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Un viaggio nell’Italia che resiste. Intervista a Lorenzo Tosa

Un viaggio nell’Italia che resiste. Intervista a Lorenzo TosaCi sono momenti in cui ti monta la rabbia, è come se il tempo non fosse mai passato, come se la storia non avesse mai insegnato nulla, come se le cicatrici sull’anima collettiva non esistessero a testimoniare le ferite del passato recente. Eppure ci sono. Un passo dopo l’altro. Viaggio nell’Italia che resiste nonostante tutto le mette al confronto: le ferite di ieri e quelle di oggi. È sottile il pensiero di Lorenzo Tosa. Racconta un’Italia che resiste, come recita il titolo stesso. Non aspettatevi, però, il racconto di un’Italia monocromatica, unidirezionale, avvinghiata a idee fisse e immutabili. Resistere non è sinonimo di cristalizzazione. Resistere è sinonimo di cambiamento, di pluralità, di mescolanze.

Uscito per Mondadori, Un passo dopo l’altro è una lettura che non dà tregua. Apre porte scomode, illumina angoli bui e costringe i lettori a guardare in faccia la realtà che lo circonda mostrando le sfaccettature di situazioni salite alla ribalta, ma non comprese appieno. Per fare solo un esempio: Riace.

In occasione dell’uscita del libro, con Lorenzo Tosa ci siamo addentrati in alcuni dei temi del libro come, per esempio, la storia di Chiara, il modo in cui passato e presente s’intrecciano all’interno del volume, ma anche cosa possa produrre la depersonalizzazione.

 

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Ci sono tantissime persone di cui si racconta in Un passo dopo l’altro che ti entrano sottopelle e ti colpiscono per il modo in cui riescono a trovare una via per creare una nuova narrazione. Una di queste è Chiara, la lettrice vis à vis, che assume connotati ancora più interessanti se la si pensa in relazione all’Italia, dove, si sa, si legge poco. Secondo lei, tornare a una lettura ad alta voce, potrebbe risuscitare l’amore per i libri? In una sorta di rieducazione del lettore, un po’ come si fa con i bambini…

Assolutamente. Quella di Chiara è una scommessa personale con la vita e un atto di rivolta verso la società in cui vive. Un lavoro nato per caso, un giorno di nove anni fa, in un letto su cui Chiara è stata costretta a rimanere per un mese e mezzo a causa di una bronchite sfociata sin quasi alle soglie della polmonite. Impossibilitata ad alzarsi, con lo sguardo fisso contro le pareti, tutto ciò che vede sono i compagni fedeli che l'hanno accompagnata fin da quando era bambina: i libri. A un certo punto, in un lampo di intuizione, inventa letteralmente un lavoro che, prima di lei, non esisteva: la lettrice vis à vis, la donna che legge libri ai passanti, agli sconosciuti. E, in questo semplice gesto, c'è un messaggio potente di apertura, incontro, confronto, in un Paese che, nel frattempo, si stava sempre più raggomitolando su se stesso, ingobbendo in una postura di protezione e chiusura verso chiunque rappresentasse l'altro, il diverso, lo straniero, lo sconosciuto. La lettura ad alta voce è – come poi scoprirà Chiara negli anni – un mezzo potentissimo per far affiorare anfratti dell'inconscio di chi ascolta, almeno con la stessa forza con cui scava frammenti nascosti dell'animo di chi legge. Non la definirei una "rieducazione" ma una nuova educazione sentimentale di cui un po' tutti abbiamo bisogno di tornare ad appropriarci.

Un viaggio nell’Italia che resiste. Intervista a Lorenzo Tosa

La maggior parte delle storie incluse nel libro appartiene a un passato recente. Fa eccezione quella di Luciana Sacerdote. Eppure, a uno sguardo più attento, si ha l’impressione di ritrovarsi come davanti a uno specchio. C’è qualcosa di quel passato che si respira nell’aria del presente. È così? Quali elementi condividono passato e presente?

