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Un omaggio alla vita nell’autobiografia di Maryse Condé

Un omaggio alla vita nell’autobiografia di Maryse CondéQuante volte la parola vita ricorre nei titoli dei romanzi. Di recente pubblicazione è La vita senza fard di Maryse Condé, ed. La Tartaruga, traduzione di Anna d'Elia.

La scrittrice antillana di lingua francese (nata nel 1937 a Pointe-à-Pitre) redige la propria autobiografia che va oltre la sua persona ed esistenza, configurandosi come un prezioso spaccato di storia africana. È appunto l'Africa il tema della sua narrativa che rispecchia la sua vita senza fard, che dalla natia Guadalupa la condurrà a viaggiare dalla Guinea al Ghana, dalla Costa d'Avorio al Senegal, e ad altri Paesi africani magari toccati di passaggio nel corso del suo continuo peregrinare da un luogo a un altro, da un amore a un altro, da un lavoro all'altro, da una vita creduta persa per sempre a una vita riconquistata. È proprio questo il messaggio contenuto nel libro: l'indiscusso primato della vita di degenerare e rigenerarsi. Pochi libri compendiano e onorano la parolavita come in questo caso.

Il mondo di volta in volta addiziona e sottrae alla vita. Antille, Parigi, Londra, Italia, Spagna, Olanda New York, l'Africa quasi per intero, vissuta o riflessa da vite altrui… Maryse è una globetrotter, quasi sempre forzata, di vita e mondo. E il suo vissuto mondano, bello o brutto che sia, diventa problema e simbolo, e non solo nelle pagine dei suoi romanzi.

 

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Riuscirà l'Africa a irradiare la luce nella vita travagliata di Maryse? La donna si è educata al concetto di negritudine, guidata da poeti e intellettuali quali Césaire Aimé, cantore dell'identità antilliana, e Leopold Senghor, altro caposaldo del recupero dell'identità africana snaturata dal colonialismo. Ma forte di simili influenze potrà la prima persona di Maryse ignorare le contraddizioni che tormentano il continente africano? Le rivoluzioni e le controrivoluzioni, la fine del colonialismo e l'insorgere di dittature, domini personali sanguinosi, culti della personalità, tradizioni arcaiche, regni fantoccio…

Il mondo somma dolori. La vita della giovane errante si complica, gli spazi di pace sono troppo brevi, la nascita dei figli non la compensa degli amori sbagliati, delle speranze troppo presto deluse. L'Africa sembra tenerla in pugno, ma lei non sembra disposta a ribellarsi. L'Africa è il suo destino.

Un omaggio alla vita nell’autobiografia di Maryse Condé

La vita di Maryse ancora non ha incontrato la scrittura, non ha ancora il proprio mondo interiore. Spesso pensa che mai lo troverà. Continua a percorrere l'Africa alla ricerca di un porto franco, ma finisce sempre con pagare dazi troppo ingenti. La vita di Maryse non sboccia, rimane chiusa, prigioniera dei propri moti senza domani. Ma, trattandosi della autobiografia di una scrittrice, il lettore sa che la scrittura sboccerà. Basta attendere, pagina dopo pagina. La citazione che precede il corpo del testo riporta quanto scritto da Jean Paul Sarte: «Vivere o scrivere, bisogna scegliere». L'aveva già detto Pirandello: «La vita o la si vive o la si scrive». Cosa farà Maryse? Vivrà e scriverà allo stesso tempo?

Passa appena una pagina e troviamo parafrasato quanto scritto da Jean Jacques Rousseau nelle Confessioni: intendo oggi mostrare ai miei simili una donna in tutta la verità della sua natura e quella donna sarò io. La verità: assunto che due pagine dopo esprime il proprio tormentato paradosso. Quanto scritto da Marcel Proust in Un amore per Swann funge da parallelo: «E dire che ho sciupato anni di vita, che ho voluto morire, che ho vissuto il mio più grande amore per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo». Maryse non cita a sproposito: il suo grande amore è l'Africa, una donna che non le piaceva, che non era il suo tipo ma che l'ha incatenata per la vita.

Un omaggio alla vita nell’autobiografia di Maryse Condé

Di nomi di scrittori il libro è fitto (dispiace a pag. 65 trovare scritto Hengel al posto di Engels, e a pag. 223 Angela Devis e non Angela Davis). Non ancora scrittrice Maryse è assidua lettrice. Innumerevoli sono i nomi di scrittori africani di cui l'Occidente sa poco o nulla. Altri nomi di intellettuali e politici sono fin troppo noti: Lumumba, Malcom X, Che Guevara, perfino Duvalier, sanguinario tiranno di Haiti. L'autobiografia non risparmia conoscenze e frequentazioni allo scopo di approfondire nel bene e nel male gli aspetti problematici del continente africano. Lo si è capito: l'Africa non cesserà mai di costituire il veroproblema per Condè.

Superati gli ottant'anni, quante sono le esperienze che la scrittrice trasmette in questa illuminante autobiografia. Pochi libri come questo sono densi di notizie, passioni, fatti vissuti sulla pelle. Come non sfogliare la Storia e al contempo partecipare alla più verace intimità umana?

 

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Libro dei luoghi e dei nomi, non c'è Paese in cui la travagliata vita di Maryse non abbia sperimentato, oltre ai rapporti negativi, la solidarietà di amicizie, al punto di beneficare di aiuti concreti da persone conosciute per la prima volta. La vita senza cosmesi offre il suo lato migliore, il mondo coglie l'invito e l'uomo si stringe accanto al proprio simile. Il messaggio è ribadito: la vita non la si nega, la si vive, qualsiasi cosa accada, gioie e dolori. Condè ci consegna una grande lezione di umanità e vitalità.

Sono tanti i nomi di luoghi e persone, difficile tenere il conto. Ma non si tratta di una difficoltà inibitoria, anzi, il lettore è continuamente spronato dalla quantità a cogliere il senso stesso della vita.

Maryse ha vissuto!


Per la prima foto, copyright: Lenny Miles su Unsplash.

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