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Una storia di ombra e di luce. “La notte della felicità” di Tabish Khair

Una storia di ombra e di luce. “La notte della felicità” di Tabish KhairPuntata n. 108 della rubrica La bellezza nascosta

 

«Ahmed la guardò, e dopo un momento di esitazione rispose: «Lascio sempre una finestra aperta. Sigillare uno spazio è chiudere fuori un’anima». Una strana frase, no? Criptica, intensa, come un verso, ma cosa voleva dire, cosa mai avrebbe potuto significare? Non vi prestai attenzione sul momento – in ufficio era noto che Ahmed parlava in quel modo, a volte – ma più tardi, sì, più tardi, quel verso mi avrebbe perseguitato. Sigillare uno spazio è chiudere fuori un’anima».

 

Esistono cose che sono visibili all’occhio umano, cose che possono essere pesanti o leggere, cose tattili; ci sono persone che basano la loro esistenza su delle divisioni, spesso dividono le cose vere dalle cose false lasciandosi guidare dagli occhi. Ci sono altre persone che invece giurano che ci sia qualcosa che possa andare al di là di ciò che possiamo semplicemente vedere o non vedere, toccare o non toccare. Giurano che ci sono mondi a noi sconosciuti che ci sfiorano costantemente, realtà che non possiamo vedere, ma che forse potremmo riuscire a sentire se solo iniziassimo a fidarci di altri sensi, di altre strade, di altri modi di stare la mondo.

 

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Una storia di ombra e di luce. “La notte della felicità” di Tabish Khair

Tabish Khair è uno scrittore indiano che attualmente vive in Danimarca, La notte della felicità è stato pubblicato da Tunuè, nella collana di narrativa straniera diretta da Giuseppe Girimonti Greco e Vanni Santoni, con la traduzione di Adalinda Gasparini.

C’è un uomo silenzioso e metodico che lavora in un’azienda, si chiama Anil Mehorta, il suo capo è Ahmed. I due hanno uno splendido rapporto, è soprattutto grazie all’aiuto di Anil Mehorta se l’azienda negli ultimi anni ha spiccato il volo ed è diventata molto fruttuosa dal punto di vista economico. Un giorno, il giorno della festa di Shab-e-baraat, Anil Mehorta chiede al suo titolare di poter tornare a casa prima e per una serie di vicissitudini lo invita a mangiare una pietanza preparata dalla moglie, a casa sua. Da quel giorno tutto cambierà, niente sarà come sembra e ci sarà un’importante evoluzione nel loro rapporto.

 

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Tabish Khair scrive un libro coinvolgente, lo fa con una scrittura molto precisa e mai banale; il romanzo, a tratti, somiglia a un puzzle, somiglia a un gioco che finisce nelle mani del lettore ed è proprio il lettore a dover cercare di mettere le tessere nei punti giusti; queste pagine hanno il respiro di un romanzo giallo anche se siamo ben lontani da questo genere.

«Devi Prasad si meravigliò che fossi andato a trovarlo nel suo ufficio. Era un uomo perspicace, e capì subito che doveva trattarsi di qualcosa di vitale. Indicandomi una delle poltrone di morbida pelle difronte alla scrivania di mogano, chiuse la porta alle nostre spalle, dopo aver dato istruzioni al fattorino perché nessuno venisse a disturbarci. Poi sprofondò nella sua poltrona girevole e si limitò a guardarmi, facendo tamburellare rapidamente i polpastrelli gli uni contro gli altri».

Una storia di ombra e di luce. “La notte della felicità” di Tabish Khair

Lo scrittore indiano ci racconta una storia di sfumature, una storia di ombra e di luce, dove le cose che si vedono e che ci cadono sotto gli occhi possono essere messe in discussione e dove l’invisibile, talvolta, può risultare molto più importante e vitale del mondo tangibile. Un romanzo che ci aiuta a fare un tuffo dentro qualcosa che può spaventarci, almeno inizialmente, ma che al contempo prova a farci comprendere come potrebbero esserci forze che muovono e che si muovono, forze che noi non siamo capaci di guardare con gli occhi e di conseguenza di comprendere.

«L’ho visto solo in qualche foto di gruppo, forse una dozzina. Piccole foto, in bianco e nero, rovinate, oppure immagini dai colori sbiaditi. Poteva essere chiunque. Ammajaan non parlava mai dell’incidente e della sua morte. Diceva solo: «Non è mai più tornato a casa». A volte mi chiedo cosa fa tornare indietro le persone. Forse l’amore? L’odio no, ne sono certo, l’odio ha il potere di allontanare, non di riportare. Ma l’amore sì, non l’amore che si vede al cinema, ma la corrispondenza tra cuori lontani. Chi lo sa? Immagino che si arrivi ad un punto in cui nessuno torna più indietro. Mamma non è mai tornata. Non siamo che stracci che fluttuano nel vento sotto una pioggia leggere. Col tempo si diventa più pesanti. E un bel giorno restiamo dove siamo».

Una storia di ombra e di luce. “La notte della felicità” di Tabish Khair

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Possiamo arrivare fino a un certo punto, fino a una certa linea, possiamo credere di vedere tutto e sapere molto, e possiamo compiere errori continui, errori grossi, possiamo restare in silenzio a guardare il vuoto e scegliere ciò che ci fa stare bene o possiamo starcene in una folla, aspettando qualcuno che ci tocchi, che ci sfiori.


Per la prima foto, copyright: Anthony Intraversato su Unsplash.

Per la quarta foto, la fonte è qui.

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