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Un viaggio nel Sud degli Stati Uniti, tra politica, musica e tradizioni

Un viaggio nel Sud degli Stati Uniti, tra politica, musica e tradizioniRaccontare il Sud ha sempre qualcosa di fascinoso perché significa fare i conti con una realtà spesso diversa da quella del resto di un paese, diversa per tradizioni e storia, ma anche per gusti musicali. E se pensiamo alla nostra Italia quest’affermazione diventa quasi un luogo comune, ma talmente radicato che risulta impossibile scardinarlo in qualche modo.

Ed è proprio questa differenza tra un Sud e il suo Nord che emerge nel libro di Seba Pezzani, Profondo Sud. Un viaggio nella cultura del Dixie (pubblicato da Giulio Perrone Editore), in cui la musica Dixie diventa pretesto per conoscere da vicino una realtà che, pur affascinando, non sempre viene colta in tutte le sue sfaccettature. Una realtà, quella del Sud degli Stati Uniti, da cui è emerso, ad esempio, Donald Trump.

 

La citazione in esergo è una frase di Michelle Obama: «Ho visto le mie figlie giocare libere in una casa costruita dagli schiavi. Questa è la storia dell’America». Cosa resta oggi, dopo l’elezione di Trump, di questa storia?

Fortunatamente, resta tanto. Che nessuno pensi che otto anni di amministrazione Obama possano essere spazzati via dai proclami populisti di un buzzurro arricchito. Se Obama è riuscito a scavare un solco profondo nel cuore dell’America, lo si deve soprattutto alla sua voglia di mediare, alla sua bonomia, al suo sorriso, alla sua brama di bellezza. Non si tratta solo di forma. Puntare in alto, nel suo caso, è stato un modo come un altro per dire agli americani che chiunque, anche il figlio di una famiglia mista, può farcela. Fornire risposte semplici a domande difficili equivale a creare problemi che non esistono o che sono molto meno seri di quanto si vuol far credere. In questo, Trump è maestro. Ma la sua dialettica non avrebbe mai avuto vita facile con Barak Obama, se solo si fosse potuto candidare per un terzo mandato. Come mi ha detto un paio di giorni fa l’amico Joe Lansdale, «oggi l’America è più unita, non più divisa. In larghe aree, il paese sta meglio, non peggio di prima».

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In apertura del libro lei contesta la tesi secondo cui Trump sarebbe riuscito a entusiasmare la classe operaia. Quali sono allora le ragioni della sua vittoria?

Una ragione risiede nella natura stessa dell’America, un universo che a noi europei spesso sfugge e che gli stessi “osservatori politici” faticano a cogliere, finendo spesso per dire sciocchezze inascoltabili. L’America da sempre è il regno del liberismo e, che ci piaccia o meno, il paese in cui l’individuo può davvero aspirare a un grado di libertà che non ha eguali altrove. L’America non è certo il paradiso in terra, ma la libertà individuale è sacra e chiunque può fare ciò che vuole, a patto che l’esercizio del suo diritto non limiti la fruizione del diritto del suo prossimo. Il termine libertà contiene la stessa radice di liberismo, concetto che spesso ha finito per essere distorto e per risultare deleterio. Ma, dovendo scegliere fra maggiore libertà e maggiore livello di servizi – messi in campo da uno stato più presente – l’americano medio opta decisamente per una libertà maggiore. L’americano medio non vuole proprio saperne di rinunciarvi, nemmeno a vantaggio di un sostegno statale nei momenti di difficoltà o nelle sfere sensibili. Al ventre molle dell’America, ovvero a quella classe media – bianca come nera – ormai abbassatasi a livello di proletariato di sussistenza, le parole vuote ma rassicuranti di Trump sono suonate convincenti. Il popolo, insomma, si è sentito rivolgere le parole che desiderava sentirsi dire. Pazienza se tali parole sono proclami poco realistici. Inoltre, Hilary Clinton era un candidato debole, appesantito da scheletri familiari nell’armadio e poco simpatico all’elettore medio.

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Perché un libro dedicato al Sud degli Stati Uniti? Quali sono le differenze più lampanti rispetto al Nord?

Il Sud è molto affascinante, in quanto ricco di tradizione e di valori antichi che si mescolano a una modernità comunque presente. I ritmi del Sud sono più lenti, le conversazioni più pacate. Il territorio è contraddistinto da boschi, fiumi, laghi, coltivazioni. Le città hanno elementi architettonici antichi. La storia è ricca e la terra è pregna del sangue dei fratelli che si sono combattuti nella guerra civile e del sudore degli schiavi che, con il loro lavoro, hanno fatto la fortuna del padese.

 

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Cos’ha da dire questa parte della prima superpotenza mondiale agli italiani?

Come credo di aver scritto nell’introduzione al mio libro, praticamente ogni paese ha un suo Sud. Quello degli USA è grande come è grande il paese. Qualcuno più a nord guarda con una certa aria di superiorità ai ritmi più blandi, quasi indolenti di questa terra. Ma, proprio come succede anche con il Mezzogiorno italiano, il Sud degli Stati Uniti può essere un laboratorio fondamentale per l’esportazione di un modello di vita. Può sembrare un paradosso, ma è proprio nel Sud un tempo schiavista che si sono aperti i primi sperimenti di integrazione e vita in comune. È sempre buona cosa tenerlo a mente.

Un viaggio nel Sud degli Stati Uniti, tra politica, musica e tradizioni

Il sottotitolo del libro è «un viaggio nella cultura Dixie». Quali sono gli elementi distintivi di questa cultura?

Una miscela irripetibile di mondi distanti, razze diverse, patrimoni disparati. La tradizione, con i grandi valori dell’amicizia, dell’ospitalità e dell’eleganza, e la semplicità della vita rurale. La forza di una spiritualità antica, fondata su un cristianesimo evangelico a noi lontano ma molto sentito. La contrapposizione, non necessariamente violenta – talvolta persino virtuosa – tra comunità bianca e comunità afroamericana. Il retaggio della sconfitta confederata e lo spirito di rivalsa positiva attraverso un patrimonio letterario, musicale e artistico originalissimo.

 

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Da dove potrebbe cominciare chi è totalmente a digiuno della musica Dixie? Qualche consiglio?

Una domanda da un milione di dollari. Non mi sottrarrò al compito, però, facendo qualche esempio. Qualsiasi cosa di Mississippi John Hurt, un cantante blues anomalo dalla voce soave e dallo stile chitarristico innovativo. La cantante degli Appalachi Olabelle Reed, una cantautrice primordiale. La band dei Neville Brothers, padroni della New Orleans più multietnica, con il loro mix di funk, R&B e ritmi tropicali. Le canzoni intrise di citazioni letterarie di Grayson Capps, cantautore dell’Alabama. Il blues acustico del texano Lightnin’ Hopkins. Potrei andare avanti all’infinito.


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