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Un viaggio nel mondo delle sette ne “Il respiro del fuoco”. Intervista a Federico Inverni

Un viaggio nel mondo delle sette ne “Il respiro del fuoco”. Intervista a Federico InverniIl respiro del fuoco (Corbaccio, 2017) è il secondo romanzo di Federico Inverni, pseudonimo dietro cui si cela un autore che preferisce non rivelare la sua vera identità e che l'anno scorso aveva brillantemente esordito con Il prigioniero della notte, edito sempre da Corbaccio. Anche qui i protagonisti sono il detective Lucas e la psichiatra profiler Anna, ma nonostante la presenza per gli stessi personaggi i romanzi possono essere letti indipendentemente l'uno dall'altro.

Lucas e Anna hanno attraversato esperienze precedenti piuttosto tragiche e destabilizzanti: se da un lato questo condiziona parecchio la loro vita quotidiana, dall'altro li rende però particolarmente sensibili nei confronti della psicologia dei crimininali su cui si trovano a indagare.

Il respiro del fuoco affronta un tema oscuro e affascinante, quello delle sette pseudo religiose, in particolare di quelle che hanno causato, negli ultimi decenni, spaventosi fenomeni di suicidi collettivi. Così, anche a pochi chilometri dall'immaginaria cittadina di Haven, dove operano Lucas e Anna, un rogo distrugge quello che restava di Eden Crossing, un utopico progetto edilizio rimasto incompiuto e divenuto sede della setta fondata dal reverendo Tobias Manne, causando la morte di decine di persone.

 

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Tutto porta a pensare che si tratti di un suicidio collettivo ma, una volta arrivati a Eden Crossing, Lucas e Anna s'imbattono subito in dettagli che sembrano smentire questa teoria. Se poi altri roghi e altre morti colpiscono luoghi in apparenza distanti tra loro, è chiaro che da qualche parte esiste una mente occulta, che ha elaborato un piano ben più crudele e complesso: la sfida che i due investigatori devono raccogliere è perciò quella di fermare questa mente al più presto possibile.

Nonostante la scelta di utilizzare uno pseudonimo, Federico Inverni non si sottrae al contatto con lettori e librai, utilizzando i social network, e ha gentilmente risposto alle nostre domande via mail.

 

Nella narrativa italiana è presente da tempo una folta schiera di autori di thriller e noir che ambientano con successo i loro romanzi nel nostro Paese. Quali sono i motivi per cui lei ha preferito collocare le sue storie negli Stati Uniti?

In realtà non avevo affatto in mente gli Stati Uniti: Haven è una città inventata, che nella mia mente è un misto di Londra, Roma e Amsterdam, con qualche tratto di Stoccolma e Copenaghen. Ho fatto questa scelta per potermi muovere con maggiore libertà nelle vicende che narro, modellando perfino i luoghi dell’azione a seconda della mia immaginazione. L’ambientazione italiana, per quanto suggestiva, mi avrebbe costretto a “gravare” la narrazione con elementi localistici che personalmente trovo molto noiosi da scrivere, non sono proprio nelle mie corde.

Un viaggio nel mondo delle sette ne “Il respiro del fuoco”. Intervista a Federico Inverni

Questa sua scelta non richiede uno sforzo maggiore per costruire una storia che risulti credibile agli occhi degli amanti del genere, che comunque leggono abitualmente gli autori americani?

Gli autori americani, così come quelli inglesi, tedeschi, svedesi, insomma tutta la narrativa thriller di ultima generazione, sono stati e sono una fonte di ispirazione e di consultazione costante. Ho cercato perciò di mettere insieme il meglio delle loro atmosfere e del loro modo di costruire le storie. Da parte mia, benché mi interessino ovviamente gli aspetti più procedurali e di detection, cerco di mettere al centro della narrazione la mente umana, le sue fragilità, le sue storture, le illusioni che crea e di cui spesso siamo vittime inconsapevoli. Spero che chi legge i miei romanzi trovi in questo aspetto, soprattutto, il fronte della “credibilità”, e che si inneschi una suspension of disbelief sufficiente a lasciarsi coinvolgere dalla storia.

