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Un romanzo a misura d’uomo. Intervista a Roberto Camurri

Un romanzo a misura d’uomo. Intervista a Roberto CamurriRoberto Camurri è lo scrittore italiano del momento. Ha esordito a gennaio con A misura d’uomo (NN editore), il suo primo romanzo, e il suo nome di bocca in bocca sta facendo velocemente il giro d’Italia. Quello di Camurri è un romanzo delicato e diretto, tenero e spietato allo stesso tempo. Saltando da un punto di vista all’altro, l’autore ci guida nelle vite felici e drammatiche di Davide, di suo fratello Mario, dell’amico Valerio, della sua ragazza Anela, tutti personaggi legati col doppio nodo a Fabbrico, il paese sperduto nell’Emilia che ha dato loro i natali. Una storia d'amore, di tradimenti, di amicizia e di affetto fraterno, raccontata con uno stile poetico, essenziale, capace di far vivere gli oggetti inanimati, un vaso di fiori alla finestra così come il campo incolto aperto all’orizzonte.

Abbiamo incontrato l’autore alla libreria Gogol & Company a Milano. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Un romanzo di racconti, una scelta particolare. Com’è nato questo genere ibrido?

I vari capitoli sono nati come racconti, scritti in maniera autonoma. Quando li ho dati in casa editrice, però, mi hanno detto che stavo scrivendo un romanzo. Sono tornato a casa, ci ho pensato e mi sono reso conto che era vero. Ho cominciato a lavorarci ed è venuto fuori un romanzo di racconti, incentrati su Fabbrico e le storie di Davide e Valerio.

 

Non è un romanzo autobiografico, eppure è ambientato a Fabbrico, in Emilia, dove lei è nato e cresciuto.

È vero, non è un romanzo autobiografico, ma ogni racconto parte da una suggestione reale. Per esempio, i personaggi femminili sono nati dalle donne della mia vita. Ho cercato di comunicare i loro sentimenti. Ho tentato di raccontare la complessità dell’essere umano.

 

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Un romanzo a misura d’uomo. Intervista a Roberto Camurri

Il romanzo per gran parte si svolge in un’atmosfera privata e intima. Poi, a un certo punto, in maniera spiazzante, compaiono l’attualità e la memoria collettiva.

A Fabbrico non stiamo a casa il giorno del santo patrono ma è vacanza il 27 febbraio, il giorno della battaglia di liberazione. Ogni 27 febbraio mi prendo un giorno di ferie e con mia figlia torno a Fabbrico e faccio il corteo insieme a lei. È una memoria che si tramanda. Volevo raccontare una storia capace di mettere in risalto la contraddizione che abbiamo tutti all’interno di noi. I fascisti che vengono giù dal nord Italia per commemorare i loro morti, proprio accanto a noi che commemoriamo i nostri. Tante sono le contraddizioni di cui non dobbiamo far altro che prendere atto, come quando Davide sente il desiderio di abbracciare Anela ma poi non lo fa. Sono quelle contraddizioni che tutti viviamo. Volevo sospendere ogni tipo di giudizio, attraverso personaggi senza nome capaci di grandi emozioni.

 

Quanto ha tolto e quanto ha dato la provincia ai personaggi?

Mi sono accorto di amare Fabbrico quando sono andato ad abitare a Parma. Qui avevo sempre un vuoto che riusciva a colmare solo Fabbrico, ma quando sono a Fabbrico dopo cinque giorni voglio scappare. Quando mi chiedono di Fabbrico è come se mia moglie mi chiedesse perché la amo. Io non so perché la amo ma la amo alla follia. Provo per Fabbrico quell’amore/odio caratteristico di una coppia sposata da molto tempo. Prendiamo mio nonno e mia nonna, che sono sposati da sessantadue anni: sono trentacinque anni che li conosco e trentacinque anni che se ne dicono di tutti i colori. Un giorno ho detto a mia nonna: “Sarà stata dura, sono sessantadue anni che siete insieme!”. “Sono volati, perché siamo stati insieme”, mi ha risposto lei, spiazzandomi.

Un romanzo a misura d’uomo. Intervista a Roberto Camurri

Cosa le hanno detto a Fabbrico dopo l’uscita del libro?

Ah, hai scritto un libro? Dove posso trovarlo?, mi hanno chiesto. Per tutti quelli che me lo chiedevano non era verosimile che uno di Fabbrico potesse scrivere un libro in vendita in tutte le librerie d’Italia. Però, dopo che l’hanno letto, mi dicono che è Fabbrico quella che racconto.

 

Il titolo, com’è nato?

Avevo scelto un titolo altisonante, che non è piaciuto alla casa editrice e che non rivelerò neanche sotto tortura. Poi, parlandone, mi hanno detto: “hai scritto un romanzo a misura d’uomo”. Ci siamo fermati, ci siamo guardati e abbiamo capito subito che avevamo trovato il titolo.

 

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A quali autori si ispira?

Il riferimento è spesso americano. Carver, la O’Connor. Volevo comunicare sentimenti come l’amore, l’amicizia. Anche nelle situazioni più drammatiche volevo far emergere la bellezza dei sentimenti pure quando non ce lo si aspetta. E Stephen King. Quando leggo i suoi romanzi è come se fossi un bimbo di otto anni: mi perdo in un bosco e una persona rassicurante mi racconta una storia capace di accompagnarmi al mattino, sano e salvo. Per me Stephen King è quella cosa lì, è come se ci sia un domani.

 

«Mi sono sempre piaciuti più quelli che ci provano di quelli che ci riescono», scrive a un certo punto nel romanzo. Perché ci piacciono sempre e rigorosamente le storie dei perdenti?

Per essere un vincente devi perdere tantissimo, e penso a Bruce Springsteen. Non mi piace stare dalla parte di chi vince. Anche a calcio tifo il Parma. Mi piace stare dove c’è da lavorare e da sbattere la testa.


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Per la prima foto, copyright: Phil Coffman.

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