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Una languida speranza. “Uomini e cani” di Omar Di Monopoli

Una languida speranza. “Uomini e cani” di Omar Di MonopoliUomini e cani è un romanzo che Omar di Monopoli ha ripubblicato per l’editore Adelphi nella collana Fabula nel 2018, mentre la prima edizione, del 2007, è stata edita da ISBN.

Il romanzo è in sette capitoli: ognuno un giorno della settimana, da lunedì a sabato, e un epilogo.

Languore e la frazione Torre Languorina: simboliche in un Salento primitivo, di cani-protesi del potere degli uomini o delle loro virtù, mansueti come il Lupone di Nino, il ranger o addestrati ai combattimenti come quelli di Mariuccio Minnella e Pietro Lu Surgi.  

Romanzo di oggetti: indicatori di luogo, che dicono le epoche: «pentole d’argilla piene di gerani e cespi di basilico», o l’eccesso del godimento post-capitalista: «rifiuti d’ogni genere: un tripudio di cerchi di barile, monoblocchi sfondati, bollitori screziati di ruggine, vasi rotti.

Romanzo di ribaltamenti: affiora improvvisa l’umanità del carnefice; di opposizioni: «restare qua. E resistere»: coppie opposte: Sputazza o Zà Uccia restano, i loro rispettivi figli, Milena e Buba, pronti a andarsene.

 

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Romanzo di fantasmi: «due lenzuoli freschi di bucato svolazzarono nei paraggi gonfiandosi come fantasmi alteri»; di passato: «Durante la notte vennero a visitarlo le ombre febbrili del suo passato»; di miti e di pietre. Pietra su pietra, confusa agli odori: «Lo scirocco mulinava diffondendo l’odore pungente del mirto e dell’alloro selvatico». Pietra cui si oppone il mare: gioco caustico di colori acidi e ombrosi: «le pietre, le case, gli uomini e gli animali assunsero a piano a piano l’aspetto di un immenso schizzo disegnato all’acquaforte».

Archeologie abitative, ventri atavici: Pietro lu Surgi, vive in una baracca vicina a «un vecchio rudere costruito [...] da alcuni monaci medioevali»; un ex convento è adibito a Comune. La storia: «lampini votivi accesi sulla cassapanca sbreccata, [...] la grande statua in celluloide della Vergine Maria. [...] i pomodorini a grappolo penzolavano dal soffitto di calcestruzzo invaso dal verde nitrico dei micelii».

Una languida speranza. “Uomini e cani” di Omar Di Monopoli

E poi il legame tra il mare e le donne, come nell’incontro con il pescivendolo Ticchio: «Uno spettacolo di raggiante splendore ittico si squadernò davanti agli occhi della mammana: mucchi di triglie, cefali, latterini e zerri [...]», la pesca che ricompensa l’aridità della pietra fredda, che uccide. Ma in questa pietra-terra, che inghiotte i corpi nel violento sonno, è il germe del desiderio: ciò che uccide luccica contrario, l’incubo della brutalità contadina stimola fughe: della luce il flebile miraggio: «il riflesso metallico di una lama tra le sue mani catturò il pallido lucore dei sogni della città», una languida speranza...

Abbiamo posto a Omar di Monopoli alcune domande su Uomini e cani, in occasione della sua riedizione, e sulle sue abitudini di scrittura.

 

In questo romanzo il luogo è una cittadina simbolica, più che immaginaria, Languore, e la vicina Torre Languorina: ci racconta come nascono i nomi dei luoghi e come accosta luoghi reali a luoghi fittizi?

Questo è il primo toponimo da me inventato essendo Uomini e cani la riedizione del mio romanzo d’esordio, ed è anche quello che ha dato l’avvio al concepimento di una mia, personalissima “terra letteraria” che fungesse da serbatoio comune per tutte le mie storie. Languore (con la sua frazione balneare Torre Languorina) è quindi un frammento importante di questa sorta di contea fittizia (che somiglia in tutto alla mia Puglia reale) nella quale si srotolano le vicende dei miei personaggi. Il nome Languore mi sembrava poi, oltre che molto orecchiabile, perfettamente indicativo di quel vago senso di “mancanza” che opprime perennemente i protagonisti del romanzo.

 

«Ma il rosso malpelo non manifestò alcuna intenzione di soffiare sul fuoco: non c'era traccia di risentimento, in quel suo sguardo da ciclope, solo una cupissima, profonda solitudine. Si accasciò teneramente su Giacinto, e lisciandogli il volto inerme e striato di polvere, scoppiò in un pianto senza eguali»: mi ricorda il celebre personaggio della novella di Giovanni Verga, ma di più mi incuriosisce l’onomastica dei suoi personaggi: Lupone, Sputazza, Pietro lu Sorgi, Santo (che santo proprio non è!): ci spiega come costruisce i suoi personaggi e se hanno qualche segreto rapporto con persone realmente esistenti?

