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Un uomo e la sua ossessione rivoluzionaria. “Nero d’inferno” di Matteo Cavezzali

Un uomo e la sua ossessione rivoluzionaria. “Nero d’inferno” di Matteo CavezzaliIn Italia quasi nessuno conosce Mario Buda, l’anarchico Mario Buda, eppure è considerato l’uomo che ha inventato l’auto-bomba e organizzato il primo vero attentato terroristico del Novecento: l’assalto a Wall Street, il 16 settembre del 1920, con l’esplosivo dentro un carro trainato da un cavallo. Una vera e propria carneficina, trentotto morti, una specie di 11 settembre ante-litteram, un attacco al regno finanziario degli Stati Uniti, al regno finanziario mondiale. L’attentato ebbe il solo scopo di seminare il terrore, finendo col creare un precedente che sarebbe stato seguito soprattutto nei Paesi arabi. Ma è stato proprio lui, Buda, a ideare, a organizzare, a portare a termine l’attacco? Della storia nebulosa di quest’uomo, di questo lupo solitario si occupa Nero d’inferno, il romanzo di Matteo Cavezzali appena pubblicato da Mondadori.

Lo scrittore incrociò per la prima volta l’anarchico leggendo il saggio di uno studioso americano sul terrorismo islamico che negli ultimi anni ha insanguinato l’Occidente; nel libro veniva introdotto il termine “Boda’s bomb” come sinonimo di autobomba.

Buda nacque in Romagna nel 1884 a Savignano sul Rubicone (il fiume che varcò Cesare nella Guerra civile romana), a trenta chilometri da dov’è cresciuto Cavezzali. Mario s’imbarcò giovanissimo per gli Stati Uniti per arrivare nella terra promessa, dove gli italiani avrebbero avuto le opportunità negate dalla madrepatria. Ma l’ambiente era ostile agli stranieri, come in tutti i Paesi che “subiscono” grandi ondate migratorie (e le comparazioni possono essere fatte con quello che sta avvenendo oggi in Europa con gli africani o ancora con quello che si verifica negli Stati Uniti con i latinos). Gli italiani erano superiori forse soltanto ai neri nel giudizio sprezzante e razzista dei bianchi americani:

«Agli americani non piacevano gli italiani. Forse perché ce n’erano troppi, forse perché davano problemi. Fatto sta che non piacevano. Ci chiamavano wops, white niggers, mangia maccheroni, selvaggi. Dicevano che puzzavamo, che il nostro sudore era diverso dal loro e mandava fetore di aglio, che non ci lavavamo, che eravamo delinquenti, ladri, truffatori, che facevamo rapine, che accoltellavamo le anziane mentre andavano al parco, che rapivamo i bambini per mandarli a lustrare le scarpe, che violentavamo le loro donne, che sputavamo per terra.»

 

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Mario Buda s’imbarca per l’America perché lì vorrebbe aprire un negozio di scarpe, «soltanto che di calzolai a New York non ne serviva nemmeno uno». Così va a lavorare in fabbrica a Roxbury, periferia di Boston, che diventa la terra dei romagnoli emigrati:

«Roxbury è fabbriche, ciminiere, fumo, cemento, petrolio bruciato, bulloni, chiodi, fango, pioggia, rulli compressori, turni di dodici ore alla catena di montaggio, catrame, oppressione.»

Un uomo e la sua ossessione rivoluzionaria. “Nero d’inferno” di Matteo Cavezzali

Il nome di Buda è impronunciabile per gli americani, così decide di farsi chiamare Mike Boda. In fabbrica gli operai non potevano allontanarsi nemmeno per pisciare, erano controllati quasi militarmente dagli scagnozzi dei padroni (come il capo turno William Stone, il quale però farà una brutta fine). Lì Buda è a contatto con la sopraffazione degli industriali (la logica fordista che mirava a rendere ancora più debole il lavoratore confinato nella catena di montaggio che aumentava quella divisione del lavoro che lo stesso Nietzsche aveva definito il principio della barbarie), con l’intolleranza verso gli stranieri che venivano «a rubare lavoro e donne» agli autoctoni. La rabbia era tanta per lo sfruttamento e l’ingiustizia che dovevano soffrire le classi subalterne, per l’oppressione razzista sulle minoranze che si esprimeva anche nelle cartoline di auguri per le festività natalizie che riproducevano foto di neri morti carbonizzati dopo i disordini razziali del 1919 (con titoli come «Auguri dalla graticola dei negri»). Buda decide di avvicinare il gruppo degli anarchici che aveva in Luigi Galleani la sua figura più carismatica e poteva contare su uomini di valore che diventarono dei simboli nella lotta contro le ingiustizie: tra questi Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. La paura della rivoluzione bolscevica rese allora ancora più dura la risposta del potere costituito contro le rivendicazioni dei movimenti della sinistra. Gli anarchici presero allora a replicare con bombe indirizzate ai responsabili degli atti di repressione: politici, giudici, poliziotti (“i pacchi bomba non erano pensati per uccidere, solo per spaventare”). Fino a quando Sacco e Vanzetti non vennero arrestati per un duplice omicidio perpetrato durante una rapina, un’accusa completamente inventata dalle autorità per reprimere in modo indiscriminato le rivendicazioni sociali. La rabbia a quel punto tracimò e arrivò l’attacco al cuore finanziario degli Stati Uniti.

Un uomo e la sua ossessione rivoluzionaria. “Nero d’inferno” di Matteo Cavezzali

Se si va a leggere il profilo di Buda negli archivi degli anarchici viene però fuori la parola “traditore”. Buda venne infatti accusato dai suoi ex compagni di aver fatto parte negli anni Trenta dell’Ovra e di essere passato a libro paga del regime fascista, dopo aver scontato il confino prima nell’Isola di Lipari e poi a Ponza. Sarebbe stato lui a informare i fascisti dell’attentato che gli anarchici, di base a Parigi, stavano organizzando contro Mussolini. Ma più si va avanti a leggere il romanzo di Cavezzali e più le testimonianze delle persone che hanno conosciuto l’anarchico o che hanno vissuto in prima persona quelle vicende rendono indistinta la verità, fino a quando non riappare la voce di Buda che addirittura nega, forse inutilmente, di essere lui il colpevole dell’attentato. È tutta una macchinazione, diceva il romagnolo che era ritornato nel suo paese a fare il calzolaio.

 

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Il libro di Cavezzali è costruito su una lingua accurata e coinvolgente. L’autore riesce a rendere in modo molto efficace l’ambiente dell’epoca, con notizie e dati che non sono così conosciuti qui in Italia. Nero d’inferno colpisce perché tutte le incomprensioni e l’ignoranza e la paura verso il prossimo di cento anni fa sono ancora qui, vive e vegete come tumori mal curati (una concezione del tempo, come scrive lo stesso Cavezzali, che rimanda alla circolarità proposta dagli antichi greci). Muri e ghetti non fanno che produrre ancora rabbia e odio e rancore. E terrorismo.  E risposte inadeguate da parte dei poteri costituiti che invece sembrano godere di questo caos globalizzato, come se fossero essi stessi collusi con i terroristi. Ma fermiamoci qui. Forse questa è già l’anticamera di una teoria della cospirazione.

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