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"Un ragazzo normale" e Giancarlo Siani nella Napoli degli anni Ottanta. Intervista a Lorenzo Marone

"Un ragazzo normale" e Giancarlo Siani nella Napoli degli anni Ottanta. Intervista a Lorenzo MaroneLorenzo Marone torna in libreria in questi giorni con il suo nuovo romanzo Un ragazzo normale (Feltrinelli, 2018), a un anno esatto dal precedente Magari domani resto.

Siamo ancora una volta a Napoli, scenario abituale di tutti i romanzi di Marone, nell'anno 1985, che gran parte dei napoletani ricorda per alcuni eventi particolari, tra cui una delle rarissime nevicate mai scese sulla città.

Domenico Russo, detto Mimì, è un ragazzino di dodici anni che vive nel quartiere del Vomero, dove il padre è il portiere di uno stabile residenziale: nei due locali della portineria devono convivere, non senza qualche insofferenza, i genitori, i due figli Bea e Mimì, e gli anziani nonni, ma la famiglia, pur arrabattandosi nelle ristrettezze economiche, conduce un'esistenza nel complesso serena.

 

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Solo Mimì ha troppo spesso la sensazione di essere diverso, con il linguaggio troppo forbito che ha appreso dalle sue voraci letture, gli occhiali e la scarsa attitudine agli sport, che lo allontanano un po' dai coetanei. Il suo solo amico è Sasà, il figlio del salumiere che conduce una vita da scugnizzo, mentre Viola, la ragazzina che abita in uno dei grandi appartamenti dell'ultimo piano, sembra indifferente alle attenzioni di Mimì, che si è preso per lei la sua prima cotta.

Nel palazzo però vive anche Giancarlo Siani, un giovane giornalista del quotidiano «Il Mattino» che gira per Napoli guidando un’anacronistica Mehari verde e sembra essere l'unico a prendere sul serio i pensieri di Mimì, affascinato dai fumetti e dai supereroi, anche se tutti insistono a dire che è ormai troppo grande per credere nella loro esistenza.

Al termine di una lunga estate, durante la quale Mimì, Sasà e Viola inizieranno ad affrontare la fine dell'infanzia e l'ingresso nell'adolescenza, con tutti i relativi problemi, Giancarlo Siani, il vero supereroe incontrato da Mimì, verrà assassinato proprio davanti a quel palazzo del Vomero, ma non prima di aver lasciato una traccia importante nella vita del giovane amico.

Di Un ragazzo normale abbiamo parlato con Lorenzo Marone nella sede della Feltrinelli a Milano, nel corso di una presentazione in anteprima del romanzo che esce oggi.

 

L'anno scorso alla presentazione di Magari domani resto, lei ha detto che per scrivere un romanzo parte da un personaggio, attorno a cui costruisce la storia. In questo caso è nato prima Mimi o l'idea di scrivere una storia con Siani?

È nato prima Mimì, proprio per la mia voglia di cambiare sempre punti di vista e trovare nuove voci. Avevo voglia di parlare degli anni Ottanta, dell'adolescenza, dell'amicizia tra ragazzini, a cui dare una prospettiva più romantica rispetto alle storie precedenti. E per la prima volta in un mio romanzo il protagonista ha una famiglia "normale", con genitori, una sorella, dei nonni, mentre tutti gli altri vivevano in situazioni complesse.

La storia di Siani me la porto dentro da sempre, come credo moltissimi napoletani, ma desideravo scriverne a modo mio. Non volevo scriverne una biografia, quello è già stato fatto, ma m'interessava la sua vita stroncata a venticinque anni e il suo essersi ritrovato da solo di fronte al crimine. Volendo parlare di eroi, che come dice la nonna di Mimì nel romanzo, non esistono, se non nei film, ma esistono persone normali che ogni tanto fanno qualcosa di speciale. Volevo parlare della normalità di chi compie qualcosa in più.

Non è quindi un romanzo su Giancarlo Siani ma con Giancarlo Siani, perché il protagonista resta Mimì. È un omaggio ai libri, al valore delle parole, alla mia città e agli anni Ottanta, quindi ci sono più storie insieme.

"Un ragazzo normale" e Giancarlo Siani nella Napoli degli anni Ottanta. Intervista a Lorenzo Marone

I protagonisti dei suoi romanzi sembrano seguire una linea anagrafica precisa: è partito dal settantenne di La tentazione di essere felici, per poi scrivere di un quarantenne, di una trentenne e ora di un dodicenne. Il prossimo protagonista potrà essere solo un bambino ancora più piccolo o cambierà rotta?

