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Un omaggio al potere dei libri. “La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Caboni

Un omaggio al potere dei libri. “La rilegatrice di storie perdute” di Cristina CaboniLa rilegatrice di storie perdute è il quarto romanzo della scrittrice sarda Cristina Caboni che con i tre precedenti, anch’essi editi da Garzanti, ha ottenuto un grande successo sia in Italia che all’estero.

Si tratta innanzitutto di una storia d’amore, carica di un forte significato emblematico che va ben oltre le vicende narrate,tra gli uomini – ma soprattutto tra le due donne protagoniste, la cui “specificità di genere” è uno dei fili conduttori del romanzo – e i libri. Libri intesi sia come trasmettitori di conoscenza e di creatività sia nella loro materialità, oggetto di un amore quasi carnale nei loro tessuti, rilegature pellame. Libri/scintille che hanno il potere di cambiare coloro che incontrano, accendendo “ciò che già esiste” dentro di loro e permettendo a donne trascurate e maltrattate di lasciarsi alle spalle il passato e diventare libere.

La storia d’amore che costituisce la struttura portante di La rilegatrice di storie perdute ne contiene in sé altre, tra uomini e donnevissuti in aree geografiche ed epoche storiche distantissime tra loro, i cui destini s’incontrano grazie a una lettera/testamento – una paginetta di quello che oggi chiameremmo diario– nascosta due secoli prima dalla nobildonna viennese Clarice Marianne Von Harmel proprio dentro un libro-scintillae più esattamente nella sua rilegatura, come se avesse voluto farla avere non a qualunque futuro lettore ma solo a qualcuno “affine a sé” che si fosse trovato a rilegare il libro dopo di lei, e destinata a diventare il deus ex machina dell’intero impianto narrativo. La lettera-lascito di Clarice suscita infatti in Sofia Bauer, romana di origini tedesche che vive nell’Italia di oggi e sta attraversando una profonda crisi coniugale e personale, dapprima curiosità, poi un senso di empatia/complicità che la costringe a “guardarsi dentro” e a dare una svolta decisiva alla sua vita, spingendola a emulare il coraggio e la libertà di spirito che traspaiono dalle parole di Clarice. Perché i libri e le parole che contengono hanno un “potere immenso”, magico. Sono come «fili che superano il tempo. Le parole hanno fatto di noi ciò che siamo. A loro è stato affidato il progresso. La genialità del pensiero, la sua arte.»

Il libro nelle cui controguardie è stata nascosta la lettera, amato e rilegato nell’Ottocento da Clarice e ai giorni nostri da Sofia, è Discorso sulla natura, il primo volume di una trilogia scritta dal celebre autore romantico Christian Philip Fhor, frutto dell’immaginazione della Caboni malgrado il nome dell’autore sia stato mutuato da un pittore dell’epoca realmente esistito.

 

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Sarà proprio la tenace ricerca dei due successivi libri della trilogia di Fhor da parte di Sofia Bauer, aiutata da Tomaso Leoni, affascinante grafologo appassionato come lei di libri antichi, a costituire il perno narrativo attorno al quale si snoda il romanzo.

Un omaggio al potere dei libri. “La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Caboni

Una ricerca che, tra matrimoni finiti, rischi di fallimento e misteriose coincidenze che fanno da scenario alla ricchezza della vita interiore di Sofia, Tomaso e dei personaggi minori che ruotano loro intorno, è destinata a concludersi con un’incredibile scoperta che cambierà per sempre la vita dei suoi autori. Una ricerca che è mossa dalla volontà di arrivare a conoscere l’intera storia di Clarice, perché Sofia si rende conto da subito che scoprire il suo segreto era «quello che le avrebbe permesso di essere Sofia Bauer, non la moglie di Alberto de Santis ma una persona completa.»