La costruzione di questi caratteri, sempre molto esagerati sino a diventare talvolta quasi caricaturali, nasce con tutta probabilità dalla mia formazione fumettistica che mi porta a marcare deliberatamente i neri e i bianchi in chiave espressionista; ma tale tendenza si sposa alla perfezione anche con l’abitudine meridionale (o comunque tipica della provincia tout court) di affibbiare soprannomi alle persone in funzione delle loro tare fisiche (o tare morali, spesso esondanti nei miei libri), e le due cose appaiate producono sulla pagina figure non di rado assai incisive. Ovviamente mi ispiro tantissimo alla realtà, ma per fortuna sono abbastanza abile a mescolare i tratti e così, per il momento, davvero in pochi si sono riconosciuti.

 

A proposito di Giovanni Verga, quali maestri reputa fondamentali nel suo percorso di scrittore? Intendo anche maestri del cinema e del fumetto.

Siamo tutti più o meno figli di una serie abbastanza multiforme di influenze artistiche che vanno dal cinema al fumetto, dalla letteratura alla televisione. Io, come ormai ripeto da anni, ho scoperto il disegno che avevo in testa compulsando l’opera del grande William Faulkner (sua è naturalmente l’idea di una geografia immaginaria popolata da personaggi, famiglie e avvenimenti in qualche modo collegati) ma poi attraverso la sua immensa, irraggiungibile capacità lirica mi sono ricongiunto con tutta una tradizione letteraria nostrana, meridionale soprattutto, e quindi non potrei sicuramente prescindere dai grandi veristi ma anche da giganti del Novecento come Fenoglio, Bufalino, Consolo e Ortese.

 

Che tipo di editing ha fatto per Adelphi rispetto alla prima versione del romanzo, pubblicato per ISBN nel 2007?

È stato più faticoso di quanto immaginassi perché non è facile rimettere mano a un’opera che già da più di dieci anni circolava tra i lettori (guadagnandosi un proprio zoccolo duro di appassionati e sostenitori, va detto) e che peraltro, essendo il libro con cui ho esordito, rappresentava l’inizio di un’avventura piena di grandi gratificazioni ma anche di un perenne riposizionamento artistico e mentale: un processo che, per l’appunto, mi ha visto crescere come autore e – spero – come essere umano. Ecco perché era una bella sfida, una partita che però sapevo di poter giocare con al mio fianco una squadra di editor (quelli della Adelphi) davvero esperti e professionali, coi quali mi sono gettato a capofitto sul testo modificando qua e là aggettivi troppo ridondanti, metafore usurate, eccessi di gerundio, qualche snodo di trama più debole dettato dall’ingenuità nonché un sacco di minuzie lessicali che però contribuiscono non poco alla tenuta complessiva di un romanzo che, nel suo piccolo, ha saputo creare una specie di genere a sé, quel “western salentino” con il quale spesso la critica etichetta (non necessariamente in chiave positiva, ma che importa?) il mio lavoro. In realtà mi sento più figlio del cosiddetto southern-gothic (per me Flannery O’Connor è una vera dea, un faro!) ma essere accomunato al western, genere col quale sono cresciuto, per me resta fonte di grande soddisfazione.

Una languida speranza. “Uomini e cani” di Omar Di Monopoli

Da dove nasce l’esigenza di amalgamare dialetto e italiano, stile colloquiale e stile barocco? Crede che in un romanzo sia più importante ciò che accade o come lo si racconta?

Direi entrambi. Il dialetto è necessario a rendere plausibile il parlato, e si presta a sperimentazioni davvero divertenti. Mi annoiano i romanzi in cui l’autore non sa regalarmi una lingua, un codice di accesso originale alla storia che mi racconta; però il crinale tra stile e artificio è delicatissimo e il rischio di scrivere per mostrare solo i muscoli è dietro l’angolo. Ecco perché credo di pencolare costantemente (e pericolosamente) tra una trama ritmica e un’impalcatura stilistica ricercata. Però c’è anche da tener conto della terra in cui vivo: la Puglia, il Salento, patria del barocco che mi ha regalato un background fatto di rappresentazioni vive e colorite, di gargolle sulle facciate delle chiese e di processioni religiose lugubri e senza tempo, ma anche di suggestioni naturali e artistiche di un certo tipo, che inevitabilmente finiscono per confluire nel mio lavoro.

