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Una storia di libertà. Intervista a Sumaya Abdel Qader

Una storia di libertà. Intervista a Sumaya Abdel QaderS’intitola Quello che abbiamo in testa e, oltre alla storia di Horra, racconta la grande storia del nostro presente. Le differenze, l’intolleranza, la libertà, il luogo della donna incastonata nella costellazione di un presente sempre più poroso ma anche resistente al cambiamento, sono solo alcuni dei temi che Sumaya Abdel Qader tratta nel suo romanzo pubblicato da Mondadori. Lo sguardo è attento, merito anche della pluriennale esperienza dell’autrice come consigliera comunale a Milano, mentre lo stile rende la lettura piacevole.

Horra, la protagonista, è una donna italiana, è figlia di genitori musulmani originari dalla Giordania, vive a Milano con la famiglia, è a un passo dalla laurea, si impegna nel volontariato, ha un gruppo variopinto di amiche con cui ama passare del tempo. È una donna felice, Horra. Porta il velo e lo fa per scelta.

 

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Sono tante le domande in gioco, sono gli interrogativi della pluralità di una convivenza che non si può più negare. L’Italia è plurima, che piaccia o meno, e Horra, attraverso la sua storia, accende i riflettori su ciò che questa verità comporta.

In occasione dell’uscita del romanzo, Sumaya Abdel Qader ha spiegato alcuni dettagli che si celano dietro alla stesura di Quello che abbiamo in testa.

 

Come nasce l’idea del romanzo e in che modo la sua passione per la scrittura si sposa con il suo impegno politico?

L’idea del romanzo nasce dalla voglia di rispondere alle tante domande che ogni giorno molti mi pongono: sul velo, sull’educazione dei figli, scelte religiose, sulla comunità islamica, sul tema integrazione, ecc. Così, con il mezzo che trovo più fruibile all’ampio pubblico, un racconto, ho cercato di dare delle risposte. La passione per la scrittura si sposa con l’impegno politico perfettamente perché, se pur in modi diversi, l’obiettivo è comune: abbattere muri e costruire ponti, lavorare per la coesione, per la solidarietà, per il bene comune.

Una storia di libertà. Intervista a Sumaya Abdel Qader

Il velo è un simbolo, indossare il velo è un simbolo, ma com’è cambiata la storia del velo lungo il tempo?

Il velo come simbolo è negli occhi di chi lo guarda e non lo comprende e gli dà significati diversi. Oppure diventa simbolo per le donne che lo indossano quando diventa strumento di rivendicazione identitaria su un piano sia culturale sia politico. Eppure il velo simbolo non è. Dovrebbe essere un atto di devozione, un esercizio meramente spirituale.

Il velo non è un’invenzione dell’Islam, esiste praticamente da sempre e nello spazio e nel tempo ha assunto significati diversi: da indumento di distinzione delle nobili dal popolo, ad abbigliamento di sottomissione della donna a Dio o al marito e così via. Tutto questo in base ai modelli culturali vigenti.

Il velo islamico allo stesso modo, nelle sue diverse espressioni (hijab, niqāb, chador, burqa, ecc.), ha assunto significati differenti in base all’interpretazione coranica che se ne fa. Più chi interpreta è condizionato da retaggi patriarcali e maschilisti e misogini e più il velo sarà imposto e ridotto a strumento di sottomissione della donna.

 

Uno dei personaggi, Lucia, dà voce a una domanda che probabilmente sono in tanti a porsi. La rivolge a Horra e le chiede perché una donna moderna, aperta e colta accetta di indossare il velo. Si tratta di accettare? A guardare da fuori, forse si tende a usare i verbi errati e la questione non è quella se «accettare» o meno di indossare il velo? Detto altrimenti, perché Horra lo indossa?

Lucia come altri ha uno sguardo esterno. Ha uno sguardo condizionato dalla propria esperienza e storia di percorso di emancipazione femminile. Horra e le sue simili vengono da storie diverse, da battaglie diverse. Battaglie che non necessariamente vogliono liberarsi della religione. Anzi. Il velo, che ha un valore religioso, diventa non più un indumento che copre la donna perché induce l’uomo in tentazione come molti esegeti musulmani hanno spesso insegnato, ma il velo diventa una volontaria scelta di espressione spirituale. Ci si priva dell’esibizione del proprio corpo (il velo non è solo coprire i capelli ma anche avere un abbigliamento che copre il corpo), come esercizio spirituale. Un gesto difficile, non per tutte, da qui il superamento dell’idea che debba essere obbligatorio, ma una scelta consapevole, spirituale. Questo non è comprensibile a tutti e non si pretende che lo sia ma si chiede rispetto per scelte diverse anche se possono turbare o non convincere.

Una storia di libertà. Intervista a Sumaya Abdel Qader

Sin dalle prime pagine, troviamo la protagonista e le sue amiche a doversi confrontare con una situazione affatto inusuale. Si tratta di un episodio di razzismo. Una delle donne del gruppo è stanca di essere presa di mira di continuo, vorrebbe tracciare un limite, reagire, per non dare l’impressione di debolezza. Non sono tutte d’accordo. Secondo lei, è possibile vincere queste ristrettezze di visione sulla reale pluralità del mondo attraverso un contromodello? È meglio non reagire?

Bisogna reagire. Ma c’è modo e modo per farlo. Il modo migliore è reagire con la buona parola, con l’arte, con la cultura, con la politica di riconoscimento delle identità plurali. Vanno contrastate anche giuridicamente le forme di intolleranza spesso espresse da politici, intellettuali, personaggi pubblici. Questa intolleranza dei “più forti” è pericolosa perché la legittima e può sfociare in discriminazione, aggressività o persino violenza fisica oltre che verbale. E sta già accadendo. Vanno rifissati i limiti della “libertà di parola e azione” che non possono essere senza regole.

 

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Horra significa libertà. Che cosa intende Horra per libertà?

La possibilità di scegliere di fare o non fare, nel rispetto dell’integrità e dignità altrui. La possibilità di scegliere di fare o non fare senza subire il peso dei giudizi che sfociano in discriminazione o isolamento di chi è portatore di specificità. Libertà è rispetto e condivisione della responsabilità nella tutela della dignità altrui.

 

Sono in molti a pensare che l’integrazione debba partire dalle donne. In che misura è d’accordo con questo pensiero?

Le donne sono il cuore pulsante delle società. È da loro che parte tutto, la vita e la tutela di essa. Per questo credo molto nelle donne come promotrici di pacifica convivenza che si declina in ogni aspetto possibile. Ma credo che non si possa prescindere dal contributo maschile. Perché ci sia equilibrio, uomini e donne devono camminare insieme.


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Per la prima foto, copyright: mostafa meraji su Unsplash.

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