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"Una storia nera", la famiglia malata di Antonella Lattanzi

"Una storia nera", la famiglia malata di Antonella LattanziMondadori ha da poco pubblicato Una storia nera, un nuovo romanzo di Antonella Lattanzi, scrittrice e sceneggiatrice barese da tempo trapiantata a Roma.

Non si tratta, come potrebbe far pensare il titolo, di un noir o di un thriller in senso classico, anche se non mancano alcuni elementi tipici della narrativa di genere: una persona scomparsa, il ritrovamento di un cadavere, un processo per omicidio. Questo è, prima di tutto, un romanzo che racconta una rapporto coniugale malato.

Carla e Vito si sono conosciuti giovanissimi, si sono sposati e hanno messo al mondo tre figli: Nicola e Rosa, ormai adulti, e Mara, che è nata a molti anni di distanza dai fratelli e che ora sta per compiere tre anni. Quello che è ancora troppo piccola per capire è che, dopo anni di violenze domestiche di tutti i generi Carla ha detto basta e ha chiesto la separazione da Vito, maschio strafottente, con una soffocante famiglia pugliese che lo ha sempre difeso a spada tratta, e ora sta cercando faticosamente di rifarsi una vita, anche frequentando Manuel, che potrebbe diventare il suo nuovo compagno.

Per la festa del terzo compleanno di Mara, però, Carla si lascia convincere a riunire di nuovo tutta la famiglia nella casa dove vive con la bimba, invitando a cena i figli più grandi, che sono andati a vivere per conto loro, e l'ex marito.

La serata sembra scorrere con serenità e senza incidenti, ma dal momento in cui Vito lascia la casa di Carla a tarda sera le sue tracce sembrano perdersi nel nulla: il suo telefono tace e nessuno ha la più pallida idea di dove sia finito, nemmeno i parenti pugliesi o Milena, la donna con cui ha una relazione, iniziata in realtà molti anni prima della separazione dalla moglie.

 

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Ma non è solo la rivelazione della sua doppia vita a complicare l'indagine sulla sua scomparsa e i successivi sviluppi, perchè tutti i personaggi coinvolti nella vicenda appaiono per qualche motivo opachi e ambigui, impegnati a nascondere qualcosa, a non dire apertamente la verità su tutto ciò che li riguarda, ed è questo che affascina il lettore,che fino all'ultima pagina non potrà dirsi del tutto sicuro di quanto gli viene raccontato dai differenti punti di vista.

Abbiamo fatto qualche domanda ad Antonella Lattanzi nel corso di un incontro riservato ai blogger che si è tenuto a Milano.

 

La vicenda raccontata nel libro è complessa. È partita sapendo già tutta la storia dall'inizio alla fine, oppure l'ha costruita scrivendo?

Sono partita da una scaletta che comprendeva circa metà libro. Quando sono arrivata a metà ho steso la scaletta successiva, perchè era un libro troppo basato sulla trama per poter improvvisare. L'ho trattato come se fosse la sceneggiatura per un film, segnando punto per punto tutto quello che doveva accadere e come dovevano evolvere i personaggi. Poi, naturalmente, mentre scrivi tante cose cambiano e aggiusti il tiro, però il meccanismo doveva essere molto preciso, a differenza dei miei libri precedenti.

Avevo rimaneggiato spesso il mio primo libro, riscrivendo più volte certe parti e soprattutto il finale, mentre qui il finale l'ho scritto una volta sola perché era stato pensato molto prima della stesura. Quando con la mia editor abbiamo provato a togliere o ad aggiungere qualcosa, ad esempio per cercare di ampliare il ruolo di un personaggio che ci piaceva, tutto finiva per crollare.

"Una storia nera", la famiglia malata di Antonella Lattanzi

Questo è un noir non convenzionale perché il mistero viene svelato presto: qual era l'idea da cui è partita e come ha lavorato sul linguaggio?

La mia idea iniziale arrivava solo fino alla soluzione della scomparsa di Vito, però già in partenza succedeva subito, non m'interessava tanto il "chi ha ucciso chi" quanto la ricaduta di tutto ciò sui personaggi, e cosa fosse successo davvero rimane un punto di domanda fino alla fine.

La lingua cambia a seconda del romanzo che scrivi, anche se la voce resta la tua. Questo è scritto in modo diverso rispetto ai libri precedenti, tra l'altro è anche molto più breve. Ho cercato di creare un ritmo ossessivo della narrazione, come in Con devozione volevo dare il senso della dipendenza.

 

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Cosa voleva fare emergere come dinamiche fondamentali della famiglia?

