Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Perché è importante leggere

Come leggere un libro

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Un tranquillo angolo di terrore. Intervista a Raul Montanari

Un tranquillo angolo di terrore. Intervista a Raul MontanariLa vita finora è l’ultimo romanzo dello scrittore Raul Montanari, uscito per Baldini+Castoldi nel 2018: Marco Laurenti è un insegnante che lascia Milano per un incarico in una scuola media inferiore di un apparentemente tranquillo paesino in cima a un’inquietante valle lombarda dagli oscuri presagi: dovrà fare i conti con un passato opprimente e una ragnatela d’indizi lo metteranno faccia a faccia con la crudeltà e l’imprevedibile terrore di un’epoca priva di padri. Grazie alla sorella Sara ritroverà il suo proprio desiderio, riscoprendo una nuova vita dopo un viaggio negli abissi della morte e della follia umana: di seguito un’intervista sul romanzo e sulle abitudini dello scrittore durante la stesura del libro.

 

«Improvvisamente mi resi conto che Mozart mi stava rendendo nervoso e che la sua musica non aveva niente a che vedere con il panorama…»: Sara, la sorella di Marco, ama la musica tanto da farne il proprio mestiere e la propria occasione di emancipazione; ma la musica è anche associata a momenti angoscianti: come quella che Marco Laurenti sente provenire dalla stanza dell’inquietante vicino, il Maggiore Novak, musica a delimitare luoghi, la Casa del Serpente, in cui le leggi son sospese o a sottolineare momentanee fughe dalla realtà: ci può dire che rapporto ha lei con le musica, se l’ascolta mentre scrive?

Ascolto musica tutto il giorno, con grande sollazzo dei miei vicini di casa. Il punto più alto di questo rapporto l’ho vissuto quando ho realizzato, insieme ad Aldo Nove e Tiziano Scarpa, il progetto “covers”: abbiamo preso una cinquantina di canzoni famose e scritto altrettanti testi poetici ispirati dalle sensazioni che ci davano questi pezzi. Il progetto è diventato un tour con più di cento date e un libro pubblicato nella “bianca” Einaudi che ha venduto oltre 4 mila copie, un miracolo per i numeri tristemente risicati della poesia italiana.

La forza e al tempo stesso il punto debole della musica sta nella sua capacità di stabilire una relazione basata sull’emotività. Solo la musica ha la capacità di toccare certe aree emotive non verbali, e di fissarsi per sempre nella memoria legandosi a tutte le stagioni della nostra vita. D’altra parte, chi vuole anzitutto esprimere (o trovare) significati e non emozioni ha mezzi più efficaci, a partire dalla scrittura.

Solo una cosa ancora su Mozart: come ho scritto in un romanzo precedente, la musica classica è la più violenta che esista. Altro che l’heavy metal.

 

Desideri migliorare il tuo inedito? Scegli il nostro servizio di Editing

 

Il filo rosso del suo romanzo è un certo tipo di scuola, il suo contorno ,  patologico  di adulti eccessivamente accomodanti che paiono loro stessi  adolescenti: cosa ci può dire al riguardo, e come potrebbe, la scrittura, visto che lei è anche docente di scrittura creativa, far ritrovare quest’alleanza, incidere sul destino dei ragazzi nel senso di una maturazione affettiva e dell’acquisizione di una maggiore empatia nei confronti del prossimo, ragazzo o adulto che sia?

Parto dal fondo: le mie classi di narrativa sono frequentate perlopiù da allievi dai 20 ai 50 anni, quindi non da ragazzi. Ho avuto a oggi più di settecento allievi e ricordo solo una manciata di teenager.

La rottura dell’alleanza fra gli adulti è uno dei due nodi fondamentali per capire la trasformazione drammatica che ha travolto il rapporto con i ragazzi.

Fino a un paio di generazioni fa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava per default con l’adulto fuori casa (l’insegnante, l’educatore…): riconosceva in lui un prolungamento della propria autorità sul ragazzo, della propria responsabilità educativa. Ora l’identificazione avviene invece spesso per prossimità, per possesso: ci sono io, c’è mio figlio, mia moglie, la mia casa, la mia auto, e io devo difenderli da un mondo esterno ostile. I risultati sono lì da vedere: non parlo tanto dei casi di cronaca che raccontano di aggressioni anche fisiche dei genitori contro gli insegnanti, ma piuttosto di una delegittimazione sottile, strisciante, che i ragazzi respirano e assorbono in certe famiglie, dove crescono pensando che in fondo l’insegnante sia un mediocre, uno che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di meglio, e di sicuro spesso l’insegnante è una persona che guadagna meno di tuo padre, uno che arriva a scuola sui mezzi o su un’auto economica invece che sul Suv.

