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Un viaggio alla scoperta di se stessi. “Abbiamo fatto una gran perdita” di Alberto Cellotto

Un viaggio alla scoperta di se stessi. “Abbiamo fatto una gran perdita” di Alberto CellottoAbbiamo fatto una gran perdita, pubblicato da Oèdipus edizioni, è la prima opera in prosa di Alberto Cellotto, poeta, traduttore e blogger che ha già al suo attivo la pubblicazione di tre raccolte poetiche. «Un romanzo epistolare sui generis», è stato definito da Matteo Giancotti, presumibilmente in quanto non ne possiede la tradizionale struttura, non contenendo né un rapporto epistolare tra diversi personaggi, caratterizzante un classico come Destinatario sconosciuto, né l’invio di lettere a un destinatario determinato, presente in quelli che sono considerati i massimi esempi di tale genere romanzesco, Ultime lettere di Jacopo Ortis e I dolori del giovane Werther, e nemmeno lo sdoppiamento tra due diversi sé come La lettera del giovane lavoratore di Rilke, da cui è tratta la citazione contenuta nella prefazione.

Il protagonista Martino Dossi è un trevigiano quarantenne recentemente licenziato da un lavoro che svolgeva da molti anni, con una moglie, Ester, tre figli di età imprecisata ma comunque ancora bambini e una bicicletta, cui è legato al punto da affermare che «In bici accadono le più grandi intuizioni sull’essere vivi» e chiederne notizie alla moglie. Prima di cominciare a cercare nuove opportunità di lavoro Martino decide di concedersi una pausa da tutto, sotto forma di un periodo sabbatico di tre settimane. Una sorta di particolarissimo ritiro spirituale, itinerante e aperto al confronto con gli altri, il cui spiazzante finale ricorda per certi versi quello di Ultime lettere di Jacopo Ortis, cui lo accomuna il recupero, riordino e pubblicazione delle lettere a opera di una persona cara.

 

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Ma in Abbiamo fatto una gran perdita lo scambio epistolare che ne costituisce l’ossatura narrativa avviene solo in nuce. A fareda collante alle tracce sparse di emozioni e riflessioni di cui il romanzo è intessuto è infatti proprio la riluttanza di Martino a imbustare e spedire quanto scrive, come se la prosaica materialità di tali atti rischiasse di sfregiare o interrompere il flusso di coscienza liberatorio cui le lettere fanno da paravento. Grazie a loro infatti il solitario viaggio del protagonista attraverso l’Italia si fa viaggio dell’anima, dentro cui guarda con nitida autoconsapevolezza. Una lucidità che non indulge in pietismi autoassolutori e ci mostra senza ipocrisia le umane debolezze di Martino, ma che è lontana anche da eccessi e brutalità, perché Cellotto usa la cifra stilistica che meglio si attaglia alla sua natura di poeta: quella di un disincanto struggente e sottilmente crepuscolare. Il viaggio di Martino Dossi è volto a illuminare presente e passato attraverso la ricerca del proprio autentico sé, per la piena comprensione e definizione del quale egli non può fare a meno di confrontarsi con chiunque abbia avuto un ruolo, piccolo o grande, nella sua vita. Un bisogno di confronto urgente e profondo, come dimostrato dalle ben quaranta lettere scritte alle persone più diverse – dalla vicina di casa alla presentatrice di una tivù locale, da ex colleghi ad amici, amanti e conoscenti più o meno occasionali sino alla moglie Ester – ma accompagnato da una certa ritrosia, come accade spesso quando ci si trova ad aprire agli altri la propria anima. Ed è in tale chiave che si può forse leggere la “soggettiva incapacità” di spedire le lettere di cui sopra.

Un viaggio alla scoperta di se stessi. “Abbiamo fatto una gran perdita” di Alberto Cellotto

Abbiamo fatto una gran perdita ritrae la quotidianità di un uomo qualunque e il modo in cui la vive nel proprio intimo, con un’umiltà intelligente e un’intensità emotiva che spingono chi legge a identificarsi in Martino, un uomo come tanti, che riflette, dubita, desidera, ama, ricorda e rimpiange, cercando l’incontro con gli altri senza mai cedere alle tentazioni dello scontro né dell’autoesaltazione. Non a caso una delle frasi più ricorrenti del libro è: «uno è sempre uno e non tanti», parole-chiave che nel contesto del romanzo appaiono come una presa d’atto dei propri limiti; l’umile riconoscimento che, in definitiva, ognuno non è altro che quel poco/tanto che è, non la moltitudine di persone che talora vorrebbe e talaltra finge di essere, mentre talaltra ancora è indotto dagli altri o dal proprio stesso ego a illudersi di essere.

