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Un uomo inadatto alla vita. “T. Singer” di Dag Solstad

Un uomo inadatto alla vita. “T. Singer” di Dag SolstadDalle note biografiche di Dag Solstad apprendiamo che lo scrittore norvegese, classe 1941, poco conosciuto in Italia, è considerato tra i più importanti autori scandinavi. Interessante è apprendere che nel 2015 Haruki Murakami ha tradotto in giapponese (dall'inglese) Romanzo 11, libro 18, suscitando la considerazione che il grande autore giapponese debba aver amato moltissimo il lavoro del collega norvegese, se ha osato infrangere il tabù della traduzione indiretta. Altra notizia di peso: nello stesso anno Peter Handke ha pubblicato un saggio in cui analizza il romanzo di Solstad Timidezza e dignità. La diversità tra i due grandi scrittori e l'interesse di entrambi per l’opera di Solstad prova quanto vario e complesso sia lo spettro letterario dello scrittore norvegese.

L'inizio di T. Singer (Iperborea, traduzione di Maria Valeria D’Avino) è vertiginoso, se per vertigine intendiamo il parossismo con cui il protagonista rimugina sulla propria vita: gesti, pensieri, parole, che si contorcono e invalidano ogni minima manifestazione individuale e comunitaria. A suon di pensare il pensiero, Singer incorre in continui e snervanti malintesi con se stesso che lo portano a ignorare la realtà, sua e di tutto ciò che lo attornia. Non ancora trentenne prova vergogna di se stesso, al punto di esplodere, in ogni luogo e frangente, in tanti accorati No, No, No che danno la misura di una lacerante passività. Iscritto all'università frequenta i corsi senza interesse, quindi passa da un impiego all'altro, senza mai approfondire e concludere. Figura non nuova nella letteratura di ogni tempo, specie quella novecentesca.

Un uomo inadatto alla vita. “T. Singer” di Dag Solstad

Recensire un libro è associarlo ad altri libri; in questo caso viene da pensare al protagonista dello Straniero di Camus afflitto da fatalistica apatia al punto da non differenziarsi tra comune cittadino e assassino. Si vive, si uccide, si muore con la stessa indifferenza. Altro scrittore che emerge, leggendo il romanzo di Solstad, è Robert Walser, i cui protagonisti manifestano una passività che è scelta di vivere nell'anonimato, fuggendo ogni responsabilità. E cosa dire dei ripetuti No pronunciati dallo spento Bartleby, lo scrivano descritto da Melville che si lascia morire di inedia? E come non pensare, con le dovute cautele, all'Uomo senza qualità di Musil, indiscusso capostipite di tutti gli uomini senza qualità che imperversano nella letteratura del Novecento?

 

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T. Singer non è un assassino indifferente, né un subalterno felice di vivere ai margini della società, né tanto meno un aristocratico illuminato che vive e soffre la fine di un ciclo storico. Non è un filosofo: è un uomo tormentato, costretto dai suoi pensieri a comportarsi senza manifestare passione e vitalità. È comunque conscio del suo stato e non infierisce su uomini e cose, prigioniero delle sue stesse elucubrazioni che lo paralizzano. L'apparenza lo contraddice: non si nega ai rapporti con i suoi simili, è brillante e spiritoso e perfino amato dai colleghi di lavoro. Non manifesta ostilità e rifiuti, consente a temi e istanze che nel suo intimo non gli interessano minimamente. Vive lasciandosi trasportare dalle correnti più casuali: il risultato in lui è immancabilmente il vuoto interiore. Una sola energia sembra vitalizzarlo: l'ambizione di “diventare scrittore”. Più che un’ambizione è un’ossessione che gli impedisce di andare oltre le prime parole di un ipotetico romanzo. A tenerlo attivo sono le angosciose modifiche apportate alla frase «Un bel giorno si trovò faccia a faccia con una visione memorabile». Anche qui torna alla mente l'opera di Camus La peste in cui un impiegato comunale ripete e modifica all'infinito l'incipit di un progettato e mai compiuto romanzo.

C'è un fondamentale riferimento stilistico nel recensire l'opera di Solstad. Egli è doppiamente scrittore: scrive romanzi e nello scriverli informa che li sta scrivendo e che scrivendoli cerca lui per primo di capire le vite, le azioni e i pensieri dei suoi personaggi. Il protagonista T. Singer ricorre spesso come enigma. Scrivendo il romanzo l’autore cita il romanzo stesso come specchio di speculazione umana prima che intellettuale. È uno scrupolo sempre presente nella sua opera. Se la tecnica di rivolgersi al lettore nella veste diretta di autore appare démodé, lo scrivere di Solstad esprime un canone riflessivo che non può non figurare come senso di responsabilità da parte dello scrittore stesso. Solstad affianca alla storia che racconta la coscienza e la curiosità di dibatterla. È una tecnica espansiva, non impositiva.

