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Un romanzo che scava nelle paure più profonde. Intervista a Maurizio Temporin

Un romanzo che scava nelle paure più profonde. Intervista a Maurizio TemporinAll’inizio colpisce l’atmosfera. C’è qualcosa di grave, profondo, viscoso che si aggira nell’aria. Una sensazione, difficile da definire lì, su due piedi, in mezzo alla sala da ballo dedicata tango argentino. Arcana si insinua così, straniando il lettore, grazie a uno stile calibrato e sapiente con cui Maurizio Temporin scrive una storia sospesa tra il qui e l’altrove. Uscito per Mondadori, il romanzo ha una forte impronta soprannaturale, o forse profondamente naturale, visto che al centro pone la paura.

Cinque sconosciuti si incontrano in un castello per la prima volta. Lei è una ballerina di tango, ed è la prima a farsi conoscere dal lettore, lui è un chirurgo estetico, un po’ arrogante, di primo acchito. Il vecchio in sedia a rotelle è un impertinente. La donna ubriaca, nel presentarsi, dà l’impressione di stare nel suo mondo. La ragazzina reagisce all’incontro attraverso il filtro del cellulare. E l’anfitrione… Beh, lui è tutto da scoprire. Così come lo sono i rimandi tentacolari che affondano le loro radici nelle credenze ancestrali, nelle paure più profonde che rendono gli uomini simili gli uni agli altri, i cinque sconosciuti, perfettamente conoscibili.

In occasione dell’uscita di Arcana, Maurizio Temporin ha svelato alcuni dettagli che si nascondono dietro la stesura del romanzo.

 

I tarocchi sono un elemento essenziale del romanzo, anzi gli eventi sono scanditi dalla presenza delle varie figure. Cosa rappresentano i tarocchi per l’immaginario collettivo? E per lei?

Credo che nell'immaginario collettivo i tarocchi abbiano assunto un valore molto diverso da quello che in realtà sono. Oggi mi sembra vengano percepiti come oggetti magici usati dalle cartomanti per prevedere il futuro, in origine erano solo carte da gioco, ma come sempre la verità sta nel mezzo. I ventidue Arcani maggiori sono archetipi che se osservati in ordine crescente, ci raccontano l'antica storia dell'uomo alla ricerca di se stesso. Personalmente credo che se utilizzati con questo valore e un'apertura alla visione junghiana delle sincronicità, possano fare qualcosa di "magico", cioè diventare uno specchio della nostra interiorità e aiutarci a vedere i nostri blocchi, le nostre paure e persino indicarci modi per risolverci.

 

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C’è una contrapposizione di immagini che colpisce in modo particolare. Il tango, e per dirla con gli inglesi, it takes two to tango. Il tango, dice in Arcana, è improvvisazione, è come pensare, camminare, duellare. Tutte attività che presuppongono un altro. Eppure Tanita si trova nella particolare circostanza di doversi esibire da sola. In che avventura sta per imbarcarsi accettando l’invito?

È vero, giusta osservazione! Nel libro dico anche che il tango è una solitudine in due e l'ho utilizzato come idea, come metafora, per raccontare la danza della dualità. Come si fa a fare uno spettacolo di tango da soli? È impossibile. Come è impossibile che esista il bianco senza il nero, il bene senza il male, l'unione senza la separazione. Ma la nostra ballerina è talmente schiacciata dalle sue paure personali da non rendersi conto dell'assurdità e prima che se ne possa accorgere, il tango, si ritrova a ballarlo con tutti i personaggi del castello, persino con suo marito, morto anni prima.

Un romanzo che scava nelle paure più profonde. Intervista a Maurizio Temporin

L’atomo contiene il cosmo e la Matrioska più piccola contiene quella più grande. Può commentare questo passaggio?

Certo! Uno dei miei preferiti.