Ma Abbiamo fatto una gran perdita è anche ricco di spunti di riflessione che fanno spesso capolino dietro l’apparenza del disimpegno.

C’è l’immobilismo atavico dal sapore gattopardesco il cui corollario è l’incapacità di molti uomini – tra cui Martino stesso – di uscire dalla ossessiva interpretazione della parte che è stata loro assegnata, «… di entrare in una quotidianità […] diversa da quella che abbiamo ereditato, di immaginarci capaci di un lavoro utile, di incidere in una qualche polpa, prima di tutto politica».

Collegato a ciò c’è quel sottile male del vivere che con gli anni spesso avanza, inarrestabile e viscido come lo snodarsi di un serpente: «A volte è il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna, tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano una lieve scossa sotto i pneumatici.»

Un viaggio alla scoperta di se stessi. “Abbiamo fatto una gran perdita” di Alberto Cellotto

Ma è uno spleen mitigato dalla convinzione che l’infelicità, grazie alla mediazione della speranza/fede, possa trasformarsi in apprendistato di felicità.

C’è la consapevolezza della relatività di tutto e di quell’incertezza che ogni giorno di più rischia di squarciare il “velo di sicurezza e fiducia” che ci permette di presentarci agli altri per ciò che i nostri volti/documenti/vissuti attestano che siamo. Perché è necessario essere riconosciuti dagli altri per sentire di esistere e poterci a nostra volta riconoscere

C’è l’amicizia che continua oltre la morte e può esserne addirittura ravvivata, proiettando chi resta “verso un vertice nuovo” di quel legame.

Non manca nemmeno l’acuta disamina del presente, con digressioni spesso polemiche ma che rifuggono dal disfattismo e dal disprezzo. E a far loro da filo conduttore, oltre al rovesciamento della prospettiva antropocentrica, c’è l’ansia di afferrare l‘autenticità della vita, quella realtà “pulviscolare” che riesce a restare al di fuori dalla crescente spettacolarizzazione di tutto, a iniziare dalla politica «lo spettacolo degli spettacoli coi peggiori teatranti della sagra». Perché alla volgarità esibizionistica che sembra essere diventata il tratto distintivo delle società attuali Cellotto preferisce la discreta sobrietà del “limbo”.

«Limbo è pensare e guardare una pioggia – quella di stamattina dall’oblò dell’aereo senza luce – e frapporla tra altre piogge di una vita. Limbo è cercare la solitudine e trovarla e poi capire che diventa forse insopportabile, ma tornare a cercarla. Limbo è il silenzio, quelle poche volte che c’è davvero. (……) Diventa un’immagine di un disco solare, di rose soleggiate, di muri arroventati, che mi porta in qualsiasi luogo affacciato sul bacino del Mediterraneo».

Il linguaggio è molto fluido, semplice senza mai essere prosaico, anzi a tratti di un intenso lirismo.

 

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Il romanzo di Cellotto è in sostanza un puzzle emozionale e mentale sul senso/non senso della vita, con le sue luci e le sue ombre. Un racconto sulla grande fatica e insieme la struggente bellezza dell’essere, e dell’esserci qui e ora. Perché la vita può durare un secolo ma anche lo spazio di un pugno di lettere che non si spediranno mai. Un libro sul rimpianto divorante, i piccoli e a volte noiosi gesti di ogni giorno, gli incontri rinviati, le conoscenze che avremmo voluto approfondire ma non ce n’è stato il tempo nonostante, come cantava De André, valesse «la pena di perderci un secolo in più».

Abbiamo fatto una gran perdita è in definitiva un intenso viaggio interiore, coinvolgente come sanno esserlo le storie in cui riconosciamo molto di noi stessi e delle nostre vite.


Per la prima foto, copyright: Mantas Hesthaven.

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