La sintesi del concetto si trova nelle parole di Rudi, il geniale bullo sedicenne che fin da subito contesta in tutti i modi – fino alla violenza fisica – l’autorità di Marco, l’insegnante 35enne protagonista del romanzo: «Mio padre mi difenderà sempre, perché se uno tocca me è come se gli rigasse l’auto». Lucidamente, Rudi ostenta la propria impunità ma anche la consapevolezza che ciò che lo rende intoccabile non è l’amore del padre, ma il suo senso di possesso.

Un tranquillo angolo di terrore. Intervista a Raul Montanari

I personaggi sono anche delle maschere i cui segni fisici, il colore degli occhi, i sorrisi, le cicatrici, eccetera, simboli che collegano la loro interiorità e il mondo esterno, a volte indicatori di sofferenza e di solitudine, in ogni caso di soggettività, la fisiognomica, insomma, è parte del racconto: come ha lavorato, in questo senso, nella creazione dei suoi attori?

Sono ossessionato dalle cicatrici. Se è vero che il passato non passa mai, le cicatrici sono tutte dei memento, sono il passato che si fa presente incidendosi nella carne. Se lei prova a guardare per un attimo una cicatrice (tutti ne abbiamo) con uno sguardo vergine, come se non fosse abituato a vederla e ritrovarla ogni giorno lì, le può capitare perfino di provare un senso di vertigine.

La fisicità è centrale in tutte le cose che scrivo perché noi siamo anzitutto un corpo. Il resto arriva dopo. Alla nascita e nei primi anni il nostro stare nel mondo è principalmente un fatto fisico. Quando invecchiamo, o semplicemente ci ammaliamo, il corpo torna a occupare il centro della scena. Si potrebbe dire che il primato della nostra essenza spirituale (la coscienza, l’ego, desideri, paure, sogni…) è stretta fra queste due stagioni estreme della vita in cui il corpo vince su tutto.

Naturalmente evito una fisiognomica banale, meccanica, per cui a un certo tipo di aspetto, soprattutto di viso, corrisponda automaticamente un carattere e viceversa. Lo stesso vale per le manifestazioni degli stati d’animo: per esempio, è sorprendente pensare quanto spesso il riso non sia affatto indizio di allegria, bensì di emozioni negative come l’imbarazzo, lo smarrimento, perfino il dolore. Lo stesso vale per il pianto, che non sempre significa sofferenza o tristezza. Io per esempio piango pochissimo e quasi esclusivamente quando provo un’emozione estetica travolgente. Non piango mai per la scena troppo triste di un film, piango per la scena troppo bella; lo stesso mi capita con la lettura, per esempio con Kafka e Borges.

 

«La fame di padre ce la trasciniamo per tutta la vita»: nel romanzo è presente la figura del padre dell’orda, padre del godimento mortifero, altro che evaporazione del padre! Qui l’ingombro è di un padre che solo in un caso, quello del Maggiore, si rivela amorevole nonostante gli eccessi crudeli che ha perpetrato durante la guerra civile jugoslava. Il padre e il romanzo: ce ne parla?

Il romanzo cerca di fotografare un momento di cambiamento radicale della nostra società, dovuto alla rottura dell’alleanza fra adulti, di cui parlavo poco prima (e si noti che questa rottura l’hanno voluta i padri, non certo gli insegnanti), e alla centralità delle nuove tecnologie nelle nostre vite. È il primo momento della storia d’Occidente, che io sappia, in cui le nuove generazioni sono più competenti delle vecchie: un ragazzino di tredici anni ne sa più di me sul computer, sui social media, su un sacco di cose che io non posso permettermi semplicemente di ignorare. E la logica digitale, informatica o come la si vuol chiamare, è anzitutto una logica di distruzione del valore dell’esperienza. Io sono abbastanza in età da ricordare le stringhe di comando del vecchio DOS, ma quest’esperienza non mi dà nessun vantaggio quando mi confronto sul piano informatico con un ragazzo che il DOS non sa nemmeno cosa sia.

La reazione di molti padri davanti a questa perdita di potere è stata quella duplice, classica: rabbia e smarrimento. La rabbia detta i comportamenti di sopraffazione descritti ampiamente nel libro. Lo smarrimento è un sentimento più sottile e più radicale, perché tocca proprio la funzione primaria del ruolo paterno, ossia suggerire una gerarchia di valori ai figli.

Faccio un esempio: come padre, dovrei educare mio figlio alla mitezza, alla gentilezza, al rispetto delle regole, o piuttosto alla lotta contro gli altri, alla ricerca del primato, alla prepotenza? È ovvio che se tutti seguissimo il primo modello creeremmo una società migliore, ma non c’è un solo padre che oggi non abbia il dubbio che fare di suo figlio una persona civile e educata significhi mandarlo disarmato in mezzo a coetanei (e adulti) che lo faranno a pezzi, o come minimo approfitteranno di lui.

