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Un padre e la morte della figlia. “Piena” di Philippe Forest

Un padre e la morte della figlia. “Piena” di Philippe ForestPuntata n. 58 della rubrica La bellezza nascosta

 

«L’agitazione che insorge non è necessariamente proporzionata all’evento che la causa. A volte basta una contrarietà minuscola. Tutta l’impalcatura mentale costruita nel corso di una vita e che conferisce apparente solidità alla struttura del proprio cervello sembra vacillare. Un piccolo pezzo viene a mancare da qualche parte e fa barcollare l’insieme che rischia di andare a gambe all’aria. È così che si diventa pazzi, credo. Letteralmente: per niente.»

 

Il passato è talmente vasto che basta poco per perdere le coordinate e ritrovarsi dentro qualcosa che ci può apparire inesatto, insensato, imperfetto. Questo accade perché ciò che è trascorso appartiene alla memoria, e il meccanismo del “ricordare” spesso non possiede perfezione. Alcune volte pensiamo di aver superato, di essere riusciti ad andare avanti; crediamo che quel dramma che ci ha colpiti, sfiniti, abbattuti sia stato risolto o, quanto meno, possa fare un male minore perché siamo finalmente riusciti a metterlo alla giusta distanza. Ma poi accade qualcosa, un movimento a cui non diamo neanche peso, e tutto ci crolla di nuovo addosso, il muro che avevamo innalzato lo scopriamo di cartapesta e nemmeno ci avevamo mai pensato che tutto potesse essere effimero.

Il passato torna quando vuole, non chiede permesso, causa dolore, ti riporta a galla, dentro la memoria, il tuo mostro personale. È capace anche di farti provare più dolore di allora. È una giostra, la sofferenza di quello che è stato è come una giostra, tu sei in fila e prima o poi tocca nuovamente a te.

 

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Un padre e la morte della figlia. “Piena” di Philippe Forest

Philippe Forest è uno scrittore francese, nato nel 1962. Il suo romanzo Piena è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Fandango con traduzione a cura di Gabriella Bosco.

Un uomo, un lutto importante che fa parte del suo passato, una città, nella quale decide di ritornare molti anni dopo averla lasciata. Le sparizioni: quella di un gatto che ogni giorno va a fargli visita e che all’improvviso scompare nel nulla; quella di una donna che tutte le sere suona il pianoforte nel suo piccolo monolocale, e quella di un uomo, uno scrittore, che ogni notte lo invita dentro casa per parlare di una “epidemia”. Tutte queste sono vite che entrano in contatto, per poco tempo, con la vita del narratore, per poi diventare fantasmi, e lasciargli un vuoto. Il centro della narrazione è “il grande nulla” verso il quale, inesorabilmente, ognuno va incontro.

«Chiunque deve affrontare la prova di veder scomparire ciò che ama, questo è certo. È la regola e non ammette eccezioni a lungo termine. Per generosa che sia stata con noi la vita, a un certo punto dobbiamo fare a meno di tutto quello che ci ha dato. A sbrigare la faccenda ci pensano il tempo che passa, la morte che arriva. Lo sappiamo e fingiamo di non saperlo. A pensarci, niente è più stupefacente della straordinaria facoltà d’oblio che tutti gli uomini attivano mentalmente per fare in modo di ignorare quello che in realtà sanno.»

 

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Philippe Forest torna a parlarci del lutto e, a suo modo, della scomparsa di Pauline, sua figlia.

Un padre e la morte della figlia. “Piena” di Philippe Forest

Ma questa volta lo fa partendo da lontano. Inizia con un aneddoto familiare, l’addio che ha dovuto dare alla madre, per poi prendere un giro largo, parlandoci di come la scomparsa di qualsiasi cosa sia, prima o poi, inevitabile.

Le pagine di Piena sono dense di consapevolezza, c’è una disperazione silente, ci sono delle urla smorzate, perché alla fine tutto appare pacato. È come se il narratore si fosse arreso definitivamente al tempo e al passato, e abbia deciso di essere solo uno spettatore, a volte anche disinteressato, che guarda tutto quello che gli scorre intorno. Come la piena che invade la sua città, allagando strade e case e biblioteche, che trascina via tutto e forse alla fine, dopo aver preso, è capace anche di restituire qualcosa, come quel gatto che, dopo essere scomparso per mesi, torna improvvisamente al fianco del nostro protagonista, come se fosse sbucato dal nulla.

«La sensazione di perdita di cui parlo riguarda tutti gli uomini. Ognuno però la vive in maniera diversa – e con diversa intensità – a seconda di come l’esistenza gli presenta la cosa. In precedenza, la mia unica figlia era morta. Aveva quattro anni. Non me la sento di raccontare qui come. Tanto, penso che sarebbe inutile. Chiunque può immaginare l’intensità di un simile dolore senza bisogno che glielo racconti. E allo stesso tempo, non può farsene un’idea, esatta se non a condizione di essere passati per una prova del genere. Per cui tutto quello che potrei dirne risulterebbe vano. Che cosa vuol dire la morte di un bambino tutti lo sanno, nessuno lo sa.»

Un padre e la morte della figlia. “Piena” di Philippe Forest

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Piena è un romanzo da leggere in maniera attenta, dietro ogni frase, dietro ogni pagina, ci sono elementi che il lettore attento può ricondurre al passato di Philippe Forest, e al demone che si porta dentro per la perdita di sua figlia. Un libro che tutti dovrebbero leggere per comprendere in che modo, una mente geniale come quella di Forest, affronta il problema universale del viaggio umano verso il nulla assoluto.

«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramene perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza.»

 

Ogni persona che conosciamo diventa inevitabilmente passato e se questo non accade, vuol dire che il passato siamo diventati noi.


Per la prima foto, copyright: Gabriel su Unsplash.

Per la quarta foto, la fonte è qui.

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