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Una lunga stesura di misteri. “Il fantasma dei fatti” di Bruno Arpaia

Una lunga stesura di misteri. “Il fantasma dei fatti” di Bruno ArpaiaIl bel libro di Bruno Arpaia, Il fantasma dei fatti (Guanda), si articola secondo due registri narrativi che sembrano correre paralleli per congiungersi solo alla fine nella ricostruzione del fantasma dei fatti: espressione presa a prestito dal prestigioso adagio di Leonardo Sciascia, contenuto ne La scomparsa di Majorana.

Due prime persone formali sono prospettate: una narra l'incontro avvenuto nel lontano 1978 con Tom il Greco, un vecchio agente della Cia che in passato aveva prestato servizio a Roma nei primi anni Sessanta; l'altra prima persona è quella dello stesso scrittore che tratta la lunga e sofferta gestazione del romanzo in corso (trovando lo spazio per parlare di altre sue opere, compiute o incompiute). Due prime persone in una: lo scrittore che inventa il personaggio da un lato e lo scrittore che fa apertamente il narratore dall'altro. Gioco letterario non nuovo che Arpaia tratta con misura, tale da suscitare nei suoi riguardi un'immediata e sicura simpatia da parte del lettore. Originale è in Arpaia l'assenza dell’identità conosciuta del personaggio “inventato”, dipendente da un secondo personaggio che guida il passo nei primi interrogatori-conversazioni. L'intero romanzo è una lunga stesura di misteri; solo il personaggio di Tom il Greco sembra dare “risposte” quasi esaurienti, ma il dubbio che lo faccia per escogitare una sua propria difesa è legittimo. Dubbi strutturali: Tom è il vero protagonista del romanzo, insieme allo scrittore Arpaia che lo mette in scena nel tentativo di arrivare alla “verità”.

 

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Il lettore si divide tra i due registri, se rischia la confusione la cosa sembra voluta dallo scrittore che per primo svicola tra misteri, verità, menzogne. La narrazione è la ragnatela in cui si imbriglia la stessa vita vissuta. La metafisica della dissimulazione fa da sottofondo. Figuriamoci quando si tratta dei servizi segreti americani e di sospetti assassinii politici.

Il favore che risalta dalla prosa di Arpaia non deriva da astuzie o ammiccamenti del mestiere, ma proprio dal contrario: è un dovere per lui prospettare la figura dello scrittore in una dimensione umana da cui traspaia l'umiltà e la fatica del “lavoratore” delle lettere. La professione dello scrittore, al di là di ogni mitica trasfigurazione, è irta di problemi al punto che spesso una bolletta da pagare può condizionare progetti e impegni. È ciò che lamenta espressamente l’autore, in una lunga lettera estratta da un suo precedente articolo giornalistico.

Una lunga stesura di misteri. “Il fantasma dei fatti” di Bruno Arpaia

Il recensore fattosi ricercatore ha trovato una definizione di pugno di Luis Sepúlveda, altro scrittore, deceduto da poco di Covid-19, che calza alla perfezione: «Arpaia è uno di quegli scrittori che affrontano l'arte e la letteratura con l'unica ambizione di essere coerenti con la vita e con l'epoca che gli è toccato vivere».

Dopo aver parlato dello scrittore e dell'uomo, resta da trattare il tema: indagare narrativamente la morte di Enrico Mattei. Fatale incidente aereo o attentato? È stato un tema abbondantemente sviluppato da ogni organo di stampa, nazionale e internazionale. Mattei era persona nota in tutto il mondo. Nota la sua nazionalistica politica dell'energia, la cosiddetta via italiana al petrolio e al gas.

Due registri di narrazione, quindi. Il primo si svolge in un'unica giornata dell'anno 1978. Unica è la località, Lac Grand, Québec, Canada, in cui avviene l'incontro di Thomas Hercules Karamessines, detto il Greco, con due agenti della Cia, in attesa che deponga il giorno dopo, davanti a una delle tante commissioni sull’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy. Uno dei due agenti è l'io narrante. È il giorno in cui lo scrittore Arpaia piazzerà un colpo di scena che qui opportunamente evitiamo di citare.

La ragnatela internazionale spaventa Arpaia che cerca documentazioni e prove: di volta in volta rinuncia e riprende il filo che sembra inestricabile. Impiegherà molto tempo per venirne a capo. Si tratta naturalmente di una soluzione letteraria: il romanzo viene compiuto, ma l'autore ritiene doveroso avvertire che a parte i nomi e certi fatti il resto è invenzione. I nomi e i fatti sono quelli della cronaca politica, della finanza e dell'industria italiana. Arpaia è scrittore a tutto tondo e tale si conferma. Ma proprio nel post dell'ultima pagina scandisce la fondamentale parola: forse! Ovvero: non è detto che l'invenzione non corrisponda alla verità.

