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“Una principessa in fuga”, l’ironia dissacrante (ma non troppo) di Elizabeth von Arnim

“Una principessa in fuga”, l’ironia dissacrante (ma non troppo) di Elisabeth von ArnimÈ uscito nella traduzione di Sabina Terziani, per Fazi editore, uno dei romanzi più noti dell’autrice d’origine australiana e d’adozione britannica, Elizabeth von Arnim, che all’inizio del secolo si è guadagnata una meritevole fama internazionale. Una principessa in fuga, s’intitola. O meglio, Priscilla, per chiamare la principessa con il suo vero nome.

La prima edizione risale al 1905 ed è interessante immaginare il modo in cui all’epoca possa aver risposto il pubblico abituato a ben altre trame e ironie.

Nella sua essenza, la storia è quella tipicamente retta su equivoci e regole infrante. In un palazzo che si trova geograficamente poco distante dai punti più importanti dell’Europa, in un luogo paradisiaco, si trova una principessina, figlia del granduca Lothen-Kunitz, amante della poesia e della ribellione.

Spiega l’autrice che «Kunitz è talmente vicina al cuore delle cose che, se vuoi, la mattina dopo colazione puoi prendere il treno e ritrovarti nel pomeriggio in piazza San Marco a Venezia per prendere il caffè sotto i portici al fresco».

 

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Nonostante il paradiso in cima alla collina e dentro i muri del palazzo, Priscilla è annoiata, la vita a corte non le dà alcun piacere. È l’unica delle tre sorelle non ancora sposata, con la testa piena di libri e di avventure irrealizzabili. Ed è anche la più bella. Ha i capelli biondo rame, le lentiggini nei giorni di sole, una corporatura alta e armoniosa. E la descrizione che il narratore ne fa ricorda le pennellate di un pittore, dice, infatti: «era più alta della media, caratteristica importante in una principessa, perché innanzitutto è suo dovere colpire il pubblico con un portamento distinto». A questo si aggiunge un «mento a punta», labbra carnose e il naso «non del tutto dritto: un lato era leggermente diverso dall’altro», un’asimmetria che la rendeva ancor più affascinante, più di quanto le «persone dai tratti cesellati» possano ambire.

“Una principessa in fuga”, l’ironia dissacrante (ma non troppo) di Elisabeth von Arnim

Ha tutto Priscilla, abiti eleganti, una bella vita, servitù pronta a servirla, ma è un tutto che lei non vuole. Specie il futuro marito imposto dal padre.

La fantasia ha la meglio, così come il desiderio di scappare da quella prigione dorata fatta di regole noiose e di una rigidità insopportabile. Ad aiutarla c’è herr Frizing, il bibliotecario e precettore, con il quale Priscilla, in solitudine, si permette di essere affettuosa e se stessa. Di contro, il bibliotecario appare come un uomo culturalmente e moralmente anarchico, sebbene si muova sempre nei limiti imposti dalla società e dalla propria appartenenza.

Complici, quindi, della fuga della principessa sono Fizing e la cameriera Annalise che la accompagnano nel viaggio che dal castello del granduca la porta a Symford, una contea in Inghilterra.

L’arrivo della bellissima Priscilla nella contea provoca non pochi disguidi, fraintendimenti e qui pro quo, dando vita a una riflessione di fondo che si coglie come una melodia d’atmosfera.

Il punto è questo: non si può sfuggire da ciò che si è. Infatti, seppur abbia indossato abiti più poveri e assunto atteggiamenti “normali”, Priscilla rimane una principessa e i quattordici giorni di fuga non possono cambiare questo fatto.

“Una principessa in fuga”, l’ironia dissacrante (ma non troppo) di Elisabeth von Arnim

Il narratore onnisciente che ci racconta la vicenda sembra ci voglia dire proprio questo: si deve trovare il modo migliore per essere quello che si è perché alla fine si fugge con se stessi.

L’arrivo di Priscilla nella contea spinge gli abitanti a oltrepassare la propria zona di confort e, soprattutto, a mettere in discussione non poche certezze. Trattandosi anche di una bellissima ragazza, le cose prendono una piega ancor più intensa: i due scapoli della contea, Augustus e Robin, si innamorano di Priscilla dando vita a un susseguirsi di situazioni tinte di piacevole ironia.

E, come se questo non bastasse, la situazione si complica ulteriormente nel momento in cui accade un fatto criminoso che ha tutta l’aria di attirare l’attenzione – presume qualcuno – persino di Londra. Nasce un gioco dalle reminiscenze grottesche, ma soprattutto di grande contemporaneità, nel quale l’attenzione morbosa di un fuori solletica un certo piacere del dentro, della piccola comunità. Infatti, il fato criminoso appare come un’opportunità per diventare visibili, un po’ alla stregua di ciò che Oscar Wilde definiva come purché se ne parli.

 

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Stilisticamente Una principessa in fuga di Elizabeth von Arnim, sebbene scritto un secolo fa, mantiene una certa dinamicità che rende la lettura scorrevole e appassionata.


Per la prima foto, copyright: Church of the King su Unsplash.

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