Per gli alchimisti l'idea che il microcosmo coincidesse con il macrocosmo non è una novità, ma oggi possiamo comprendere meglio questo concetto parlando di frattali. Un frattale è una figura composta da altre figure identiche. Immaginiamo un triangolo che a sua volta è composto da altri triangoli, che a loro volta sono composti da altri triangoli e così via, all'infinito. E immaginiamo che quel triangolo iniziale sia parte di un triangolo più grande... Insomma, che ci si avvicini o ci si allontani si vedrà sempre un triangolo composto da altri triangoli. Se in questa figura decidessimo di modificare un triangolo in un quadrato anche gli altri si modificherebbero perché in realtà sono tutti lo stesso. Applicando questo concetto al cosmo, possiamo dire che se un essere umano cambia (in quanto parte e totalità), anche il resto cambia con lui per riflesso.

 

Che cos’è il castello in cui vengono condotti la ballerina di tango, il chirurgo estetico, il vecchio, la donna ubriaca e la quattordicenne? E chi è il loro singolare anfitrione?

Il Castello di Arcana è due cose. Un castello e un forno alchemico. Il libro infatti si può leggere in due modi. Il primo livello è quello della storia, in cui alcuni sconosciuti vengono invitati a trascorrere una settimana nel castello dal proprietario: un vecchio cieco in sedia a rotelle che sostiene di essere un mago e che li ha scelti per trasformarli in carte viventi dei tarocchi, con lo scopo di modificare insieme a loro il passato. Il secondo livello invece concepisce il castello come un individuo e i personaggi al suo interno come le sette sub-personalità che vivono dentro ognuno di noi. Questa seconda lettura fa diventare Arcana un romanzo alchemico che ci descrive come le nostre anime spezzate e in costante conflitto possano invece trasformarsi e unificarsi in una famiglia interiore. I personaggi sono infatti basati su questi sette traumi che creano le seguenti sub-personalità: depressa: bisogno di amore – paura di essere vuoto; ansiosa/fobica: bisogno di sicurezza – paura di essere fragile e debole; ossessiva: bisogno di accettazione ovvero di essere amati per ciò che si è – paura di sbagliare e di essere inadeguato; istrionica: bisogno di essere visto e riconosciuto – paura di non essere guardato e di non essere interessante; schizoide: bisogno di libertà e indipendenza – paura di essere invasi nelle relazioni; narcisistica: bisogno di essere apprezzato – paura di non valere.

Un romanzo che scava nelle paure più profonde. Intervista a Maurizio Temporin

Quali sono i libri che l’hanno formata e ispirata come scrittore?

Non credo di poter citare dei libri... il mio background ha le fonti più disparate. Posso citare alcuni nomi che si sono fatti un nido nel mio immaginario: José Saramago, Ray Bradbury, David Lynch, Federico Fellini, Luigi Serafini, Italo Calvino, Dino Buzzati, Alan Moore, Borges, Joe R. Lansdale, Charles Addams, Witold Gombrowichz... questi i primi che mi vengono in mente.

 

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Ha abitudini articolari e irrinunciabili per scrivere? Come gestisce il tempo della scrittura e gli altri impegni? Che strategie adotta nel momento in cui la narrazione rischia di bloccarsi oppure ha strategie che prevengono situazioni di questo tipo?

Abitudini particolari... no. Mi siedo e scrivo. Di notte. Solo di notte. Ho bisogno di sapere che il mondo (o almeno parte di esso) è fermo per poter scrivere. Forse perché il sogno è più presente. E perché di giorno sono bombardato da altre mille cose e impegni. Sicuramente bevo tanto caffè. Per quanto riguarda i blocchi, non mi è mai capitato. Ho un approccio molto cinematografico nella scrittura. Dedico mesi alla struttura della storia e dei personaggi per cui scrivere è solo l'ultima fase e a quel punto so dove sto andando. Mi piace comunque lasciare qualcosa di misterioso e non pianificato, per tenere il libro vivo, vitale e in qualche modo intrigante anche ai miei occhi.


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Per la prima foto, copyright: Artem Sapegin su Unsplash.

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