 

«Qualcosa mi abbagliò. Mi feci schermo con la mano e vidi che la luce del sole illuminava soltanto la vetta»: è pieno di profili e di abbagli il romanzo, e madri sottomesse, ma anche donne che lottano; se il padre insiste con la sua violenza, la Cosa materna, nei flussi dei fiumi, e nei fianchi delle montagne, appare anche nelle ombre, nelle silhouette che ingannano: «Trasalii, a un certo punto, trovandomi davanti all’improvviso un uomo altissimo, dal corpo deforme. Poi la figura si scompose in un arbusto». Che rapporto ha la sua scrittura, e in particolare questo romanzo, con il femminile, e con il materno?

Il materno è rappresentato nel romanzo in modo molto più positivo, per un motivo semplice. Nelle famiglie che ho osservato, la madre ha sempre un approccio più laterale, più avvolgente rispetto alla contrapposizione valoriale diretta, a volte brutale, che molti padri instaurano con i figli. È molto più facile, per esempio, che un figlio si confidi sulla propria sessualità con la madre piuttosto che col padre, e questo capita anche quando il figlio è maschio. Le madri, quasi tutte, sono maestre della comunicazione, in particolare conoscono le strade emotive per aggirare le difese dei figli e arrivare al nocciolo dei loro conflitti.

Per questo nel romanzo ho messo due figure materne importanti, anche se di peso diverso nella narrazione. La madre di Chiara, la ragazzina vittima del branco dei bulli pur essendone in teoria un membro, è un personaggio definito, molto presente, angosciato dal vedere ricadere sulla figlia colpe che sente anzitutto sue, a partire dal mistero intorno all’identità del padre di Chiara, che verrà svelato solo alla fine. Ma c’è anche la madre di Nadir, uno dei bulli, che con lei non ha mai interrotto un legame di tenerezza e confidenza mentre il suo rapporto col padre è basato solo sulla brutalità fisica. Proprio una confidenza di Nadir, fatta alla madre e da lei rivelata al prete del paese (di cui è l’amante), darà al fortilizio dei “buoni” la chiave per rompere l’assedio nel momento in cui la battaglia sembra perduta.

 

LEGGI ANCHE – "La vita finora", Raul Montanari ci parla di bullismo

 

«Finché sei vivo non c’è una vera fine, soltanto inizi. Quanto alla morte, nemmeno lei è una fine perché non è un fatto della vita; solo quella degli altri lo è. Sono sempre gli altri a morire»: la morte è l’inizio di tutto, mi pare di capire, la morte come taglio (il Maggiore Novak sacrifica il suo esistere appartato per il bene della figlia che lo crede morto,) come rottura definitiva, quella di Marco, con la propria famiglia dopo il gesto di rigetto. L’istinto di morte e il godimento mortifero lasciano poco spazio al desiderio, eppure proprio il desiderio guiderà le azioni, anche quelle più estreme, del protagonista: ci racconta che ruolo ha nella sua scrittura questa dialettica di godimento-morte e desiderio?

Nel suo fondamentale, sconvolgente saggio Al di là del principio del piacere, Freud ci suggerisce che l’istinto di morte prevale su tutto e arriva a nascondersi perfino dietro la libido, la grande pulsione desiderante che oltre a mirare al piacere sessuale si ramifica e diversifica arrivando a diventare la molla di ogni nostra “attività” esistenziale – e creativa in senso ampio. Di sicuro, una delle linee d’ombra che un ragazzo attraversa, uno dei passaggi di iniziazione alla vita, è il momento in cui capisce che la vita finirà, che al di là delle consolazioni della religione (quella in cui è stato educato o altre che può avere incontrato) deve fare i conti con questa terribile discontinuità: arriverà quel giorno, anche per lui. La morte arriverà e sarà la fine. Forse non la fine di tutto, ma di certo la fine di questo Io, che si chiami Raul o Gianluca o Roberta o Chiara.

In questo quadro, il desiderio riesce quasi miracolosamente a continuare a premere, a spingere, a farci fare cose. Viviamo tutti come se fossimo immortali, come se ogni singola cosa che facciamo avesse senso anche se un giorno tutto verrà inghiottito dal grande Nulla… e a forza di crederci il miracolo avviene davvero: le cose lo acquistano, questo senso! Combattiamo per realizzare i nostri sogni, per difenderci dalle nostre paure, senza che il pensiero della morte riesca a paralizzarci. Borges, che citavo prima, ha detto che tutti costruiamo sull’acqua ma che ciò nonostante dobbiamo costruire come se lo facessimo sulla pietra: è esattamente ciò che facciamo ogni giorno.