Un passo dopo l'altro è costantemente in bilico su due piani che definirei emotivo-temporali. È una storia che affonda mani e piedi nel presente ma le cui radici arrivano da molto più lontano. C'è la dichiarata incursione nel passato più buio e atroce della nostra Storia, raccontato attraverso gli occhi e la voce di Liliana Segre e Luciana Sacerdote in un viaggio andata e ritorno per l'inferno di Auschwitz. Ma c'è soprattutto, lungo tutto l'arco narrativo, come una sorta di atmosfera plumbea di vecchi fantasmi che, nel frattempo, si sono rincarnati in nuovi echi sinistri drammaticamente reali. Come quando, sul treno, l'addetto alle pulizie razzista, per rispondere a Mailuna, le ricorda che nel Paese da cui viene (non importa quale sia, nel delirio qualunquista di quell'uomo) «ci sono tre strade e le abbiamo costruite noi nel '39». Avrebbe potuto rispondere qualunque cosa, citare qualunque data, evocare qualunque periodo storico. E invece ha scelto il 1939 e il fascismo, perché è quello la fonte tossica e marcescente alla quale si abbeverano milioni di italiani, in un Paese che tutt'oggi non ha ancora fatto i conti con la pagina più nera del proprio passato.

 

A leggere la storia di Riace, si ha la sensazione che l’integrazione dei popoli passi soprattutto attraverso le donne. In che misura è d’accordo con questa affermazione?

Totalmente. E, nel caso di Riace, quasi biologicamente. In pochi lo hanno sottolineato, ma quella di Riace è essenzialmente una storia di immigrazione e integrazione femminile. Nel momento di massima fioritura del modello Riace, sono le donne a sostenere sulle spalle la vita del borgo, loro a contribuire a mandare avanti l'economia locale lavorando nelle antiche botteghe artigiane, loro a produrre l'olio, loro a tenere le redini della vita sociale riacese, mentre gli uomini spesso lavorano come braccianti nei campi della piana di Gioia Tauro. È una sorta di matriarcato anomalo che ricorda, evoca e, in una certa misura, riproduce quello su cui, nell'ultimo mezzo secolo, si è sostenuta l'immigrazione dei calabresi nel nord Italia o nella lontana Germania, con gli uomini a cercare fortuna lontani e le donne che, come moderne Penelopi, custodivano la casa e crescevano figli e nipoti. Quella della Calabria e di Riace è una storia ciclica di immigrazione, di assenze e di attese tradite che ruota attorno al ruolo delle donne e che solo attraverso le donne potrà rinascere.

Un viaggio nell’Italia che resiste. Intervista a Lorenzo Tosa

Essere immigrato è anche una questione di rinuncia alla possibilità di scegliere. È questo, secondo lei, il «tesoro» che lOccidente – una sua parte, per meglio dire – teme di perdere dando spazio agli altri? Cosa comporterebbe, secondo lei, uno scenario in cui anche gli altri, gli immigrati appunto, potessero scegliere?

Credo che sia un problema di percezione. Per anni siamo andati avanti con l'idea che l'immigrazione fosse un problema da gestire. E, in parte, è senz'altro così. Ma lo è perché siamo tutti più o meno vittime di una narrazione politica inquinata da una visione parziale e a brevissimo termine di ogni questione, perdendo di vista la visione d'insieme ma anche l'orizzonte temporale necessario per inquadrare qualunque fenomeno. Mi spiego: è chiaro che, se raccontiamo i flussi migratori solo guardando a quello che avviene tra i dieci chilometri al largo della costa e i centri di permanenza temporanea che esplodono, l'immagine che avremo è quella di un fenomeno del tutto fuori controllo. Ma basta alzare lo sguardo, sforzarsi di guardare i numeri, le statistiche, i modelli virtuosi esistenti e raccontati poco e male, per rendersi conto che la migrazione non è né un problema né una generica opportunità ma semplicemente un fatto umano con cui dovremo confrontarci di qui ai prossimi decenni. Un'immigrazione che è in entrata ma anche in uscita. Mentre guardiamo il dito del migrante che arriva in Italia per cercare lavoro, non guardiamo la luna di milioni di giovani che sono già emigrati altrove a cercare opportunità che un Paese sempre più vecchio e impoverito non riesce più a offrire. Poter scegliere, per chiunque, significa scommettere sul proprio futuro, investire, rischiare, avere qualcosa da perdere. Per un giovane migrante che entra nel nostro Paese vuol dire non dover lottare per sfuggire dall'invisibilità ma - rovesciando completamente il piano - essere incoraggiato e responsabilizzato a diventare parte attiva di una società, a sentire l'appartenenza a una comunità, che sia economica, sociale, culturale. Ci vorranno forse anni per costruire un simile modello di integrazione, ma non abbiamo scelta.