 

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Come mai, per questo romanzo, ha deciso di raccontare il complesso mondo delle sette pseudo religiose, che senza dubbio costituisce un ottimo scenario per un thriller. Si era per caso interessato in precedenza a questo argomento per altri motivi?

Ho effettuato molte ricerche in proposito, mosso dall’intento che mi animava già nel primo romanzo: sondare gli abissi della mente. E cosa c’è di più abissale di una manipolazione mentale tanto forte da riuscire a farci superare l’ostacolo perfino del più basilare degli istinti, quello di sopravvivenza? Le sette millenariste, la cui storia sovente si chiude in maniera eclatante e tragica con suicidi di massa rituali, sono un esempio devastante di quanto sia fragile il controllo che abbiamo sulla nostra mente. Esistono filmati e registrazioni disponibili on line che permettono di addentrarsi molto, a volte perfino troppo, nei meandri di queste sette e del modo in cui manipolano le convinzioni e i comportamenti degli adepti. Dal massacro di Jonestown alla visionarietà di Marshall Applewhite… E credo che sia un argomento di straordinaria attualità, perché ravviso in certi movimenti populisti gli stessi assunti di base, gli stessi movimenti di manipolazione psicologica fondati su una logica puramente di contrapposizione noi/loro, su una dimensione della verità fondata sul sospetto acritico, sul complottismo, sulle false verità, sulle “bufale”, sull’invenzione di un “nemico”…

 

Uno degli aspetti che ho trovato più inquietante è il fatto che persone con pesanti problemi psichici come Lucas, oppure con un vissuto destabilizzante alle spalle come Anna, possano continuare a lavorare in polizia, perché potrebbero adottare dei comportamenti a rischio per sé e per gli altri. Negli Stati Uniti non esistono controlli sullo stato di salute psicofisica dei poliziotti?

Ammetto di non conoscere in modo particolare la regolamentazione degli Stati Uniti in merito, anche perché non è negli Stati Uniti che ambiento le mie storie. Ma immagino che esistano dei protocolli di controllo periodico. Tuttavia, nel caso di Anna e Lucas stiamo parlando di due soggetti speciali: forse non sono alcolisti o tossicodipendenti, come altri personaggi letterari, hanno debolezze di altro genere, ma in tutti i casi (un po’ se vogliamo come avviene per Harry Hole di Jo Nesbø) riescono a compensarle con le loro abilità e con la dedizione al lavoro. Forse per questo i loro superiori “tollerano” le loro debolezze, pur di disporre di qualcuno che svolga il lavoro sporco al posto loro…

 

Ci sono autori che iniziano a scrivere un romanzo solo dopo averlo pensato a lungo, altri che partono da un'idea e cercano di svilupparla in modo istintivo, magari senza avere ben chiaro come si svolgerà e come andrà a finire, altri ancora lavorano per schemi e tracce preliminari prima di arrivare alla stesura vera e propria. Lei segue un metodo particolare?

Impiego circa sette mesi per la stesura di un romanzo. Sei mesi e una settimana sono dedicati alle ricerche e alla schematizzazione, che svolgo nel tempo libero. Stendo uno schema molto esaustivo, capitolo per capitolo. Nelle tre settimane restanti, che poi sono quelle delle ferie estive, scrivo, rivedo e correggo il romanzo.

 

Nel mondo attuale gli scrittori che scelgono di nascondersi dietro uno pseudonimo sono diventati una rarità, anche perché l'editoria è sempre più orientata a creare contatti ravvicinati tra autori e lettori in tutti i modi possibili, dalle presentazioni ai social. Lei ha scelto una posizione intermedia, perché pur nascondendosi dietro un nome d'arte non rifiuta il contatto con i lettori attraverso i social. Pensa di riuscire a mantenersi a lungo nell'ombra? E questo le ha creato problemi con la casa editrice?

Per fortuna, la mia casa editrice, la Corbaccio, aveva ben chiaro che non avrei potuto mai fare altrimenti! Sono stati molto pazienti e comprensivi e mi hanno aiutato immensamente ad aggirare il problema, suggerendomi di mantenere comunque una forma di contatto coi lettori attraverso i social media. Spero così di poter conservare l’anonimato, perché se così non fosse subirei delle conseguenze sgradevoli e soprattutto sarei costretto a rinunciare a scrivere, e… beh, mi dispiacerebbe molto!


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