Ma quale storia? T. Singer dopo i trent'anni, abbandonata l'ossessione di elaborare l'incipit del romanzo che mai scriverà, cambia città e accetta il posto di bibliotecario in una cittadina tipica della grande socialdemocrazia norvegese.

Comunista di lungo corso, Solstad non manca di criticare la politica del proprio paese, sede di riconosciuto benessere. È piuttosto il conformismo del “vivere bene” a indurlo a fare dei suoi protagonisti sorta di nomadi che espatriano nel loro stesso paese alla ricerca di un’identità personale. Singer trova momentaneo riparo in una moglie e in una figlia nata dal precedente matrimonio della donna. Partecipa alla vita della famiglia, acconsente ai desideri della moglie di fare di lui un tipico rappresentante della normalità borghese, impara a cucinare, a tenere in ordine la casa, ottiene la patente, l'auto e tutto ciò che fa di lui un cittadino modello.

Un uomo inadatto alla vita. “T. Singer” di Dag Solstad

L'inizio del romanzo è perfettamente in linea con quanto Solstad intende narrare, ovvero l'assenza del suo protagonista dai moti della vita e del mondo, e insieme la contraddizione nel manifestarli agli occhi degli altri. È impeccabile la rappresentazione di Singer che al buio di una sala pubblica scambia il vicino di posto per un amico scoprendo poi che si tratta solo di un conoscente. Ecco allora che Singer recrimina il proprio comportamento, scervellandosi a rimuginare che il linguaggio confidenziale che ha adottato è del tutto inadeguato, trattandosi solo di un conoscente e non di un amico. Abbaglio nel buio. Ciò che per un altro costituirebbe solo un’impasse del momento senza alcun seguito e conseguenza, in Singer significa la conferma della inadeguatezza del suo essere a trattare e sostenere i più insignificanti casi della vita. Come dire che anche i casi minori diventano in lui il caso irrisolto della sua intera esistenza. La sequenza del buco nero è lunga e modulata da Solstad con rara perizia: sa condurre l'ossessione del personaggio con modi stilistici ripetitivi che ritmano il senso cervellotico del rimuginare. Si capisce subito, per merito dell'abilità del narratore, che Singer è votato a una lacerante passività. Un inerme nuovo, rispetto agli esempi letterari sopra indicati, passivo e indifferente per troppo attendersi dai propri comportamenti un impossibile senso ultimo. Il lettore da parte sua rimugina che una simile condizione sintetizzi, da parte del protagonista di Solstad, la mancata correzione o accettazione dell'universale malinteso che attanaglia la specie umana. Uno stallo originario e totale cui l'Uomo non sa opporre orgoglio e difesa. Il lettore esagera le associazioni e le elaborazioni, segno di quanto lo scrittore sia stato bravo a coinvolgerlo e ad attivarlo.

Arrivato a destinazione, dopo un lungo e tortuoso viaggio in treno, Singer si appresta alla sua nuova vita. Saprà riscattare vuoto e vergogna? A questo punto Solstad dà avvio a una lunga digressione che ha per tema l'urbanistica, la sociologia, l'aspetto e le aspettative industriali della cittadina. Pagine e pagine descrittive che a volte stancano il lettore.

Il romanzo a questo punto accusa un calo di tensione. Solstad eccede nel descrivere piuttosto che nel rappresentare. Quando si tratta di porre il suo protagonista di fronte alla lacerante coscienza del proprio vuoto, lo fa con un procedimento di domande e risposte tra Singer e un immaginario interlocutore che rivela un meccanismo di causa ed effetto che sa troppo di artificio dottrinario (nella sua esasperata e forse troppo soggettiva associazione, il recensore non sa resistere al richiamo di Saramago).

Cala la tensione e subentra la didascalia. Paradossalmente la tematica del romanzo sembra esaurirsi nella riuscitissima sequenza al buio quando Singer viene assorbito dal buco nero del suo isolamento (il termine buco nero è assunto dal doppio scrittore Solstad, nel corso della narrazione, come emblema della difficoltà di penetrare l'enigma del personaggio di cui lui stesso è creatore).

 

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I tentativi di Singer di diventare definitivamente un essere normale spesso fungono da pretesto a soluzioni narrative che mancano di sufficienti motivazioni, quasi che lo scrittore scelga a caso dinamiche che rischiano di apparire gratuite. Gli intrecci narrativi appaiono deboli, al punto di cogliere certe incongruenze logiche (logistiche) che non sarebbe il caso di rilevare se il tessuto organico del romanzo non si disperdesse in inutili innesti. Che il dramma radicale non sia la cifra stilistica di Solstad appare chiaro e apprezzabile, ma pure non condivisibile quando l'humour non è sorretto dalla necessaria tensione. Il risultato è che Singer non appare universale, a differenza dei protagonisti dei romanzi di Melville, Camus, Walser. Forse il retroterra e manicheismo politico dello scrittore norvegese gli ha impedito quell'affondo esistenzialista che pure sembra essere all'origine del romanzo.


Per la prima foto, copyright: Brandon Wilson su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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