 

In una passata intervista radiofonica, che mi rilasciò riguardo il suo Nella perfida terra di Dio, aveva accennato al fatto che di Uomini e cani si sarebbe presto realizzata una versione cinematografica: cosa ci può dire in merito?

Di tutti e due i romanzi sono state vendute le opzioni cinematografiche e al momento si stanno allestendo le produzioni. I lavori di programmazione procedono alacremente, insomma, ma più di questo non mi sento di dire perché il cinema è davvero un mondo complicato, un mondo in cui i castelli s’innalzano e crollano in pochi minuti: già quasi dieci anni fa eravamo sul punto di cominciare le riprese (c’era il cast, un piano di lavoro, i costumi, il dettaglio delle location) e poi tutto si è sciolto come neve al sole, per cui ora guardo alla prospettiva con animo pacato, tenendo le dita incrociate.

 

Ambienterebbe un suo romanzo in una grande metropoli: lo ha fatto? Ha mai pensato di farlo?

No, al momento non rientra nei miei programmi. Sono uno scrittore rurale, abituato a descrivere le periferie e i piccoli mondi, cercando di riversare in questi pulsioni e passioni universali. Ma mai dire mai, per carità.

 

Può svelarci in anteprima come ci spetterà dopo la riedizione di Uomini e cani?

Sto lavorando a un nuovo romanzo – titolo top secret – che sarà pronto, mi auguro, per l’estate prossima. Si tratta dell’ennesimo tassello del mio meridione italico crudo e cruento, e la storia torna a essere ambientata nella cittadina di Languore. Torneranno anche alcuni personaggi di Uomini e cani ma in chiave molto marginale, quasi dei cameo.

 

Ci parli un po’ della sua vita quotidiana durante la stesura del romanzo: dove scriveva, quando scriveva, cosa faceva tra una pausa dalla scrittura e l’altra?

Scrivo sempre, nel senso che sto tutto il giorno davanti al computer, ma a fine giornata il bottino che riesco a portare a casa è davvero misero, anche perché se è un dato di fatto che internet ti aiuta molto con le ricerche e ti fornisce non di rado ispirazioni inaspettate, è anche innegabile sia una fonte di distrazione letale. Per cui il tempo davvero dedicato alla scrittura si assottiglia. Ma in fondo, scomodando il solito Conrad, gli scrittori lavorano anche quando sono affacciati alla finestra, pertanto direi che quando sono in modalità scrittura l’importante è restare concentrati. Con gli anni sto diventando ipocondriaco e se mi accingo a scrivere un libro nuovo comincio a manifestare sintomi sempre più strani. Ormai so che è solo un tentativo del mio subconscio di sottrarmi all’impegno e alla fatica (non ci si illuda, scrivere è faticosissimo), ma non riesco a darmi una regolata.

 

In quali luoghi è nato il suo romanzo?

La mia terra è parte fondante e perimetro essenziale delle mie storie.

 

Lo ha scritto interamente al pc oppure anche a mano?

Sono un Apple-user da sempre. Avevo una macchina da scrivere all’università, ma non era così pratica da usare. Gli appunti però li prendo a penna, meglio se una classica Bic nera.

 

Durante la stesura del romanzo le capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione per il suo romanzo?

Certo, è fondamentale. Guardarsi intorno, lasciarsi trasportare dalla bellezza (ma anche dalla bruttezza, io ne sono particolarmente ossessionato) del panorama. Così come è importante non smetter di frequentare i bar, i negozi, la piazza. La vita di provincia in questo senso aiuta molto, ti permette di sentire il polso della comunità con un semplice giro in centro.

 

Fumava o beveva durante la stesura del suo romanzo?

Purtroppo non più, qualche intoppo di salute mi ha costretto a diventare un santo. Ma continuo a sognare pacchetti di Marlboro.

 

Quanto pesava?

Sembra oscillato attorno agli 80 kg, da anni.

 

Scriveva dopo cena, prima di pranzo, quando?

Mattina, pranzo, poi un po’ il pomeriggio. Dopo generalmente si fa altro, non dimenticando di leggere quando possibile, il più possibile.

 

Come potrebbe definire la scrittura di questo romanzo: di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo, della mente?

Ho una idea di scrittura legata al linguaggio cinematografico, quindi di movimento assoluto, però la letteratura ti concede improvvisi e spiazzanti momenti si stallo, attimi di pausa in cui paradossalmente succedono tante cose.


Per la prima foto, la fonte è qui.

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