L'impossibilità di staccarsi del tutto dall'imprinting familiare, e quindi l'impossibilità di essere persone senza passato. Tu puoi essere migliore dei tuoi genitori, però il tuo passato è quello, e tu sei un loro prodotto: non puoi cancellare o dimenticare, puoi lottare per essere diverso, ma non sarà mai una lotta semplice.

 

Chi riceve violenza è facile che poi diventi una persona violenta?

Sì, anche perché sei comunque una persona danneggiata. È difficile tornare integri, smettere di sentirsi danneggiati. Anche l'amore diventa un mezzo, una scusa, qualcosa dietro cui nascondersi.

Uno dei temi fondamentali per me era capire cosa sarebbe successo ai figli nel corso degli eventi, se avrebbero difeso la madre o sarebbero passati dalla parte del padre, perché un fatto del genere ti ridefinisce come essere umano.

 

Nel libro si avvertono delle stoccate al sistema italiano della giustizia…

Sì, perché è vero che le donne vittime di violenza sono spesso lasciate sole a morire. E quindi una donna in questa situazione è costretta a chiedersi: cosa faccio? Devo proprio morire?

 

Anche il giudice donna sembra però disinteressarsene. La violenza è dunque qualcosa che non colpisce finché non tocca personalmente?

È difficile aiutare una donna vittima di violenza, perché in lei rimane sottile il confine tra odio per la violenza e amore che rimane. Credo che il confine sia di tutti noi. Tutti noi possiamo vivere un amore che ci fa male senza uscirne. Sta a ciascuno di noi capire che se una persona ti fa male vuol dire che non ti ama, anche se subito dopo ci fa del bene. Questa è la trappola, soprattutto da parte degli uomini violenti che diventano angeli dopo averti picchiato.

Non c'è una sola classe sociale in cui accadono queste cose, possono capitare a tutti ed è molto importante descrivere come un uomo violento può essere anche ricco, benvoluto, stimato, perché queste cose non si verificano solo nelle classi sociali basse.

 

Forse per una persona che ha comunque una facciata pubblica è più facile nascondere quello che fa in casa?

Vito è uno che non ha mai piacchiato altre persone, nemmeno i figli, ma soltanto la moglie. La sua famiglia lo vede come un santo o un eroe e per lui picchiare la moglie è un segno d'insicurezza. Si sente sicuro dell'amore dei figli, ma non di quello della moglie di cui è geloso. La violenza esprime la sua insicurezza.

 

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Nel processo sembra di aver trovato subito un mostro, ma quando cala l'interesse mediatico cambiano anche le prospettive.

Sì, l'opinione pubblica spesso decide che delle persone sono colpevoli e continua a ritenerle tali anche nel caso in cui la giustizia le assolva. Se invece, a un certo punto, decide che sono innocenti, dimentica tutto quello che è stato detto prima e le assolve.

Chi è sotto processo lo è sempre due volte. Da parte dello Stato e da parte dell'opinione pubblica, e questo fa molto male a chi sta intorno, come ad esempio i figli di un accusato, che resterà tale per sempre agli occhi della gente.

"Una storia nera", la famiglia malata di Antonella Lattanzi

Anche i lettori diventano giudici: io mi ero fatta una certa opinione dei personaggi all'inizio del romanzo, ma è cambiata proseguendo nella lettura…

A me fa piacere se il lettore cambia opinione, perché ho cercato di raccontare tanti aspetti diversi della storia e del personaggio e di fare in modo di non raccontare una storia scontata, ma dove entrassero a poco a poco elementi nuovi a modificarla. Se il lettore cambia idea è perché il dettaglio nuovo lo ha colpito, e così io ho raggiunto il mio scopo.

 

Quanta importanza hanno nei suoi romanzi le ambientazioni? Roma è ricorrente, qui c'è anche Massafra, in Puglia, mentre nel libro precedente si parlava di Bari.

Sono importanti perché cerco sempre di scrivere di luoghi che conosco. Bari è la mia città d'origine, ma vivo a Roma ormai dal 2001 e quindi la conosco bene. Per me le città nei romanzi sono importantissime: qui c'è il caldo dell'estate romana, il freddo che avvolge il processo, i gabbiani che sono il simbolo di una Roma nera che incombe sui personaggi, le descrizioni di luoghi precisi dove ti puoi riconoscere, per me sono trama tanto quanto il resto. Cerco di raccontarli come parte della trama e non come contorno.

 

In effetti la narrazione è molto cinematografica, come in quei film dove si usa il cambio delle stagioni per sottolineare lo stato d'animo dei personaggi.

