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Un romanzo che ti trascina altrove. Intervista ad Andrée A. Michaud

Un romanzo che ti trascina altrove. Intervista ad Andrée A. MichaudS’intitola L’ultima estate il libro di Andrée A. Michaud uscito per Marsilio nella traduzione di Francesco Bruno ed è un romanzo che ti trascina altrove. In Canada, sul confine con gli Stati Uniti, nel bosco di Bondrée, di fianco al lago e in mezzo a un doppio omicidio.

Zaza Mulligan e Sissy Morgan sono due ragazze rumorose a sufficienza per attirare l’attenzione degli altri, belle quanto basta perché quelle attenzioni vengano anche da parte degli uomini e scatenino l’invidia delle donne, tanto libertine da vedere l’estate del 1967 come uno spazio confortevole per bere alcol, girare di notte da sole e divertirsi spensierate.

I loro corpi verranno ritrovati privi di vita nel bosco di Bondrée, a distanza di giorni l’uno dall’altro, ma in circostanze insolite, forse collegate. Si presume sia stata una trappola per orsi a uccidere Zaza Mulligan, ma la morte di Sissy Morgan, poco dopo, apre la strada ad altre ipotesi.

 

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Ci troviamo in una terra di confine, in un punto di mescolanze, in cui le vite, le storie, le radici dei residenti e dei villeggianti s’intrecciano in modo sorprendente, profondo, intrigante.

C’è una figura leggendaria che aleggia sopra le cime degli alberi, che increspa l’acqua del lago, che racconta una storia tragica. E ci sono gli occhi di una bambina che permettono di ricomporre un puzzle affatto semplice.

La prima donna vincitrice del Prix Quais du Polar per narrativa poliziesca, Andrée A. Michaud sceglie di raccontare questa vicenda in modo originale e inatteso. Accanto alla straordinaria capacità di descrivere i luoghi e le geografie, l’autrice decide di lasciare fluire i dialoghi in mezzo alla narrazione creando così un ritmo coinvolgente, privo di pause innaturali.

Un romanzo che ti trascina altrove. Intervista ad Andrée A. Michaud

In occasione dell’uscita de L’ultima estate in Italia, abbiamo avuto il piacere di parlare con Andrée A. Michaud di alcuni dettagli che si celano dietro la stesura del romanzo.

 

Come nasce l’idea de L’ultima estate?

Conoscevo Bondrée, avevo già avuto modo di amare la sua foresta e avevo pensato che sarebbe stato il luogo ideale per ambientare un romanzo anche perché l’esperienza che ho vissuto lì era stata idilliaca.

L’idea del romanzo, invece, è nata in un momento preciso. Avevo vinto una borsa di studio per scrittori e mi trovavo nella residenza estiva della grande scrittrice franco-canadese, Gabriella Roy. Dopo aver appoggiato a terra le mie valigie ed essere uscita dalla casa per guardami intorno, sono stata investita da un profumo. È stato questo profumo a spingermi a scegliere di ambientare un intrigo esattamente a Bondrée.

 

Bondrée è un luogo molto particolare, un luogo di confine, come lascia intuire il nome stesso. Non ci sono, però, confini. Sembra quasi poroso e questo emerge soprattutto nella lingua, anzi, nelle lingue che si sentono nell’aria. Può dirci qualcosa in più su questo luogo così insolito?

Ho scelto la foresta come luogo per ambientare la mia storia perché credo sia il posto ideale per il mistero. Mi piaceva inserire entro questi margini due culture a confronto, in questo caso quella statunitense e quella canadese. La frontiera permette di ragionare sugli aspetti culturali e usare il paesaggio come una metafora. Il ’67 è l’anno in cui s’inizia ad assistere all’emancipazione che disegna nuovi confini. La frontiera implica, quindi, un racconto.

 

Zaza Mulligan e Sissy Morgan: chi sono queste due lolite che scompigliano i buoni pensieri dei residenti e dei villeggianti di Bondrée?

Sono due ragazze libere rispetto al costume dell’epoca. Sono cresciute così e quindi non si vergognano della loro libertà. Infatti, questo loro essere libere le trasforma in una minaccia per le donne e in una provocazione per gli uomini. In qualche modo simboleggiano la particolarità di quel 1967.

Un romanzo che ti trascina altrove. Intervista ad Andrée A. Michaud

La morte di Zaza e Sissy porta in superficie tensioni che sembravano dimenticate. Di cosa si tratta?

La morte delle due ragazze è legata al suicidio di un uomo vissuto qualche tempo prima in quegli stessi luoghi. Siamo durante la Seconda guerra mondiale che, nel Canada francese, è stata vissuta dagli uomini con un certo distacco. Ovvero, non capivano per quale ragione si dovessero arruolare. Ecco perché preferivano nascondersi nella foresta. Questa figura leggendaria, questo uomo vissuto prima dell’estate del ’67, s’innamora di una donna ed è un amore che lo porta al suicidio. La leggenda è ancora molto viva a Bondrée. Anzi, ci sono ancora pesino le trappole che l’uomo seminava per catturare gli orsi. Sono queste a ritornare in superficie e con loro tutte le storie custodite dalla foresta.

 

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Dal punto di vista stilistico, ha scritto un romanzo davvero sorprendente. La scelta di lasciar scorrere il flusso del racconto tessendo i dialoghi dei personaggi in mezzo all’esposizione dei fatti dà un ritmo molto intenso alla narrazione. Come nasce questa scelta?

In verità non si è trattato di una scelta. Quando scrivo, ho un’idea generale e la scrittura prosegue come un flusso. Io la seguo. Certe volte finisce in uncul de sac, comunque utile per capire dove voglio che vadano quei personaggi e la trama.

Quando scrivo, quello che è importante è l’insieme delle sensazioni sensoriali che un certo luogo mi trasmette. È dal luogo che nascono i personaggi e dai personaggi l’intrigo.

Mi piace, infatti, che il lettore senta, quasi un’autentica esperienza percettiva, il luogo. Quando questo accade, sono felice.

 

Ha abitudini particolari per scrivere? Ovvero, preferisce un preciso momento della giornata o segue qualche rituale prima di scrivere?

Non seguo rituali e non ho neanche abitudini per scrivere. Di solito lo faccio al mattino con a fianco il caffè, il cioccolato e il gatto.


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Per la prima foto, copyright: Guillaume Jaillet su Unsplash.

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