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Un romanzo che scava nei nostri archetipi. “Lux” di Eleonora Marangoni

Un romanzo che scava nei nostri archetipi. “Lux” di Eleonora MarangoniNon è un romanzo per tutti. È un romanzo per chi apprezza le descrizioni, le riflessioni, i dettagli, la ricchezza delle sfumature psicologiche volte a rintracciare gli archetipi, gli schemi comuni celati in ognuno di noi.

Pubblicato da Neri Pozza, Lux di Eleonora Maragoni, nella dozzina del Premio Strega 2019, è un romanzo di altri tempi.

Non succede molto a Thomas Edwards, un architetto italo-inglese che predilige il light design, viaggia spesso per lavoro, si finge turista a Londra al ritorno dai suoi viaggi d’affari muovendosi tra i quartieri dove abita, assieme alla donna che frequenta da più di un anno, Ottie Davis. Lei è una cuoca in carriera con un figlio a carico, Martin, un ex marito di cui non le piace parlare e un aspetto fisico che l’autrice descrive con tanta maestria da farti venire l’impressione di conoscerla, di averla già vista da qualche parte. Una donna inglese come lei, per forza devi averla già vista. Forse a Milano, l’unica città che Ottie conosce un po’, come si scopre da una conversazione con uno scrittore monzese ospite in una lontana e sperduta isola italiana.

 

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Quel poco che succede in Lux avviene nel momento in cui Thomas Edwards riceve un’eredità da parte di uno zio estroso, uno spirito irrequieto, giramondo, agli antipodi dei genitori di Thomas, ma anche da Thomas stesso. Lo zio ha aperto un albergo in un’isola sperduta del sud d’Italia, e ora questo appartiene al nipote.

Un romanzo che scava nei nostri archetipi. “Lux” di Eleonora Marangoni

Thomas non ha molto da dire su di sé. Oltre alla biografia famigliare, ha perso entrambi i genitori, la madre in un incidente, ha un grande amore alle spalle, Sophie, la cui assenza è presenza.

«L’assenza di Sophie era il contrario di un vuoto: era qualcosa di tangibile, che nasceva di continuo e cambiava forma, una presenza viva che gli era cresciuta addosso senza fretta e senza sosta e si comportava come voleva».

 

Non che con Ottie non stia bene. Anzi, ormai hanno superato quei momenti in cui bisognava andare con i piedi di piombo, sgattaiolare via al mattino perché Martin non li vedesse insieme. Sull’isola, scambiano il piccolo per suo figlio, e la madre per la moglie. D’istinto, a Thomas verrebbe da correggere l’interlocutore. Ottie, non è sua moglie. E il desiderio si amplifica nel momento in cui Ottie si dimostra inadatta all’isola. Serpenti, meduse, sole troppo intenso. Non è quello il suo posto. Anche il fatto di doverle parlare in inglese, tradurre i concetti, le battute, fa uno strano effetto a Thomas. È uno sforzo. Stride.

L’albergo ereditato, con tanto di busto dello zio scolpito nel marmo da un artista locale, è una struttura impolverata, d’altri tempi, con le stanze che tradiscono le bizzarrie del primo proprietario. C’è il 55 davanti alla normale numerazione, così, finché il factotum dell’albergo non lo specifica, si ha la sensazione per un istante che sia una specie di palazzo.

Un romanzo che scava nei nostri archetipi. “Lux” di Eleonora Marangoni

È un dettaglio, la numerazione, ma a guardare bene dentro al romanzo, sembra che questo dettaglio sia un punto di una linea. Una linea rossa. Un leitmotiv. Nulla è come appare. La stessa isola, circondata dal mare, non è un’isola sulla quale si va al mare. È un’isola sul mare, non di mare. Infatti, cacciano la lepre e non ci sono spiagge, ma nelle sue acque vive una specie rara di una creatura minuscola e invisibile a occhio nudo, di cui si sa poco, oggetto di studio di una giovane biologa, incinta al settimo mese di un maschietto ancora senza nome. L’albergo non è un semplice albergo. Per qualcuno è casa, per un altro è un rifugio, un prezioso varco per scappare dalla banalità del normale.

L’albergo è un po’ come tutto il Sud. Dice, infatti, un habitué:

«La gente non lo sa, ma ha bisogno di Sud. Soprattutto quelli al Nord, con quell’aria stagnante, davanti a quegli schermi, dentro quei viali tutti uguali. Hanno un disperato bisogno di Sud, ma non se ne accorgono, non lo vedono più. Poi si ammalano, ed è troppo tardi.»

 

E per Thomas? Che cosa rappresentano l’albergo, l’isola? È una domanda in sottofondo, ma, per buona parte del romanzo, accanto a quella legata a chi sia e dove sia finita Sophie, è il motore che spinge il lettore a proseguire.

 

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Dal punto di vista stilistico, Lux di Eleonora Marangoni appare certe volte particolarmente ricercato, come se le parole fossero state scelte con perizia, soppesate a lungo per poi, a tratti, creare un effetto di artificiosità spaziotemporale. È solo polvere, però. Sotto c’è un tesoro colmo di riflessioni su cui passare ore intere, di emozioni in cui rispecchiarsi, di istantanee scattate sulla questione linguistica di chi vive più di una lingua.


Per la prima foto, copyright: Jakob Owens su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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