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Una magniloquente elegia degli affetti. “Un altro mondo” di James Baldwin

Una magniloquente elegia degli affetti. “Un altro mondo” di James BaldwinRipreso in mano nell’esasperazione cui sembrano giunti i primi decenni del XXI secolo, Un altro mondo di James Baldwin (riproposto da Fandango nella traduzione di Attilio Veraldi, rivista e aggiornata da Valentina Nicolìarrabbiatissimo e controverso romanzo del 1961, composto in Europa, ultimato a Istanbul e pubblicato negli Stati Uniti un anno dopo – tende oggi piuttosto a rivelarsi al lettore come una magniloquente e distorta elegia degli affetti e della loro potenza allo stesso tempo rigenerante e distruttiva.

Fin dal momento della sua originale produzione, i temi presentati figuravano molteplici e complessi: amore interraziale, omosessualità variamente repressa o dolorosamente manifestata, tradimento. Il tutto calato nello squallido contesto morale della diffidenza razzista e classista dell’America degli anni Sessanta.

 

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All’inizio del decennio, Baldwin aveva da poco fatto rientro negli Stati Uniti dopo lunghi anni di soggiorno in Europa, in particolare in Francia (dove morirà a Saint Paul de Vence nel 1987), soggiogato dal richiamo delle lotte per i diritti civili che così intensamente coinvolgevano la comunità afroamericana. Lo sdoppiamento, lo sguardo privilegiato e melanconico dell’esule sono una traccia fondamentale nella decifrazione del ritmo del testo, scandito in tre movimenti asincroni (Senza Patria, Uno di questi giorni, Verso Betlemme) freneticamente animati da una serie di coppie, amici e amanti, variamente inabili o impossibilitati alla serenità. Rufus, Leona, Vivaldo, Ida, Richard, Cass, Eric E Yves combattono – e per lo più perdono – la loro battaglia con l’identità dei sentimenti da cui vengono progressivamente investiti e travolti, cedendo ai propri incerti drammi e finendo coll’atomizzarsi all’interno di un contesto spersonalizzante marcato da degrado e solitudine. Il racconto passa di mano in mano – e di letto in letto – come testimone muto dell’esperienza collettiva, attraversando inquietudini certamente reali, e rimane prezioso testimone del tempo contemporaneo (sia alla sua scrittura che alla nostra lettura).

Una magniloquente elegia degli affetti. “Un altro mondo” di James Baldwin

James Baldwin imprime a Un altro mondo una prosa diretta, carica di tensione e aggressività, rimanendo allo stesso tempo capace di non giudicare (anche attraverso un attento uso mimetico del linguaggio), manifestando una vicinanza sincera ai suoi protagonisti così fragili (il suo convinto imprinting pacifista e universalista gli avrebbe procurato non pochi problemi all’interno del contesto turbolento della contestazione nera statunitense, che non gli perdonerà di aver indugiato in maniera così diretta sul tema dello stigma sociale dell’amore omosessuale nella comunità); allo scopo, stilisticamente ed emotivamente, appare come dolce manifesto il sermone che il pastore tiene nella chiesa di Harlem in cui viene celebrato il funerale di Rufus: persona incattivita dal fallimento, violenta e instabile, il suo ricordo viene esaltato nelle qualità umane, anche quelle inespresse, con un sistematico rifiuto della condanna morale. In passaggi come questo prende forma la commovente qualità della narrativa di Baldwin, la stessa che ha affascinato il Barry Jenkins di Moonlight – che proprio all’autore afroamericano si è ispirato per il lavoro di If Beale street could talk – nella sua capacità di tenersi lontana dallo schematismo manicheo, lucida nonostante il cuore pesante. L’ arrivismo, la paura di se stessi, le incertezze precostituite dilaniano i protagonisti di questo racconto corale atipico, la cui salvezza è continuamente rimandata e demandata alla buona volontà altrui, del partner, del compagno, dell’amico, che non arriva mai con la sintonia giusta, viziato da differenze sociali, sessuali, di comportamento.

L’affresco tracciato sottintende una straordinaria capacità di adattamento del punto di vista dell’autore allo stesso modo così lontano e vicino dalle vicende descritte: proprio la necessità di allontanarsi dall’America che aveva sempre conosciuto, dall’asfittica cronaca, dalle faziose spaccature della controcultura, dalla diffidenza radicata che Baldwin aveva conosciuto nel suo percorso di formazione lo porta a un autoimposto –anche se mai definitivo – esilio intellettuale in Europa (Svizzera, Francia, Turchia), a una distanza che egli stesso riteneva necessaria per una costruzione narrativa autentica e sincera.

Una magniloquente elegia degli affetti. “Un altro mondo” di James Baldwin

E forse questa ricerca ossessiva di una equidistanza irraggiungibile si riscopre nella tormentata esistenza dei protagonisti di Un altro mondo, forsennatamente alla ricerca di un equilibrio che si rivela sempre instabile.

 

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Tuttavia Baldwin, nonostante tutto, non si chiude in una disperazione ostentata e manierista, ma si sforza di aderire a una prospettiva partecipata, abbracciando i difetti della realtà, lontano da vittimismi di genere: la scena finale in aeroporto, che incornicia l’attesa dell’incontro tra Eric e Yves, e di ogni dettaglio visivo ed emotivo che lo accompagna, raccoglie come in una densa goccia tutte le aspettative e le speranze dell’autore: un altro mondo, anche se il suo prezzo ci rimane sconosciuto.

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