Ci sarà un film tratto da questo libro, anche se per ora non posso dirvi granché su questo.

 

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Non pensa che un film tratto da questo libro potrebbe essere meno bello del libro stesso?

A me invece il progetto incuriosisce molto, perché è la prima volta che pensano di fare un film da un mio libro, e mi piace l'idea che possa cambiare qualcosa, cioè che cosa un regista veda dentro questa storia che io non ho visto. Scrivo sceneggiature, e di questo mi piace il fatto di non essere poi la regista, di dover piegare la scrittura alle idee di un'altra persona. Non sono gelosa del mio romanzo ma molto curiosa di cosa si possa scegliere di eliminare o rivedere. Sarò comunque co-sceneggiatrice.

 

Quanto sarebbe disposta a vedere modificare della sua storia? Perché questo in fondo resta il nodo principale delle trasposizioni cinematografiche.

Spero che non si cambi poi tanto. Un regista mi chiamò per il primo romanzo Con devozione e mi chiese se avevo voglia di fare con lui un film in cui si mettessero anche tutte le cose sul tema della droga che io avevo visto, ma che poi non avevo inserito nel romanzo. L'idea mi piaceva tantissimo, ma poi non se ne è fatto nulla. Anche qui si potrebbero inserire altre cose che non ho messo nel libro.

 

È più difficile scrivere d'odio o d'amore?

Per me forse d'amore. Scrivo più facilmente storie nere che storie felici: per me sarebbe più difficile scrivere una storia d'amore positiva, forse perché c'è meno da dire.

In fondo le storie infelici, pure senza l'elemento noir, fanno nascere più riflessioni e offrono più argomenti, mentre la felicità è sempre una.

 

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Qual è il suo pensiero sulla gelosia?

Sono una persona gelosa, ma penso malissimo della gelosia, che per me non ha tanto a che fare con l'amore, quanto con l'insicurezza e con il possesso. Tento di tenerla a bada perché non è un bel sentimento. Forse l'ho raccontata anche per questo, per esorcizzaarla. Se poi diventa ossessione, e violenza non solo fisica ma anche psicologica, si trasforma in un sentimento orrendo che può distruggere la libertà dell'altro.

Io l'ho vissuta e subita. Non sei mai creduto, perché la persona vede in te cose che non esistono se non nella sua mente. Porta alla morte di una relazione.

 

Qual è il rapporto che ha con il fascino della donna, con la femme fatale tipica dei noir che qui è rielaborata?

Il fascino femminile, ma anche maschile, di per sè è una cosa bella. Il fascino è il talento della mia protagonista, quando però lo si usa per i propri fini negativi, allora mistifica la realtà, può diventare un'arma potentissima e persino letale.

 

Ha scritto tre romanzi conclusi. Non ha mai pensato di creare un personaggio seriale?

Non mi sono mai vista come una scrittrice seriale, cerco di dire in un romanzo tutto quello che ho da dire su quella storia. Poi non si sa mai. Un mio amco mi ha suggerito di scrivere la storia di Mara adulta, del resto questo è il mio unico libro che potrebbe avere un seguito.

 

Come mai nel noir di femminicidio parlano solo le autrici e non gli autori?

Forse non li tocca così da vicino, perché gli uomini, se non lo fanno, pensano di esserne immuni, e che la cosa non li riguardi. Gli uomini che usano violenze mentali pensano che siano diverse da quelle fisiche.

 

Quando è giusto che una storia finisca?

Appena prima di pensarlo. Va finita sempre appena un po' prima di quando hai detto tutto.

Se sfami il lettore, quando uno chiude il libro è soddisfatto, mentre dovrebbe avere ancora fame.

 

Vale anche per le sceneggiature?

Lì è diverso, perché c'è la presenza del regista che decide. Conta sulle singole scene, che vanno staccate prima perché uno abbia voglia di andare avanti.

 

Se il lettore deve restare con la fame, come si rapporta con la letteratura di genere, che deve concludersi sempre?

Questo infatti non è un noir in senso classico: alla fine tendi a chiederti cosa faranno dopo i personaggi e questo succede anche con i romanzi di Simenon e di Scerbanenco, che poi sono i miei eroi preferiti di questo genere.

Non avevo deciso di scrivere un noir, ma questa storia, che poi è stata definita così nelle recensioni: scrivo fondamentalmente narrativa.

 

La sua famiglia pugliese è così avvolgente come quella di Vito?

No, però ho preso spunto da altre famiglie che conosco.

 

Quali sono per lei gli ingredienti di un amore sano?

Libertà, rispetto, felicità della felicità dell'altro.


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