 

La depersonalizzazione come arma per creare distanze, differenze e odio, attraverso la creazione di categorie ed etichette; dice, infatti: «un individuo se lo privi del suo nome, del suo volto, della sua identità» diventa altro da te. Può commentare questo pensiero?

Come scrivo proprio in quel passaggio del libro, «è più facile colpire qualcuno se lo puoi etichettare». Quello che è cambiato in questi anni è stato semplicemente il bersaglio. Ieri era il meridionale a cui non si affittava casa, oggi è il migrante che "ci ruba il lavoro". È la chiave di ogni forma di populismo: da un lato radunare il nemico di turno in una catalogazione immediata e facile da comprendere, esattamente come capitava quasi 80 anni fa con gli ebrei destinati ai lager; dall'altro ghettizzarli in una categoria, trasformarli in xeno, che non è il semplice straniero inteso in senso geografico o politico. È una forma di estraneità emotiva, psicologica, esistenziale che non consente alcuna mediazione o ricucitura. E allora capita sempre più spesso di leggere sui social commenti sconvolgenti sui nuovi italiani che magari arrivano da storie e genitori lontani: "Avrà anche la cittadinanza italiana, ma non sarà mai un italiano". In questa frase c'è il fallimento di qualsiasi politica di integrazione e la ragione per cui il sovranismo populista è così egemone. In qualche anno si può approvare una legge, ma ci vorranno decenni per cambiare la cultura di un Paese, ed è una sfida che ci vede tutti protagonisti.

 

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A guardarla nella sua essenza, sembra surreale. Penso alla storia di Elena e al suo desiderio di poter giocare a calcio come professionista, a tutti gli effetti. Perché nella realtà dei fatti, è una professionista: per tempo, per energie, per impegno. Resta, agli occhi degli altri, dilettantismo, solo perché Elena – e tante sue colleghe italiane – è donna. Quale struttura portante della nostra società, secondo lei, è così cieca da non cogliere l’assurdo di situazioni come quella riguardanti il calcio femminile, per limitarci a un aspetto della testimonianza di Elena?

La famiglia, senza alcun dubbio. In realtà, se analizziamo le politiche degli ultimi trent'anni in materia di diritti civili, ci accorgiamo come vadano di pari passo con i cambiamenti avvenuti all'interno del nucleo familiare e delle sue ramificazioni sociali più o meno dirette. Pensiamo solo al divorzio o all'aborto. Non sono state le leggi a cambiare il modo in cui la società si è rapportata con questi temi, ma è la società stessa, e in particolare, i grandi movimenti femministi e le rivendicazioni intime e collettive delle donne a imporre alla politica una presa d'atto di una trasformazione in corso. E così è avvenuto per tutte le grandi conquiste civili dell'ultimo mezzo secolo, che oggi, per la prima volta dopo tanto tempo, sono tornati ad essere ufficialmente in discussione. Quella del professionismo delle donne è una delle grandi storture del nostro tempo e dimostra quanti passi ancora dobbiamo compiere sulla strada della gender equality. La legge spesso è una inevitabile conseguenza e il punto finale su un percorso che deve necessariamente partire dalla società civile. Da questo punto di vista siamo ancora molto indietro, al punto che Elena, la protagonista di questa storia, è costretta ad emigrare in Spagna per coronare il suo sogno di diventare calciatrice professionista. Una ferita che sanguina in un Paese che aspira a definirsi civile.


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Per la prima foto, copyright: Jonathan Bean su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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