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Un viaggio adrenalinico nelle sette. “Gli eletti” di Jeffery Deaver

Un viaggio adrenalinico nelle sette. “Gli eletti” di Jeffery DeaverC’è tanta carne sul fuoco, dietro la nuova e adrenalinica avventura di Colter Shaw. In mezzo a Gli eletti di Jeffery Deaver (Rizzoli, nella traduzione di Sandro Ristori) c’è la questione della felicità, dei fanatismi, della scelta in cosa credere — umane o divine che siano queste scelte. C’è tutta una storia. Anzi, ce n’è più di una.

Colter Shaw è un cacciatore di ricompense e, come ha spiegato Jeffery Deaver durante un’intervista collettiva ideata da Rizzoli, lo incontriamo in questa nuova avventura «otto ore prima che il gioco abbia inizio. Infatti, ben presto capisce che le cose non sono come pensava. Deve procedere sotto copertura per poter comprendere cosa sia successo. Sono uno scrittore di suspence, però, quindi lascerò ora la suspence su quello che Colter Shaw scopre».

 

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Come dicevo, è un romanzo a più strati. Oppure, meglio ancora, è un romanzo a castello, con corridoi e moltissime porte: alcune piccole, per far passare i pensieri sottili, altre grandi, di là scorrono riflessioni dense, che investono un intero sistema. Razzismo, odio, inquietudine. Ci sono anche le porte medie e da quelle parti fluisce una serie di eventi che rendono la lettura coinvolgente e appassionante.

Odio, razzismo, estremismi. Inizia tutto da qui, anche se la storia che, spiega Jefferey Deaver, «è stata scritta prima della morte di Floyd, ma la tematica portata alla luce dal mio romanzo è sicuramente un argomento molto sentito negli USA. Per chiamarla con il suo nome, quella dell’opposizione tra bianchi e persone di colore, tra destra e sinistra, tra repubblicani e democratici. Di conseguenza, è molto sentito anche il tema degli estremismi, un tema che reputo molto pericoloso per gli Stati Uniti, specie perché aggravato dal fatto che sia facile disporre di un’arma da fuoco».

Un viaggio adrenalinico nelle sette. “Gli eletti” di Jeffery Deaver

Ha tutta l’aria che sia l’odio alla base del gesto di due neonazisti, ora in fuga, ma è nel seno di una setta volata alla felicità che finisce Colter Shaw, nel suo tentativo di sbrogliare la matassa. Fondazione Osiride e maestro Eli, affiliati, cerchio della fiducia, apprendisti, novizi: sono queste le parole chiave per capirsi tra i membri della comunità. Passato, presente e futuro sono i cardini che sorreggono il vero dizionario di questa Fondazione, perché unendo questi tre elementi, sembrerebbe, si può raggiungere una vita felice. Cosa manca, però, alla gente, alla società, in generale, se risposte come la Fondazione, sono così apprezzate e floride? «Manca la famiglia – dice Deaver – e ora parlo per gli USA dove spesso i bambini vengono abbandonati davanti a un dispositivo elettronico, telefono o tablet che sia, e questo li rende vulnerabili. La pandemia ha peggiorato questo lato della nostra società. Eli, il maestro a capo della setta, dice: Sarò io il tuo nuovo genitore, mi prenderò cura di te, ed ecco che scatta un meccanismo che rende facile credere. La pandemia, come dicevo, ha peggiorato questo aspetto perché ai ragazzi, ai bambini, è stata sottratta la possibilità di frequentare gli amici».

Un viaggio adrenalinico nelle sette. “Gli eletti” di Jeffery Deaver

La felicità: ecco la parola chiave della Fondazione. L’elisir che vende dietro a un lauto compenso. L’intero mito degli Stati Uniti, degli ultimi decenni, si fonda sull’idea di felicità… «La stessa Dichiarazione d’indipendenza contempla la felicità. Infatti, la ricerca della felicità va bene, fintato che si fonda su principi positivi. Il problema sopravviene nel caso in cui la ricerca della felicità poggia su principi negativi. Un esempio semplice, sebbene estremo: la felicità di un serial killer si fonda indubbiamente su una serie di principi negativi».

La Fondazione è un mondo a sé. Ha un dio personale, un esercito personale che si occupa dell’ordine, addetti e aspiranti tali. Il nome, Osiride, già da solo ci porta nel mondo dei culti. «Durante la scrittura – ha precisato lo scrittore americano – mi sono documentato a lungo. Qualcuno ha persino tentato di farmi aderire a una setta. [Ride] Non sono una persona religiosa, tuttavia credo che nelle filosofie orientali vengano spesso fornite spiegazioni per come inserire valori positivi nella vita quotidiana. Un esempio è il libro Lo zen e l’arte del tiro con l’arco».

 

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Shaw, però, a differenza di altri personaggi che hanno tanto appassionato i lettori di Jeffrey Deaver, è un uomo più fisico, è un grande amante dei romanzi gialli e delle mappe. Perché le mappe? «Mi piacciono le mappe. Penso, però, che le mappe possono essere una buona forma per poter dialogare anche con un pubblico più giovane, abituato alle immagini». Come mai Colter Shaw è un personaggio più fisico? «Scrivo per i miei lettori, cioè: voglio rendere i miei lettori felici quando leggono, per questo ho voluto che Shaw fosse più fisico nel modo in cui agisce. Tra l’altro, ho scoperto che alle donne piace molto Shaw. Inoltre, qualcuno si è convinto che mi fossi ispirato a una persona in carne e ossa».


Per la prima foto, copyright: pawel szvmanski su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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