e, in alcuni casi, involontariamente favorito l’avanzata dell’Isis?

Trovo questa tesi ipocrita e disonesta. Non è la confusione della “Primavera araba” ad aver dato carica all’Islam fondamentalista, ma gli errori di una parte della classe dirigente dei Fratelli musulmani, l’incapacità di dialogo e visione comune tra “secolari” e “religiosi”, e l’ambiguità della Comunità internazionale nei confronti dei regimi arabi autoritari in nome di interessi economici, commerciali e militari.

Circa l’Isis, che è nata nel ventre molle iracheno per poi allargarsi ai territori della Siria – prima di diventare un’impresa transnazionale che opera in franchising – direi che sia stata piuttosto l’inazione della Comunità internazionale di fronte alla coraggiosa mobilitazione della gioventù siriana ribelle, da una parte, e la strategia perseguita dal regime di Damasco di militarizzare e islamizzare la rivoluzione democratica siriana, d’altra parte, a favorirne l’avanzata.


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