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Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di Leopardi

Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di LeopardiEsiste un legame innegabile tra Leopardi e Recanati, un legame che va al di là del dato biografico e sancisce quasi la stretta dipendenza della poesia leopardiana dalle caratteristiche della cittadina marchigiana. O almeno è questo che sostiene, anche con una certa forza, Vincenzo Cardarelli nel suo resoconto di una gita a Recanati, incluso nell’edizione del 1968 di Villa Tarantola, pubblicata nel 1968 dal Club degli Editori all’interno della collana dedicata al Premio Strega.

Cardarelli raggiunge Recanati dopo essere stato ad Ancona, e così racconta le prime impressioni:

Andare da Ancona a Recanati è come passare da una festa da ballo ad un romitorio. Ancora è un trionfo di luce e di buona salute. Per le sue vie non s’incontrano che facce toste, ragazze poppute, dagli occhi bovini, vecchie serene e vegete, popolane ingenue che, richieste di qualche indicazione, corrono con la mano ad accomodarsi i capelli.

Recanati, al contrario, è uno dei paesi più solitari che io abbia visti nelle Marche. Salendovi dalla marina si ha l’impressione che la strada s’inoltri un po’ troppo verso il monte, ci si domanda dove andremo a finire.

 

Giunto a Porto Recanati, Cardarelli si fa accompagnare da «un autista di fortuna», non essendo riuscito a trovare «altro mezzo di trasporto più regolare e fidato». Durante il tragitto, si ferma a osservare di tanto in tanto il suo autista, un uomo che sembra irrigidito nella posizione di chi non vuole dare confidenza allo straniero, fino a quando non si avvicinano al centro abitato di Recanati e qui si ha il primo “incontro” con Leopardi.

Passando accanto al cimitero, dove si ha quasi l’illusione di sfiorare la tomba di Leopardi e si è come percossi dalla sua presenza, poiché in quale altro luogo l’autore di Amore e morte potrebbe avere una sepoltura più degna di lui, più poetica?, l’amico automobilista si leva il cappello, anzi un berrettaccio che porta sul capo a sghimbescio, ed io faccio altrettanto. Sarebbe una buona occasione per riconciliarci. Ma neanche per sogno.

 

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Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di Leopardi

Proprio l’impossibilità di stabilire un rapporto, seppur di breve durata, con l’autista è motivo della prima breve e fugace riflessione di Cardarelli su Leopardi:

Le invettive leopardiane contro il «natio borgo selvaggio» sarebbero dunque giustificate? Lasciamo andare. Sono marchigiano anch’io e mi rendo conto benissimo del carattere dei marchigiani: della difficoltà ch’essi hanno a famigliarizzare con gente che non conoscono, di una certa loro disposizione a rendere difficili e complicati i propri rapporti col mondo, e la loro persona, senza volerlo, oppure volendolo, il che è riprovevole, interessante e preziosa.

 

Ma qual è la prima immagine di Recanati di cui Cardarelli rende conto in queste sue memorie?

Recanati consiste in una sola strada, la quale si dilunga per tutto il dorso del colle su cui la città è costruita. Da un lato e dall’altro le finestre posteriori delle case danno su precipizi luminosi e fioriti e vedono, ma da lontano, le colline intorno, popolate di città, il mare o i monti dell’Appennino, dal Catria alla Maiella e al Gran Sasso. Paesaggio immenso, città minuscola, quantunque ricca di palazzi gentilizi che testimoniano della sua vita nei secoli scorsi, fino ai giorni di Leopardi.

 

Ma forse le pagine più belle Cardarelli ce le regala quando riflette sulla relazione tra la poesia leopardiana e la sua Recanati.

A Leopardi bastava uscire dal giardino e fare due passi lungo un viottolo solitario per evadere sull’ermo colle, il quale, come tutti i luoghi, come tutte le cose a cui si riferisce il poeta dei Canti, non è altro che una dipendenza del Palazzo Leopardi. Sicché parlare di Recanati a proposito di Leopardi è forse dir troppo. In realtà, tutto il mondo leopardiano è contenuto in uno spazio infinitamente più ristretto, sebbene spiritualmente incalcolabile. Per ricalcare le orme di uno dei più grandi poeti che siano mai esistiti non è necessario uscire dai limiti d’una casa patrizia dell’Ottocento.

