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Una bambina e il suo doppio. Intervista ad Antonia Arslan

[Articolo pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 4/2013, La forza della memoria]

Antonia ArslanNella sua opera,  il  tema della memoria è centrale. Prendiamo come punto di partenza la trilogia narrativa La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004), La strada di Smirne (Rizzoli, 2009) e il più recente Il Libro di Mush (Skira, 2012). C’è, in questi libri, la volontà di restituire per gradi un patrimonio che non è solo personale, bensì il tassello di una più vasta memoria collettiva e storica che appartiene all’umanità (il genocidio degli Armeni ad opera della dittatura dei Giovani Turchi, 1915). Tutto ciò è stato reso possibile e si è concretizzato grazie a un processo lungo e laborioso di individuazione e integrazione di un’identità; alcuni riferimenti letterari (penso alla sua traduzione de Il canto del pane del poeta Daniel Varujan) e alcune persone a lei vicine l’hanno aiutata a dar voce a questa parte di sé che ancora risiedeva nell’ombra. Ce ne vuole parlare?
Volentieri. Proprio in questo periodo sto ricostruendo  il testo di un convegno tenutosi a Reggio Calabria con gli Istituti superiori. Il tema riguardava la memoria e aveva come titolo Una bambina e il suo doppio, proprio dalla Masseria delle allodole. Stavo giusto pensando alle persone e ai libri; ritengo che la memoria sia informazione sui fatti, eventi che già conosci, ma che attraverso i testi puoi riportare alla mente, arricchirli. Magari sono fatti della tua storia, o della storia della tua famiglia e del tuo popolo. Con l’aiuto di certi libri tutto si ricompatta. Questo è, però, un tipo di memoria storica, una memoria che non ti porta a scrivere un romanzo. Casomai scriverai un saggio, ma pure i saggi hanno bisogno d’ispirazione, di una forte tensione interna. Io sono approdata tardi alla forma romanzo; a volte mi dico che sono lenta e, in effetti, è così. Poi, magari, vado in profondità, ma sono lenta nell’acquisizione di certi fatti. Credo che per stimolare un racconto con dei personaggi e delle situazioni forti, da far sì che i lettori le adottino, che abbiano un transfert con essi, bisogna che tu, scrittore, prima lo viva come una specie di “rinascita interna”, di ri-emersione dal profondo di te di cose che si erano depositate, di fatti, ma soprattutto sequenze di immagini che si collegano, poi, al racconto. Il racconto stesso ti è stato fatto in una determinata località, in un dato momento che rivivi nel tuo pensiero. Ecco perché, per tanti anni, dei racconti di mio nonno Yerwant non avevo quasi memoria. Mi ricordavo solo questa grande estate con lui; mi ero ammalata di una strana e misteriosa febbre di cui non si riusciva a trovare la causa. A un certo punto, mio nonno venne nella mia camera. Mi disse che aveva trovato la penicillina. Mi informò che sarebbe stata un’esperienza dolorosa (ne avrei dovute fare 36!) e che mi avrebbe dato 50 lire a puntura. Ne volli 100, poi ci accordammo per 75 lire. Era un bravo medico, aveva 85 anni all’epoca. Disse a mio padre, che pure era medico: «La bimba la porto io in convalescenza perché tu non sei capace di seguirla». Mi portò in montagna, dove mi ristabilii. Durante il nostro soggiorno, quel vecchio signore anatolico mi raccontò la storia della masseria e del massacro del suo popolo. Questa storia è così piena di luci, di elementi, di colori, di feste in famiglia e poi… l’improvviso irrompere dell’orrore. Non c’è niente di nuovo in queste storie: quante ne abbiamo ascoltate? Eppure per te è tutto nuovo, perché si tratta della tua storia, della tua famiglia.

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Diversi anni dopo, ebbi modo di  leggere che i giovani armeni di terza generazione cominciavano a domandarsi perché nessuno  ne parlava, perché questa cappa di silenzio. Si parlava della Shoah, ma non della scomparsa del popolo armeno. Era accaduto solo vent’anni prima; Hitler stesso, secondo alcune fonti storiche, ne accennò con i suoi ufficiali: «Noi possiamo fare quel che vogliamo. Chi si ricorda oggi dello sterminio degli Armeni?». Quando cominci a guardare dentro la Storia, tutto si allaccia.
I soldati tedeschi erano in Anatolia nella Prima Guerra Mondiale; Hitler era soldato altrove, ma si parlavano tra camerati. Ci sono infinite testimonianze di soldati tedeschi inorriditi da quanto vedevano fare agli Armeni da parte dei Turchi. Furono testimoni passivi o attivi del genocidio? Si sta ancora discutendo. Di certo, passivi lo furono. Personalmente non partecipai alle manifestazioni dei giovani armeni; in seguito, però, mi accaddero due fatti. Primo, ascoltai due meravigliosi concerti a Venezia di un coro armeno di Parigi. Avevano una vocalità straordinaria; il loro repertorio era composto da canzoni popolari di prima del 1915; il secondo evento fu quella pergola di glicine, grande come questa stanza (il suo studio di Padova, n.d.r.), dove mio nonno mi raccontò la sua storia. Il viola del glicine, l’orrore del sangue, la testa decapitata di suo fratello gettata addosso alla moglie. Sangue, carne, vita e morte mi hanno fatto capire che, in qualche modo, dovevo parlarne. Mio nonno sopravvisse per miracolo; in seguito, si richiuse in se stesso, col suo fardello di dolore. Studiò a Venezia, divenne uno dei medici più importanti d’Europa. Ha voluto preservare i suoi figli; si aprì solo con me, una bambina, a ottant’anni suonati. Tornando a me, per scrivere ci vuole una forte spinta; devi sentire che qualcosa pulsa, vuole uscire. All’inizio ho indugiato. Avevo fatto tante cose di critica letteraria, non mi ero mai cimentata con la narrativa. Poi, una mia amica americana, Siobhan Nash-Marshall (che ha scritto  la premessa di un mio recente saggio) mi incitò: devi farlo, non puoi aspettare ancora, non puoi lasciare pagine sparse di qua e di là. In seguito, ho incontrato Varujan; niente accade per caso: ho compreso che era un poeta migliore di quanto emergesse dalle sue traduzioni. Mi sono detta: devo curare una nuova traduzione, devo rendere meglio la prosodia, il ritmo delle sue quartine. Dopo questa esperienza, ho capito che queste voci dovevano uscire.

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