Mimì è un dodicenne che non ha ancoraperso la sua ingenuità e crede in un mondo più colorato, non è ancora disilluso dalla vita come i miei personaggi precedenti. Ha fame di conoscenza ma cerca di costruirsi un'identità per piacere agli altri e relazionarsi con loro. È vero, per il futuro non mi restano molte possibilità: vedremo che personaggio mi verrà in mente.

 

Ultimamente anche al cinema il pubblico ha sempre premiato le grandi inchieste giornalistiche, le storie di persone che hanno rischiato tutto mettendosi in gioco per raccontare gli scandali, le guerre, la mafia, la pedofilia nella chiesa, ed è questo che fa anche Siani con i suoi articoli sulla camorra. Però viviamo anche nellepoca delle fake nmews, per cui come si bilanciano le due cose, e che tipo di giornalismo ci servirebbe adesso?

Le fake news sono diventate qualcosa di preoccupante, tanto che io ormai non condivido più nulla in rete, però la storia di Siani è completamente diversa. Adesso i giornalisti non sono soli com'era lui all'epoca, hanno attorno un mondo più ampio, che in qualche modo ti può proteggere, e questo anche grazie ai social. Lui, allora, non ha avuto paura di essere solo. Nei dialoghi, che ho dovuto per forza inventare, ho inserito comunque alcune frasi che aveva davvero detto o scritto Siani all'epoca.

 

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In questo romanzo Napoli è spettatrice delle vicende ma anche grande protagonista: non ha paura che coloro che non sono napoletani e non hanno vissuto in quella città in quegli anni non colgano del tutto ciò che ha voluto dire?

Forse questo avrei dovuto chiedermelo anche quando ho scritto Magari domani resto, che è ancora di più uno spaccato di vita napoletana, visto che si svolge nei Quartieri Spagnoli.

Al di là di alcune dinamiche, come il nonno che parla per proverbi napoletani, trovo che la famiglia di Mimì possa rispecchiare tante famiglie di quegli anni, che tra l'altro non se la cavavano poi male, forse meglio di adesso. È una storia più italiana che strettamente napoletana.

"Un ragazzo normale" e Giancarlo Siani nella Napoli degli anni Ottanta. Intervista a Lorenzo Marone

Quali difficoltà ha incontrato nella stesura di questo libro?

Non è stato facilissimo bilanciare la storia di Giancarlo e quella di Mimì, perché dovevano andare di pari passo ma quella di Giancarlo era già scritta, non si poteva cambiare. Quello che m'incuriosiva era soprattutto l'infanzia, tanto che a certo punto mi sono reso conto che la famiglia di Mimì aveva troppo spazio: ho dovuto quindi limare un po' il testo già nella prima stesura, che ha richiesto più tempo rispetto ai miei romanzi precedenti.

 

E com'è stato mettersi nella testa di un dodicenne?

Non è stato poi così difficile, visto che mi sento ancora – per fortuna o purtroppo– un ragazzino dentro, ma è stato meno facile immaginarlo molto diverso da me, che a quell'età non ero certo bravo a scuola e avevo altri interessi. Ho anche avuto un altro tipo di famiglia e sono cresciuto in modo diverso.

 

Ci sono tante differenze tra la Napoli degli anni Ottanta e quella di oggi?

Napoli cambia per non cambiare mai. Oggi si è fatto un gran parlare delle baby gang, che in realtà sono sempre esistite: ne parlava persino Siani nei suoi articoli. Io, nella mia infanzia al Vomero, ricordo che avevamo problemi con i nostri coetanei che venivano da altri quartieri, spesso armati di coltello.

Mi piacerebbe che questo libro fosse letto dai ragazzi per mostrare che ci sono anche figure positive di riferimento da seguire, oltre ai criminali che spesso sembrano affascinare i giovani. Siani è stato per me un gigante. Mia madre ne parlava come del figlio di un'amica e tutti noi che vivevamo al Vomero ce lo portiamo dentro da sempre.

 

Proprio a proposito di questo, non pensa che in questo momento gli eroi positivi siano un po' in ombra e ci sia una tendenza a proporre modelli negativi, come per esempio nelle fiction televisive tipo "Gomorra". Non stanno vincendo i cattivi a scapito dei buoni?

Il rischio c'è per chi non ha una famiglia o comunque qualcuno che riesca a indirizzarlo sul percorso migliore. Tutti i ragazzi lasciati per strada, senza esempi da seguire se non persone finite in carcere o al camposanto, rischiano di prendere strade sbagliate, ma gli esempi negativi non attecchiscono su chi ha basi solide ed è quindi in grado di distinguere bene e male, realtà e fiction. La colpa non è di Gomorra ma di chi non permette che questi ragazzi trovino altri modelli su cui basarsi.


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Per la prima foto, copyright: Montse Monmo.

Per l'ultima foto, copyright: Adolfo Frediani.

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