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Un roseo passato per un ancor più roseo futuro – curiosando nel lavoro di Antonia Arslan

Dame, galline e regineA cinque anni Antonia Arslan riceve in dono un’enciclopedia della fiaba dal padre. È un momento particolare della sua vita, sta per andare a scuola, sta per aprirsi al mondo, ma la moltitudine di universi che le regala il padre scegliendo quel libro segnerà la sua vita e il suo destino facendone una scrittrice. Possiamo solo immaginare quali storie avrà trovato in quel libro Antonia, certo quelle che tutti conosciamo: principesse e castelli, streghe e bacchette, mostri oscuri e impavidi destrieri, ma, sono certo, anche qualche storia diversa da tutte le altre, qualche storia che ha fatto nascere nell’Antonia bambina il seme dell’Antonia adulta, scrittrice, saggista e storica, che ha la passione per le vite dimenticate, per gli autori e gli uomini dispersi nella rete a maglie larghe delle memoria umana. Autori, storie e personaggi che per la loro diversità o per la loro appartenenza a una minoranza (di genere o di pensiero poco importa) sono stati messi da parte.

In questa direzione si muove anche il suo lavoro di saggistica Dame, galline e regine – la scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900 (edizioni Angelo Guerini - febbraio 2013) che va a indagare un’area della letteratura italiana ritenuta di secondo piano, perché legata al cosiddetto romanzo rosa. Eppure, questo genere nasce in parallelo a importanti mutamenti sociali, economici ed emozionali (pensiamo solo all’impatto della Prima guerra mondiale) che hanno scosso e impaurito un’intera generazione di italiani e soprattutto di italiane, relegate ancora ai margini della società, eppure capaci di prendere sulle loro spalle un peso familiare e emozionale non da poco. Donne che per questo avevano bisogno di fuggire dalla loro quotidianità, in un luogo in cui l’idea del “bello” era intrinsecamente connessa a quella del “bene”, un mondo ancora molto lontano dalla denuncia sociale e dal movimento femminista, un universo fatto di schemi narrativi fissi e rassicuranti, in cui l’eroina alla fine realizzava sempre il suo sogno.

Ecco, il sogno, ci dice Antonia Arslan in questo saggio, è una delle chiavi di volta del romanzo rosa italiano, un sogno che schiaccia ogni possibilità di scrittura creativa, di costruzione di personaggi tridimensionali e quindi contraddittori, a favore della certezza del “lieto fine” che lega indissolubilmente le autrici del tempo alle loro lettrici, rendendo questo genere di grande successo e attirando spesso sulle scrittrici che l’hanno definito e modellato le critiche dall’intellighenzia maschile dominante (fra i tanti riferimenti offerti da Antonia Arslan possiamo citare Benedetto Croce che in una sua corrispondenza con Neera dichiara sarcasticamente di apprezzare «l’infinito pulviscolo delle romanzatrici», che definisce “instancabili” per la prolificità del loro lavoro). Non dobbiamo pensare però che le “scrittrici rosa” pubblicate in Italia fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento fossero delle nobili e dimesse signore che sorseggiavano il tè in salotti densi di broccati. Alcune di esse, infatti, furono donne «spericolate e riflessive insieme, dotate di una forte carica morale […] e di profonda passionalità»1, una per tutte la già citata Neera (pseudonimo di Anna Zuccari Radius) scrittrice e giornalista milanese, che con il suo lavoro ottenne il riconoscimento di molti autori suoi contemporanei, riuscendo a intrattenere relazioni epistolari con scrittori come Capuana, Croce, Verga, Marinetti e Fogazzaro. Un’autrice il cui nome è legato a uno dei suoi personaggi simbolo della frustrazione femminile e dell’infelicità che da essa scaturisce (Teresa) che fu addirittura paragonato alla Nanà di Zola, poiché entrambe espressioni delle visione laica e pessimistica dei loro creatori. Ma pensiamo anche a Matilde Serao, scrittrice e brillante giornalista (scriveva su «Il Mattino» e su «Il Giornale di Napoli») che proprio in un carteggio con Neera descrive con sofferenza la sua situazione di “donna in carriera” in un mondo di uomini.

Eppure, tutto questo “fervore scrittorio” e il relativo successo commerciale, erano destinati a “asciugarsi” con l’arrivo della grande guerra e di eroine molto diverse da quelle intrappolate negli schemi narrativi delle signore del romanzo rosa ottocentesco. Stavano arrivando le donne di Pavese, di Montale e di Buzzati e un velo stava per scendere su questo scorcio di letteratura italiana, ma non sul genere letterario cui le scrittrici racchiuse nel saggio di Antonia Arslan hanno dato gran parte del loro talento. Il romanzo rosa, con tutte le sue varianti (da Liala alla Cartland) e derive (la più recente è la trilogia di Fifty shades – Cinquanta sfumature dell’inglese E.L. James, con l’impatto ciclopico che ha avuto nel tamponare l’emorragia di vendite librarie in Italia e nel mondo) non solo esiste ancora nel XXI secolo, ma sembra avere un roseo futuro.

 

 

1Dame, galline e regine – la scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900 di Antonia Arslan - edizioni Angelo Guerini - febbraio 2013 – seconda edizione.

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Commenti

Intrigante, caro Pierfrancesco. Mi è molto piaciuta l'apertura con il dono del padre ad Antonia. Il La a una vita vissuta con e nella scrittura/lettura. Il tuo pezzo mi è stato di aiuto nel comporre la mia intervista alla professoressa Arslan. Lunga vita alla redazione di Sul Romanzo e lunga vita ad Antonia Arslan.

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