Poi, naturalmente, ci sono i momenti della vita in cui il desiderio e la morte, il dinamismo e la paralisi, si incontrano faccia a faccia, e qui nascono le situazioni più interessanti dal punto di vista narrativo. Sono i contenuti profondi del libro, questi, al di là dell’avventura vissuta dal protagonista e della suspense che genera la situazione minacciosa in cui agisce.

Un tranquillo angolo di terrore. Intervista a Raul Montanari

Ci parla un po’ della sua vita quotidiana durante la stesura del romanzo: dove scriveva, quando scriveva, cosa faceva tra una pausa dalla scrittura e l’altra?

Io sto abbastanza male quando scrivo la prima stesura di un romanzo, perché sono bombardato giorno e notte da idee, ripensamenti, tumulti emotivi. Oltre a tutto, questo rende molto difficile la vita a chi mi sta vicino.

Per questo, per sopravvivere, fin dal primo che ho scritto (ormai sono sedici) mi sono organizzato per concentrare nel minimo tempo possibile questa prima stesura: un capitolo al giorno, tempo totale meno di un mese. Le revisioni e riscritture, che sono fondamentali per arrivare alla forma definitiva, le considero quasi un divertimento, un fatto di mestiere, di tecnica, rispetto all’esperienza più dolorosa che faticosa di riempire pagina su pagina dando vita a qualcosa che prima non c’era.

Scrivo nel mio studio, che non ha niente di speciale, nella casa molto silenziosa dove vivo da solo. L’unico lusso di questa casa è che dalla finestra si apre un panorama orizzontale, quasi piatto, con lo sguardo che spazia per 180 gradi, e questa è una vera rarità abitando in una zona semicentrale di Milano. Un sollievo per gli occhi e per la testa.

 

In quali luoghi è nato il suo romanzo?

Cosa strana, la primissima idea mi è venuta incontrando su un ponte in Slovenia un vecchio misterioso, che poi è diventato il Maggiore. Nel primo nocciolo narrativo del romanzo il Maggiore era il protagonista, ruolo che poi ha lasciato a Marco, l’insegnante.

 

Lo ha scritto interamente al pc oppure anche a mano?

Per carità! La mia grafia fa talmente pena che spesso nemmeno io riesco a rileggermi. Ricordo che in quarta elementare il mio maestro mi disse: “Montanari, tu scrivi così male che non farai strada nella vita”! Come maestro non era granché, quel buon uomo, ma come profeta era addirittura un disastro, considerando che alla fine la scrittura mi avrebbe fatto appunto fare strada nella vita. Ma lui parlava della scrittura a mano…

 

Durante la stesura del romanzo le capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione per il suo romanzo?

Giro per Milano solo in bici. È un mezzo insostituibile per esporsi a stimoli di ogni tipo, dai paesaggi, dalle persone. L’unica accortezza che si deve avere è stipulare per tempo una buona assicurazione sulla vita a favore di una persona cara.

 

Fumava o beveva durante la stesura del suo romanzo?

No. Io ho quella che viene chiamata “personalità non dipendente”: mi dà fastidio diventare dipendente da qualunque cosa. Per questo non ho nessun merito se non fumo, non bevo se non per piacere (e mai il caffè), non mi drogo e così via. La personalità non dipendente è quasi una malattia e non ha solo vantaggi.

 

Quanto pesava?

In quel mese di scrittura direi che un chilo lo prendo, a forza di star seduto. Poi lo perdo.

 

Vuoi collaborare con noi? Clicca per sapere come fare

 

Scriveva dopo cena, prima di pranzo, quando?

Comincio a metà mattina e finisco a metà pomeriggio. Una volta scrivevo moltissimo nella seconda metà del pomeriggio, dalle quattro alle otto, e in effetti credo che sia il momento della giornata in cui sono più creativo, o per lo meno più sveglio. Il fatto è che poi continuo a pensare alle cose che ho scritto (o che non ho scritto) per tutta la sera, spesso anche di notte, e questo non fa bene.

 

Come potrebbe definire la scrittura di questo romanzo: di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo, della mente?

È la storia di una trasformazione, come suggerisce già il titolo, in cui il rapporto fra corpo e mente è centrale. La scrittura è la mia solita: cerco il massimo della chiarezza e dell’efficacia con il minimo delle parole.

La vecchia scuola della narrativa, insomma; quella che cerco di trasmettere anche ai miei allievi, a quanto pare con buoni risultati visto che più di cinquanta fra loro hanno pubblicato con tutti gli editori italiani… e non ce n’è nemmeno uno che mi somigli! È la più grande soddisfazione che potevano darmi.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: Kristóf Vizy su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (1 vote)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.