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Una figlia e il ricordo della madre morta. “In compagnia della tua assenza” di Colette Shammah

Una figlia e il ricordo della madre morta. “In compagnia della tua assenza” di Colette ShammahIn compagnia della tua assenza, edito da La nave di Teseo, si presenta al lettore con un titolo solo in apparenza contraddittorio, che gioca sull'idea di una possibile coesistenza di concetti lontanissimi: presenza e assenza.

L'assenza di cui parla il titolo è la più definitiva che si possa immaginare, quella prodotta dalla morte che, nel caso di questo romanzo, separa una madre e una figlia: Sophie ed Esther. L'evento in sé, a pensarci, non ha nulla di straordinario: la morte di una genitore è qualcosa con cui ciascuno deve, drammaticamente, fare i conti. Ciò che rende il testo degno di nota allora sta nella rilettura della morte data da Colette Shammah, rimasta orfana di madre proprio come la protagonista della sua storia.

La morte, da una prospettiva materialistica, è ciò che cancella, che trasforma "una presenza" in "un'assenza". Non a caso l'assenza è proprio ciò che più angoscia coloro che hanno subito una perdita, dove il "non sarà più qui" allunga sul "sopravvissuto" lo spettro spaventoso della dimenticanza.

 

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Col rischio della dimenticanza deve, naturalmente, confrontarsi anche Esther, ma, di fronte alla minaccia dell'oblio, sceglie di reagire attivamente, trasformando la figura d'assenza della madre in una presenza. Ma come?

Attraverso l'unico strumento che l'uomo possieda per gestire il tempo: la memoria, unita a una scrittura catartica. Così se nelle prime pagine Esther si lascia andare a un lamento funebre, lirico e toccante, nelle successive ha la forza di trasformare quel lamento in qualcosa di propositivo, un'occasione di crescita per se stessa: una riflessione, messa nero su bianco, sulla madre, che prende le mosse da un riesame della sua vita.

Una figlia e il ricordo della madre morta. “In compagnia della tua assenza” di Colette Shammah

In questo singolare epitaffio funebre il lettore viene gradualmente messo a conoscenza di chi era questa madre: una donna istruita, raffinata, indipendente potremmo dire. Ma a questo si potrebbero aggiungere altri aggettivi, meno piacevoli, come "testarda", "eccentrica"e "distante". Questo per dimostrare come quello di Esther non sia un viaggio ideale nei ricordi, funzionale a esaltare la figura materna facendone un'utopia, come sarebbe facile. Si tratta piuttosto di un viaggio vero, crudo, che non ha paura di mettere in luce anche i difetti di chi si ama, o gli aspetti più reconditi e incomprensibili: ciò che ci sfugge malgrado la "frequentazione" di una vita.

È paradossalmente proprio nel momento il cui la Figlia, per dirla con Pirandello, è privata dalla Madre che ha di lei una conoscenza più obiettiva e profonda. Guardando a questa figura quando essa si è ormai allontanata dal mondo, Esther riesce a percepirla con maggiore chiarezza, a trovare una coerenza nelle contraddizioni, fino a riconoscere quanto la madre le abbia dato.

Una figlia e il ricordo della madre morta. “In compagnia della tua assenza” di Colette Shammah

Da quest'analisi emerge molto: in primis l'idea, affascinante, per cui da un vuoto si possa ricavare un pieno, da un'assenza una presenza, seppure solo nel ricordo. E poi l'idea che gli avi, coloro a cui è toccato precederci nella vita, siano degli educatori. Sophie, donna reale e non idealizzata, è un concentrato di pregi e difetti. Il suo carattere deciso l'ha portata a scontrasi più volte con le figlie, Esther inclusa. Tuttavia, ripensando alla madre, Esther riconosce quanto questo scontro con la diversità, con l'altro da sé, le sia stato utile. Esther rimane se stessa, emotiva e fragile, eppure, proprio per essere questo o forse per bilanciarlo, ha avuto bisogno di conoscere la forza materna.

Si noti come il confronto con la madre allora modifichi la sua funzione nel corso della narrazione: passa da un'esorcizzazione della perdita a una ridefinizione della madre quando è più lontana, in absentia appunto, per trasformarsi infine in una meditazione sull'altro da sè, che è viatico per conoscere se stessi.

 

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Rivivendo il sentimento della perdita attraverso la scrittura, Colette Shammah realizza così un libro che è un'attenta riflessione su cosa comporti l'esperienza della morte: un ripensamento di chi l'altro sia stato e di chi siamo noi. La morte, dunque, come primo motore per cercare la risposta all'atavica domanda: chi sono io?


Per la prima foto, copyright: Leandro Cesar Santana.

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