 

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Dunque proprio su Palazzo Leopardi si sofferma Cardarelli:

Ecco il palazzo, ingrandito e rifatto da uno zio del poeta, canonico e dilettante di architettura, in quello stile squallido che abbiamo adombrato. Soltanto a vedere i due piccoli bracci di scale marmoree e curvilinee che s’arrestano al primo piano si capisce la malinconia di Leopardi bambino. La stanza da letto di Giacomo guardava sull’androne per una finestrella che ora non esiste più. Ed è quella specie di grata che il giovane innamorato e assetato di gioia vide baluginare il giorno per tanti anni, ne udì i primi rumori, spiò una mattina, all’alba, «con l’orecchio avidissimamente teso», la partenza della signora pesarese, protagonista del suo Diario d’amore.

 

… Qui non è cosa,

ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro

non torni, e un dolce rimembrar non sorga…

Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di Leopardi

Passando per un corridoio che mette nel giardino s’intravedono, di là da una porta a vetri, i primi gradini d’una scaletta di servizio. Sono di lavagna, così accanitamente raspati e logori sull’orlo che si volge l’occhio altrove come se si fosse spinta la propria curiosità un po’ troppo oltre.

Non si può fare a meno di pensare, scorgendo quelle impressionantissima tracce, alle scarpette di Giacomo, ai suoi rimbombanti sollazzi, e il contatto con la realtà leopardiana si fa, d’improvviso, insostenibile.

Più triste del giardinetto d’una suora maniaca è il «paterno giardino», orgoglio del buon Monaldo, che lo divise pomposamente in orto e pomario e non mancò di celebrare la sua domestica gloria in una iscrizione latina. Da tutto il palazzo spira quella musoneria, quel non so che di fastoso e tirchio, che si possono immaginare. Giacché il Palazzo Leopardi non riesce a diventare un museo. Esso è tuttora vivo, dolente. E l’affabile vecchietta che ci guida per le sale della biblioteca, persona di servizio della famiglia, chiama Giacomo, con una punta di riguardo per la dignità della casa, «il poeta». Nello studio di Monaldo par di vederlo, il vecchio sanfedista, seduto a quella sua scrivania da fattore di campagna, mentre va facendo i conti che non tornano o s’abbandona volentieri, con paterna inopportunità, in una lettera al figlio, ad alcune acri e tendenziose considerazioni sugli aggravi fiscali del Governo Provvisorio di Bologna.

 

A questo punto, una riflessione, seppur velocissima, su Monaldo, un ritratto dell’arcigno padre risulta quasi inevitabile:

Il destino volle che Monaldo fosse uomo di lettere e appassionato bibliofilo, fino a spendere gran parte del suo patrimonio nei libri, perché da lui nascesse un mostro di erudizione e di sapienza. Fece di Giacomo Leopardi un prigioniero, un martire dello studio, e non gli concesse altro mezzo di liberazione fuorché il viottolo breve che mena al colle dell’«Infinito» e le finestre della sua biblioteca, bassissime, fornicatrici, dove, allungando una mano, si ha l’impressione di poter accarezzare i capelli d’una ragazza che passa.

 

Quale importanza rivestirono sulla poesia leopardiana quelle finestre?

 

Oh quelle finestre che paiono fatte apposta per rendere più inquieta e mossa, con la loro vicinanza alla strada, la solitudine del poeta! Di quali affetti, scoperte, avventure usualissime e indimenticabili, furono mediatrici. Sono le finestre da cui Leopardi vide le cose più prossime tanto lontane quanto, dal lato opposto, le vaghe stelle dell’Orsa. E per intendere tutta la sua poesia, la parte che ebbero nella vita e nell’opera del Nostro, si consideri che lì sotto è la piazzetta del villaggio, così carica di ricordi leopardiani che non si può guardare: la chiesa di Montemorello, da un lato, in cui da bambino il gran pessimista servì messa e più innanzi negli anni, rispettoso delle convenienze e delle tradizioni domestiche, soleva recarsi puntualmente ogni domenica; la casa di Silvia, la bottega del legnaiuolo, la piccola via per la quale il poeta, alzando il capo dal lavoro, vedeva tornare dai campi la donzelletta, e l’erta stradicciola rasente il palazzo ove «Siede con le vicine – su la scala a filar la vecchierella». Chiunque voglia, su quelli stessi scalini esterni, può rivedere oggi il quadretto del «Sabato del villaggio»; poiché nelle Marche è ancora il tempo che Berta filava.

Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di Leopardi

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In una casupola situata dietro il palazzo, ma ora scomparsa, abitava Nerina, che fu come chi dicesse una pigionante e una servetta di casa Leopardi, allo stesso modo che Silvia è la figlia del cocchiere e va identificata con quella Teresa Fattorini, del cui commovente destino Leopardi, nell’intento di scrivere uno dei molti racconti che poi non scrisse, prende nota negli Appunti e ricordi, nove anni prima che gli uscisse dalla penna l’immortale canzone. Leggiamo: «Storia di Teresa… e interesse ch’io ne prendeva come di tutti i morti giovani in quello aspettar la morte per me». E un poco più oltre: «Come alcuni godono della loro fama ancora viventi, così ella per la lunghezza del suo male sperimentò la consolazione dei genitori ecc., circa la sua morte e la dimenticanza di sé e l’indifferenza dei suoi mali ecc.». In queste frasi abbreviate e smozzicate, in queste ruminazioni di discorsi ascoltati in famiglia, sono i primi fermenti della canzone a Silvia. Tutti i motivi che spingono il poeta a interessarsi dell’infelice giovinetta, a cominciare da quell’aspettar la morte per sé, appaiono così naturali, nella loro leopardiana profondità e gentilezza, che il più piccolo commento guasterebbe. Ma l’adolescente Leopardi aveva Silvia sempre davanti agli occhi e negli orecchi; benché non esista, negli appunti suddetti, un accenno che ce la mostri presente, essendo stati scritti dopo la morte di lei. E quella figlia del cocchiere che in una paginetta indimenticabile s’affaccia una sera alla finestra per lavare un piattello e, nel tornare, dice a quei dentro: «Stanotte piove da vero. Se vedeste che tempo. Nero come un cappello», non può che essere la sorella di Silvia, di cui conosciamo l’umilissima e tristanzuola esistenza. Nonostante ciò, prima che nella poesia, la «tenerella» vive, come abbiamo visto, negli Appunti e ricordi, là dove passa in un tramonto di fuoco, in un nembo di giovinezza, un’altra fanciulla che Leopardi amò, di amore assai più reale e veemente, sia pure per un attimo, e rimase obliata fra le Carte napoletane: la vezzosissima Brini, «instabile come un’ape».

 

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Del racconto non se ne fece nulla. Nove anni dovevano trascorrere avanti che il mosto si tramutasse in nobile vino e Leopardi potesse cavare dal suo fallito romanzetto una lirica sublime. Tuttavia i fanatici della poesia pura o astratta possono venire a Recanati per controllare l’assoluta concretezza leopardiana. Qui non è neppure il caso di parlare di realtà, ma di cronaca, non di aderenza alla natura o al vero, ma di esattissima relazione con le più strette contingenze, con la topografia, coi punti cardinali e coi registri dello stato Civile.

Ognuno intende che la poesia di Leopardi non poteva riuscire così autentica, così stagionata, se non a queste famigliarissime condizioni; e che molto spesso a formare un grande uomo occorrono circostanze particolarmente tragiche.

Una gita d’autore a Recanati sulle tracce di Leopardi

La grazia della poesia coincideva in Leopardi con quella che parve a lui dannazione; dannazione di vivere a Recanati. Fino a tanto ch’ebbe la forza di rimanervi, la sua casa fu un osservatorio umano e cosmico di cui non si conosce l’eguale, e ogni volta che vi ritornò, sempre più persuaso del suo possente errore, in uno stato da far pena o, per usare una sua espressione favorita, misericordia, le parte di quel palazzo scrosciarono come canne d’organo.È l’anno «grande e matematico» in cui scrive, d’un fiato, quasi tutte le Operette. Sono le brevi, ultime, risolutive stagioni del ’28 e del ’29 che diedero al mondo, tra l’altro, Le ricordanze. Dopo di che Leopardi, pur destinato ancora a cose grandissime, aspetta veramente la morte e non è più che un pietoso e consapevole trastullo in mano della fortuna, più insufficiente che iniqua.

 

[…]

 

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Non dirò a Recanati, ma a Montemorello, che è la contrada più propriamente leopardiana di questo paese, si sente il bisogno di fuggire al più presto, come se noi ci avessimo vissuto e sofferto tutto quel che sappiamo di Leopardi.

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