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Una madre è mancanza. Intervista ad Antonella Lattanzi

Una madre è mancanza. Intervista ad Antonella LattanziQuesto giorno che incombe di Antonella Lattanzi esce per HarperCollins e scoprire il modo in cui l’autrice ha lavorato alla ricerca dell’idea, alla stesura del romanzo è stata un’esperienza molto affascinante. L’occasione mi è stata offerta dalla casa editrice grazie all’uscita del romanzo, una tavola rotonda virtuale, con al centro Antonella Lattanzi e il suo editor, Carlo Carabba.

È il secondo libro che vede i due collaborare e l’effetto di questa collaborazione è una lettura intensa, piacevole, sorprendente.

Il prologo — suggerisco di rileggerlo prima di chiudere definitivamente il libro— lo ha voluto Carlo Carabba e Antonella Lattanzi lo ha pensato e scritto mettendo a nudo una verità che la riguarda. Perché è da lì che è partito tutto. Da una esperienza vissuta in modo indiretto, da ragazza; è così che l’autrice trascina il lettore in una storia incalzante.

Ci troviamo in un condominio. Francesca si è appena trasferita con suo marito e le sue due bambine a Roma, in un condominio dalle finestre prive di tendine, ma colmo di armonia e di un’aria di famiglia allargata su tutti i piani, dietro tutte le porte. La gentilezza, la cordialità, la condivisione sono solo alcune delle caratteristiche che descrivono questa specie di paradiso terrestre in cui Francesca pensa di poter spiccare un volo straordinario. Essere felice. Ancor più felice, se mai fosse possibile.

 

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Eppure, perché a Francesca iniziano a mancare pezzi della sua giornata, inghiottiti da blackout? È stanca, sfinita, sola. Il condominio, forse, non è affatto un paradiso.

Di ciò che succede a Francesca non si può dire molto poiché si rischia di togliere il piacere della scoperta e sarebbe un grandissimo peccato, in quella sorpresa sta la forza della narrazione. Lì, e nella cura che Antonella Lattanzi ha nei confronti dei suoi lettori quando struttura il romanzo in capitoli brevi che permettono di respirare.

Per capire cosa succede, c’è un’unica via: leggere.

Con Antonella Lattanzi, tuttavia, abbiamo provato a comprendere qualcosa in più, senza calpestare il mistero che rende il romanzo una lettura intrigante.

Una madre è mancanza. Intervista ad Antonella Lattanzi

Francesca guarda la pancia florida di un’altra donna e, nel farlo, vede se stessa, un riflesso, un doppelgänger. È lei il futuro della donna incinta che ha davanti? Detto altrimenti: i destini delle donne, delle madri, quanto si assomigliano? In cosa si assomigliano?

In Questo giorno che incombe volevo raccontare anche i diversi aspetti della maternità. Quelli più solari e innamorati – i lati che ci hanno sempre raccontato – ma anche l’altra faccia della luna. Essere madre può essere doloroso oltre che bellissimo, e i figli si amano con tutto il cuore ma a volte ci sono momenti in cui possono diventare ossessivi e farci stare male. Credo che raccontando che madri non si nasce, ma si impara a essere, che una madre, oltre che una madre, rimane ed è un essere umano con una sua identità, suoi desideri, sue speranze, sue paure, sue incapacità, raccontando appunto sia il lato chiaro che quello scuro e difficile della maternità, tante donne che si sentono sole, che si sentono pecore nere, potrebbero sentirsi meno sole.

 

In che misura è d’accordo con l’affermazione che l’amore è un grande ricatto. L’amore, in generale, quello materno, in particolare.

L’amore è sfuggente. Non è un solo concetto, una sola cosa, una sola idea. L’amore ha tantissime facce e non si può generalizzare. Ogni faccia dell’amore ha un suo colore diverso, un diverso chiedere-rispondere, un diverso dare-avere. L’amore di una coppia non è mai un amore ideale, anche quando due persone si amano tantissimo. È soggetto a sbalzi, ad accelerazioni, a momenti sembra scomparire e ci si chiede se è finito, ma poi può tornare più forte e dirompente di prima, o dileguarsi definitivamente. L’amore non è una promessa, non si può giurare amore eterno, l’amore c’è nel momento in cui c’è, in cui esiste, e possiamo essere sicuri solo di quell’istante, di quel grandissimo istante d’amore. Ma nessuno può promettere di amare sopra ogni cosa, e per sempre.

Forse, solo dei genitori possono. E anche i figli possono nei confronti dei genitori. Ma l’amore familiare – quello dei genitori nei confronti dei figli e viceversa – è un amore stranissimo. Perché è come inciso nella carne, diluito nel sangue: non è dato da una scelta. È un amore che può creare tantissimo dolore, ma anche tantissima gioia, è un amore che può portare alla morte, oppure alla vita. È un amore che può costruire o può distruggere. È un amore che può non venir coltivato per anni, che può essere rifiutato in tutti modi se doloroso: ma – purtroppo, anche – è un amore che rimane. E, certo, come tale può essere anche ricattatorio, ma penso anche che possa essere salvifico.

Una madre è mancanza. Intervista ad Antonella Lattanzi

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Scomparire è peggio che morire, dice a un certo punto. Può approfondire, per favore?

Nel lavoro preparatorio che ho condotto per Questo giorno che incombe, ho studiato tanti casi di persone scomparse. I parenti ripetevano quasi tutti, sottovoce, senza farsi sentire, che avrebbero preferito sapere la persona morta che non sapere dove fosse. Li capisco. La scomparsa di una persona è un evento orribile. Non sai dove immaginarla, se è viva, se è morta, se sta soffrendo, se si è persa. Chiaramente quando una persona è scomparsa da poco è molto meglio saperla scomparsa piuttosto che sapere che non c’è più. Ma quando la scomparsa dura mesi, anni, diventa insostenibile. Me la immagino sempre come una sorta di buco nero nel cervello. Sapere chi è stato a toglierti la persona che ami, perché, e qual è stato il destino di chi non c’è più: non può distoglierti dal dolore, non può farti soffrire di meno, ma almeno può farti sapere che quella persona non sta soffrendo più.

 

Dovesse dare una definizione, che cos’è una madre?

Che bella domanda. Una madre è mancanza.


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