La morte di Enrico Mattei è avvenuta realmente, il personaggio di Tom il Greco è in parte inventato. In parte. Di accertato c'è che, al momento della morte di Mattei, Tom non si trovava nemmeno in Italia, impegnato in altri intrighi della Cia (il fallito tentativo di assassinare Castro e l'assassinio di Kennedy sono temi collaterali). Si sa solo che il personaggio è morto di infarto. Ma troppi altri infarti sono avvenuti ad hoc!

Verità e verosimiglianza: i due poli in cui si muove il lettore che stabilisce ed equilibra le diverse latenze del romanzo. Sta a lui stabilire attendibilità o gratuità alle indicazioni offerte dalla narrazione. Certo, si tratta di un libro che esige che il lettore sia informato sui fatti e sui nomi storici che ricorrono nel testo. L'ironico Arpaia nel lamentare che nel romanzo non figuri alcuna donna, induce indirettamente alla natura di ciò che scrive: uno svolgimento dei fatti di taglio giornalistico che non conduce a quegli effetti tipici degli impianti romanzeschi. Questo è il suo intento, insieme all'accennata cronaca della sua vita di uomo e scrittore. Come dice il compianto Sepulveda: «coerente con la vita e con l'epoca che gli è toccato vivere».

Una lunga stesura di misteri. “Il fantasma dei fatti” di Bruno Arpaia

Sono gli anni gloriosi dell’Eni: Enrico Mattei cerca di nazionalizzare la gestione del petrolio in opposizione alle compagnie petrolifere dell’epoca. Morirà in un “presunto” incidente d'aereo il 27 ottobre 1962. Ma, racconta ancora Arpaia, il 9 novembre1961in un incidente di macchina era morto pure Mario Tchou, giovane ingegnere di origine cinese coinvolto da Adriano Olivetti nel progetto di un calcolatore tutto italiano basato su un’idea di Enrico Fermi. Altri funzionari, come il Segretario generale del C.N.E.N (Comitato nazionale per l’energia nucleare) Felice Ippolito e il direttore dell’I.S.S. (Istituto Superiore di Sanità) Domenico Marotta, furono successivamente estromessi (incriminati e condannati) dalla gestione del patrimonio energetico italiano. Con le “utili” e opportune morti, approvate se non concordate tra uomini e forze politiche italiane ed estere, si chiude la parentesi che avrebbe voluto l’Italia, nel panorama internazionale, paese propulsore di una nuova identità energetica, e in seguito nucleare, secondo il sogno prima di Olivetti e poi di Mattei.

È una coincidenza che a guidare la CIA in Italia in quei primi anni Sessanta ci sia Tom il Greco, coinvolto successivamente nei più grandi scandali internazionali, tra cui il golpe che destituì Salvador Allende in Cile, e forse non estraneo all’omicidio di Kennedy a Dallas e alla cattura di Che Guevara?

 

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Arpaiadal 2008, anno d’inizio della crisi economica mondiale, cerca prove, incontra amici e colleghi giornalisti, tra cui l'indimenticato Giuseppe D'Avanzo, cronista di «Repubblica» e “maestro di giornalismo”, morto prematuramente e dai cui archivi l'amico cerca di districare la matassa dai fili sempre più imbrogliati.

L'impegno di Arpaia non si esime dal tirare in ballo personalità politiche quali Aldo Moro, Amintore Fanfani, Antonio Segni, Pietro Nenni, giornalisti come Indro Montanelli e redattori dell'«Unità», e altri ancora. Il suo non è un principio di parte, è atto intrinseco e conoscitivo della letteratura che indaga la normalità e ne fa le pulci, trattando la stessa incertezza come morale e funzionale principio per cercare l'impervia strada della verità. I più controversi elementi della storia recente sono passati al setaccio, senza che la letteratura incappi in pregiudizi ed estetizzanti forzature.

Arpaia ci educa al dubbio: bisogna guardare alla storia recente italiana come a una serie di omissioni, restituendoci, grazie a quelli che Sciascia definiva “atti relativi” che “divengono assoluti”, il dovere di sospettare dei fatti e di interrogarli. L’autore non è uno storico ma uno scrittore, la sua “indagine” su Tom il Greco, per dirla con Carlo Ginzburg, porta a una rielaborazione degli eventi che a sua volta appare omogenea, verosimile anche se veritiera. Solo in parte.

 

N.B. Non è per solo colore che si ritiene di riferire di un recente articolo, appena decriptato dagli archivi della Cia che fa luce sui Giochi Olimpici romani del 1960. La Cia voleva persuadere gli atleti ucraini a disertare. L’atleta USA David Sime, morto nel 2016, medaglia d’argento nei cento metri, era stato ingaggiato dalla Cia allo scopo di sovvertire l’ordine di arrivo, ma la medaglia d’oro la vinse nonostante tutto Armin Hari della Germania Ovest. L’intero piano fallì. Molti atleti erano stati reclutati dalla Cia.


Per la prima foto, copyright: Marek Piwnicki su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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