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Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko JergoviċAmmirando le opere di Marc Chagall qualche volta mi è venuta spontanea la domanda su come il maestro russo avrebbe scritto, se invece della pittura avesse scelto l'arte della parola per riprodurre il suo mondo. Ruta Tannenbaum, il romanzo dello scrittore bosniaco Miljenko Jergoviċ, fin dalle prime pagine mi ha dato l'impressione di avere a che fare con una scrittura che ricorda molto da vicino i quadri di Chagall. Ricca di metafore, di un’inconfondibile impronta lirica, eppure profondamente legata al mondo reale, al concreto, e rigorosamente attinente all'universo ebraico.

Nella sua nota conclusiva al romanzo l'autore chiarisce che avrebbe voluto scrivere la biografia di Lea Deutsch, un'attrice bambina croata di origine ebraica, vittima della Shoah ad appena sedici anni, non avendo trovato abbastanza materiale ma la chiara volontà di dimenticarla, ha optato per una biografia fittizia, con figure di secondo piano esistite nella realtà. La trama si svolge a Zagabria fra le due guerre mondiali, la casa dei Tannenbaum è collocata nella via in cui visse Lea Deutsch, e Jergoviċ descrive i bei palazzi austroungarici del quartiere così come li poteva vedere Lea, figlia unica della curiosa coppia Tannenbaum. Anche se in fondo a lei l'autore riserva poco spazio, perché la figura principale è il padre dalla doppia personalità e la vera protagonista è la Storia di quell'area geografica, a partire dalla dissoluzione della monarchia austro-ungarica all'ascesa del nazismo. Il romanzo vuole essere «una piccola pietra sulla soglia della sua casa [di Lea Deutsch], visto che altra tomba lei non ne ha». E già che l'autore dichiara che «i miei pensieri su Ruta Tannenbaum sono stati accompagnati dalla Quinta, Settima, Tredicesima e Quattordicesima Sinfonia di Dmitrij Šostakoviċ», è consigliabile seguire il suo suggerimento e accompagnare la lettura dalla sua selezione musicale. Perché funziona, è la sua colonna sonora ideale.

 

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Prima di inoltrarci nel libro è doveroso notare e complimentarsi con la casa editrice Nutrimenti per la menzione del nome del revisore della traduzione (Riccardo Trani), dell'impaginatore (Emmanuela Nese) e dell'art director (Ada Carpi) che hanno contribuito alla nascita del libro. Figure molto importanti, eppure troppo spesso rimaste anonime.

Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Salamon Tannenbaum detto Moni è un ebreo assimilato che nel primo capitolo esordisce in una scena grottesca in cui viene punito corporalmente perché non aveva capito un importante passaggio storico. Scrivano in un ufficio, ometto poco intelligente – «Oh Moni, mio caro Moni, il buon Dio non t'ha dato tanto cervello, quanto zafferano c'è nella polenta dei poveri!» – cerca di mimetizzarsi di giorno, ma vive una seconda identità di nobile decaduto di notte, facendosi rispettare e persino benvolere da magliari e delinquenti di una certa leva. Finisce in una storia molto più grande di lui e da quel momento in poi torna a essere solo Moni, un uomo senza qualità, cittadino, marito e padre senza pregi né difetti. Solo la morte, perché vittima consapevole degli ustascia, lo riscatterà e gli conferirà una qualche nobiltà. Non più giovane sposa Ivka Singer, una bella donna non più giovane nemmeno lei, mettono al mondo una bambina prodigiosa che sarà cresciuta e avviata da piccola da una vicina di casa folle quanto può essere folle una figura in un quadro di Chagall. Il marito della vicina di casa, un insignificante e accomodante ferroviere, è invece la parabola dell'uomo mite ma amorale che dopo un involontario battesimo di fuoco abbraccia la causa nazista. Il padre di Ivka, Abraham, incarna il ruolo dell'ebreo profetico, biblico, che nella sua persona unisce il passato e il futuro.

«Poi, sulle prime pagine dei giornali, apparve la notizia che la Germania aveva compiuto l'annessione, e la faccia ottusa di Seyss-Inquart fu abbellita dalla notizia della definitiva caduta della città di Vienna. Abraham Singer era seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa che non avevano ancora perso le foglie, e pensava che nessuno avrebbe mai potuto provare quella sensazione, né annotare nei libri di storia il fatto che lui stava seduto accanto alla finestra a guardare gli enormi alberi dei tempi di Maria Teresa mentre passo dopo passo, annessione dopo annessione, la morte gli si avvicinava. Questa morte diventerà moderna proprio come il cappello di Panama. I vecchi ebrei saranno ammazzati, i giovani cacciati in Africa e la nipote di Abraham avrà l'occasione di diventare una vera tedesca, perché non ricorderà mai di essere stata qualcos’altro.»

Un romanzo che sembra un quadro di Chagall. “Ruta Tannenbaum” di Miljenko Jergoviċ

Il nonno Abraham non avrebbe potuto vederlo perché sarebbe morto prima, in tempo per non essere ucciso anche lui. Ruta non sarebbe potuta diventare una tedesca, nonostante avesse la preparazione e anche la disponibilità alla trasformazione, perché è stata inghiottita anche lei nel vuoto della Shoah.

Pubblicato nel 2006, Ruta Tannenbaum nel 2007 è stato insignito del premio Meša Selimoviċ, un premio che in ogni anno viene attribuito al miglior romanzo in Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Croatia, e da allora è stato tradotto in tutte le principali lingue straniere. È l'undicesima opera tradotta in italiano di Miljenko Jergoviċ, che in Italia haanche ricevuto il premio Grinzane Cavour per il suo Mama Leone.

L'autore è nato nel 1966 a Sarajevo, in Bosnia, e si è trasferito nel 1994 a Zagabria, in Croazia. Romanziere, poeta, traduttore e giornalista molto prolifico, Jergoviċ è stato definito da Paolo Rumiz il nuovo Ivo Andriċ.

 

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Perché leggere questo romanzo? Perché della Zagabria di quell'epoca si sa poco, ancor meno della minoranza ebraica croata. Perché la trama è interessante, sorprendente, i personaggi sono piuttosto ben costruiti, anche se in qualche caso i contorni non sono precisi e le proporzioni non del tutto indovinate. Perché la narrazione fiabesca e la lingua adeguatamente raffinata fanno breccia nel cuore del lettore. Perché la traduttrice pluripremiata, Ljiljana Aviroviċ, anche questa volta ha consegnato alle stampe un lavoro limpido e prezioso.


La terza foto è di Vjekoslav Skledar.

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