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Un ritratto sentimentale incisivo e commovente. “Transiti” di Rachel Cusk

Un ritratto sentimentale incisivo e commovente. “Transiti” di Rachel CuskUna delle caratteristiche formali vincenti della narrazione di Rachel Cusk, emersa con evidenza fin dall’opera rivelatrice del talento della scrittrice anglo-canadese (Resoconto, datato 2014) è quella di restituire una narrazione non imitatrice della vita, ma costruita con l’imprevedibile nullità che, attraversando buona parte dei momenti dell’esistenza, costituisce la vita stessa. Non esiste un filo rosso, non si segue nessuna trama, i rapporti umani non sono premeditati né pre-condizionati, ma ci si sente invece sballottati casualmente, agitati da forze che solo in parte dipendono da noi, che nel corso della nostra maturazione possiamo solo cercare di trarne il miglior grimaldello per scardinare la tristezza della routine e delle cattive abitudini. È la stessa potenza narrativa che sottende a Transiti, opera seconda dell’ideale trilogia sentimentale-intimista uscita per i tipi di Einaudi alle porte della scorsa primavera per la traduzione di Anna Nadotti, e che si concluderà con Kudos, in lancio il marzo del prossimo anno.

 

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L’anonima scrittrice inglese (in cui non è impossibile rintracciare una sorta di autoritratto letterario) già protagonista del primo capitolo, è ora impegnata – a seguito della separazione dal marito – nella ristrutturazione di un appartamento a Londra: questa premessa minimale è la chiave narrativa che permette a Cusk di impostare l’architettura di incontri con una variegata fauna umana, dialoghi, appassionate delusioni ormai riconosciuta dal lettore come la cifra distintiva del racconto; non esiste, come sottolineato infatti precedentemente, una trama che abbia l’intenzione di portarci da qualche parte: anzi, uno dei maggiori pregi della narrazione di Cusk è proprio quello della frammentarietà, che pur guida una vicenda con una chiara protagonista, al centro di ogni dinamica relazionale. E così, tra il surreale sviluppo di un incontro letterario, l’aggressiva ironia di muratori albanesi e lo stentato affacciarsi di fragili connessioni affettive, il lettore può adeguarsi allo sguardo di chi, appena in disparte, scruta le altrui insicurezze, poco prima di accorgersi che quelle insicurezze assomigliano tremendamente alle proprie.

Un ritratto sentimentale incisivo e commovente. “Transiti” di Rachel Cusk

Innegabile abilità di Rachel Cusk è costruire una peregrinazione universale riflessa in parabole contemporanee, offrendo la possibilità di riconoscersi in deliziosi cammei, del tipo:

«Per molto tempo mi era sembrato che ogni tentativo di liberarmene rendesse la mia sconfitta più complessa e concreta. Ciò che le riflessioni su desiderio e autocontrollo avevano trascurato, era quell'elemento di vulnerabilità che la gente chiama destino”; o ancora “Andrà tutto bene, ho detto. Non so se andrà tutto bene, ha detto lui. Poi, al telefono, ha cominciato a parlarmi di un libro che stava leggendo su Carl Jung. Tutta la mia vita è stata una menzogna, ha detto. Ho detto che non c'era motivo per non credere che anche quella sensazione fosse menzognera. Questa riguarda la libertà, ha detto. La libertà, avevo detto io, è una casa dove, una volta che te ne vai, non puoi tornare».

 

Ma si potrebbe continuare, in un piccolo universo letterario costellato di osservazioni bellissime e acuti tratteggi dei caratteri umani. Piccoli timori che si ingrossano in valanghe di livore, incontri e separazioni che disegnano inaspettate speranze, ricostituzioni familiari, agognate solitudini riconquistate: Transiti si qualifica come la firma ideale di una generazione intellettuale, in perenne bilico tra una dolorosa incertezza e la necessità di credere in qualcosa, a qualcosa. Marco Archetti notava su «Il Foglio» come una narrazione delicata come quella di Cusk, sempre apparentemente qualche passo indietro rispetto all’incedere prepotente dei fatti nella realtà, presenti anche dei rischi: in particolare quello di apparire, agli occhi di consumatori culturali abituati alla frenesia dell’accadere, letterariamente troppo remissiva. Archetti contesta principalmente alla scrittrice anglosassone l’assenza di “rapacità”, come la definisce, quella capacità di intervenire in maniera predatoria sul racconto di vita e sentimenti altrui e che distingue la prosa raffinata ed efficace dalla letteratura immortale, abile a scavare e non solo a ‘registrare’. L’osservazione appare legittima, ma credo si tratti di un rischio calcolato sulla strada di una voce differente, e che a chi scrive è apparsa invece – e proprio a ragione di questa sua asettica delicatezza  rara e autorevole.

Un ritratto sentimentale incisivo e commovente. “Transiti” di Rachel Cusk

Rachel Cusk non nasconde infatti il suo obiettivo principale, e cioè quello di affrontare lo spaesamento di una ultra-quarantenne dipingendolo in tre macro-movimenti, a loro volta scomposti attraverso un’intensa azione partecipata. Lo sguardo è quello di una scienziata della letteratura, lucida e distaccata nel procedimento ma prepotentemente innamorata della materia, che emerge come forza viva dalle righe che sanno di reale biografia, registrazione, resoconto appunto.

 

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Ed è da questa registrazione che si ferma sempre un attimo prima del deflagrare dei sentimenti che si avverte l’urgenza e la necessità di una letteratura che non sia uno strepito continuo, un perpetuo e rovinoso atto d’accusa, bensì un ritratto sentimentale incisivo e commovente. Grazie di crederci ancora.


Per la prima foto, copyright: Jens Lindner su Unsplash.

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