Due donne ciascuna delle quali è, per passione e per scelta, rilegatrice di storie perdute, accomunate anche da una grande forza interiore, malgrado Clarice di senta “libera nel cuore” e Sofia no. Una forza che condurrà la prima a consolidare, l’altra a conquistare, la piena consapevolezza di sé, premessa indispensabile per l’emancipazione. Emancipazione dal potere maschile ma non solo, perché Sofia è vittima prima di tutto di se stessa, di un’ancestrale cultura che, nonostante gli studi e la brillante intelligenza, è riuscita a inculcarle un malinteso senso di dedizione al marito portato sino all’estremo sacrificio del proprio autentico sé. Ed è curioso che, nell’intreccio narrativo di La rilegatrice di storie perdute sia proprio l’ottocentesca Clarice a farle trovare il coraggio di «volare con le ali della libertà» alla scoperta del proprio autentico sé,ottenendone in cambio la possibilità di far emergere dall’oblio «la luce delle verità» sulla sua vita. Una vita che durante l’infanzia e la prima giovinezza si svolge a casa dello zio Vaugel ed è contrassegnata da maltrattamenti e solitudine, cui Clarice riesce a sfuggire solo grazie alla compagnia dei libri e al rilegatore Schmidt, dal quale viene iniziata all’appassionante arte della rilegatoria. E quando lo zio la costringerà a un matrimonio d’interesse sarà proprio Schmidt ad aiutarla a fuggire in Italia, dove inizierà una vita del tutto nuova. Perché Clarice è una sorta di femminista ante litteram che non esita a sfidare regole e convenzioni pur di essere se stessa, vivere al fianco dell’uomo di cui è innamorata e potersi dedicare al lavoro che ama, ai tempi considerato esclusivo appannaggio degli uomini.

La rilegatrice di storie perdute può quindi essere anche letto da un lato come la storia di una straordinaria complicità femminile, capace di oltrepassare i confini del tempo e dello spaziodall’altro come parabola del difficile percorso che porta all’emancipazione femminile, costellato, oggi come ieri “di lacrime e sangue”.

Un omaggio al potere dei libri. “La rilegatrice di storie perdute” di Cristina Caboni

Volendogli dare un inquadramento di genere lo si potrebbe definire, come del resto i precedenti romanzi della Caboni, un raffinato romanzo sentimentale e psicologico, capace di indagare con grande sensibilità nella complessità delle emozioni e delle relazioni umane. Il registro col quale sono raccontate le vicende di Clarice è diverso rispetto a quello usato per la storia di Sofia, molto più introspettivo e psicologico quest’ultimo, ricco di avventura, fughe rocambolesche e colpi di scena il primo, senza che questo nuoccia alla compattezza e alla fluidità del racconto complessivo. Lo stile dell’autrice si mostra ancora una volta capace di coniugare elegante sobrietà e intensità espressiva, ma è al contempo pervaso da “un senso di meraviglia e di rivelazione” che introduce un pizzico di magia capace di far sognare il lettore.

L’ultima fatica della Caboni non è che l’ennesimo atto d’amore verso i libri e il loro potere salvifico, di cui non si sentiva il bisogno, sarà forse tentato di dire qualcuno. Con tutto il rispetto per la libertà di pensiero e le idee altrui, niente di più falso. È un atto d’amore oggi più che mai necessario. Perché in un mondo sempre più basato su valori/disvalori quali soldi e potere, aprioristico rifiuto dell’altro in quanto “diverso”, i libri restano forse l’ultimo baluardo contro l’imbarbarimento. Chi o cosa più di loro è in grado di gettare ponti, scavalcare muri, permettere agli uomini di ogni razza, tempo e luogo, di parlarsi e capirsi? Parlarsi, capirsi e aiutarsi l’un l’altro, come accade a Sofia Bauer e a Clarice Marianne Von Harmel. Particolarmente emblematica una frase che descrive la prima mentre è intenta a leggere la lettera/lascito della seconda: «Era come se, mentre leggeva, le parole diventassero fili che legavano una donna all’altra.»

 

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Perché, come dice Hesse nel bellissimo La magia del libro, «Tra i tanti mondi che l’uomo non ha ricevuto in dono dalla natura ma ha creato grazie alla propria mente, il mondo dei libri è il più grande.» Perchéi libri sono la nostra storia e il nostro futuro. Perché, per usare le parole di Susan Sontag, estratte dal saggio Lettera a Borges del 1996, nella sostanza niente affatto diverse da quelle pensate e/o scritte dalle protagoniste del libro della Caboni: «I libri non sono solo la somma arbitraria dei nostri sogni e della nostra memoria… I libri sono molto di più. Sono il modo di essere pienamente umani.»

E dunque onore al merito per un appassionato e convincente attestato d’amore nei loro confronti qual è La rilegatrice di storie perdute.


Per la prima foto, copyright: Prasanna Kumar.

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