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Un musulmano che si finge ebreo. “Ti rubo la vita”

Un musulmano che si finge ebreo. “Ti rubo la vita”Ti rubo la vita (Mondadori, 2019) è il nuovo e denso romanzo di Cinzia Leone: una storia di vite diverse che s'intrecciano lungo le sponde del Mediterraneo dal 1936 agli anni Novanta del ventesimo secolo.

Tutto ha inizio a Jaffa, dove durante un pogrom un ricco commerciante ebreo viene assassinato insieme alla moglie e alla figlia di pochi anni. Il vicino di casa e socio in affari, un turco musulmano suo coetaneo, a sua volta sposato e padre di una bimba della stessa età di quella ebrea, sa che la morte del socio significa per lui la rovina economica.

E allora perché non provare a sostituirsi all'ebreo, continuandone l'attività commerciale? Non sembra poi così difficile assumere l'identità di una persona che nessuno verrà più a cercare, morta senza eredi e senza legami. Ibrahim può illudersi di diventare facilmente Azoulay, ma nel compiere questo gesto non considera le pesanti conseguenze che la sua scelta avrà sulle persone che lo circondano, a partire dalla moglie Miriam e dalla figlia Yasemin, le cui vite saranno stravolte per sempre.

Alla loro vicenda si affianca quella di Giuditta, ragazza italiana che solo nel momento della promulgazione delle leggi razziali del 1938 prende coscienza del fatto di essere "diversa" in quanto ebrea, mentre nella generazione successiva toccherà alla brillante ed emancipata Esther fare i conti con la propria identità.

 

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Ti rubo la vita è un romanzo storico di ampio respiro, che conduce il lettore da una sponda all'altra del Mediterraneo, da una religione e una cultura a un'altra, per farci riflettere su molti temi sorprendentemente attuali. Ne abbiamo parlato a Milano con Cinzia Leone, giornalista, disegnatrice, autrice di romanzi e graphic novel.

Un musulmano che si finge ebreo. “Ti rubo la vita”

Il suo libro mi ha fatto ricordare fin dalle prime pagine Mille splendidi soli di Khaled Hosseini. C'è l'idea di un fil rouge tra vite rubate e storie di donne che non si piegano facilmente al farsele rubare, e poi l'attraversare diversi tempi e luoghi. Quali sono state le scintille alla base dell'ispirazione di un romanzo così ricco e complesso?

La vera scintilla è l'idea di ciò che accade all'inizio della terza parte, quando entra in scena Esther, per cui si può dire che ho iniziato dalla fine. Il mio tema di fondo è sempre il mistero della vita e degli antenati: il fatto che aprendo l'album di famiglia non sappiamo cosa potremmo scoprire.

Ho scritto questo romanzo vicino a pile di libri da consultare, perché è un romanzo storico, anche se è una storia raccontata dal basso: non ho messo la Shoah di proposito per non sovraccaricarla, anche se rimane per forza sullo sfondo. La generazione che si muove alla fine del Novecento, quella di Esther, è infine quella che ha rimescolato tutto, distruggendo molto del passato – regole, legami sociali – a prezzi anche molto alti. Si è buttata negli ideali, ha infranto barriere, ma in definitiva ha sofferto per la mancanza delle stesse regole che ha infranto. E poi mi affascinava il tema dell'ibridazione, il fatto che nessuno di noi conosca davvero le proprie origini, in un momento storico in cui tutti pensano di sapere cosa sono, mentre tutti credono di essere "italiani veri".

Ho voluto sottolineare il fatto che nessuno è perfetto, che tutti possiamo scoprire di essere qualcosa d'altro, di più, di meno o diverso rispetto a cosa pensiamo.

Questo è il vero centro del libro. Esther, per esempio, è in bilico tra le due religioni differenti dei genitori, ma anche tra il nuovo mondo e quello vecchio, che l'ha lasciata senza certezze. Dobbiamo cercare le nostre radici sapendo che potrebbero anche essere diverse da come le immaginiamo.

 

Da dove è nata l'idea del cambio di identità di Ibrahim? Si è basata su qualche storia vera, dato che ci sono stati tanti casi del genere soprattutto durante la seconda guerra mondiale, e come mai ha deciso di inserire questo tema così forte nel romanzo?

Amo i cambiamenti e penso che a tutti nella vita possa capitare di desiderare essere al posto di un altro. In fondo siamo tutti ladri: la storia dell'umanità nasce dal furto di una mela e noi siamo tutti figli di quel furto. L'amore stesso è un furto: non vuoi appropriarti della vita dell'altro quando t'innamori? Per questo ho scelto un titolo così forte. La vita è un furto, la proprietà è un furto, la letteratura è un colossale furto: tu scrittore conservi dentro di te le vite di tutti e le consumi scrivendo.

Ho scelto il personaggio di Ibrahim perché è un uomo moderno, che si mette in gioco e accetta di cambiare, perché la modernità è cambiamento, in contrasto con la moglie che invece è antica, radicata. Sono una coppia perfetta e imperfetta allo stesso tempo. E poi mi piaceva l'idea di far scoprire gli ebrei da un musulmano: la curiosità per gli altri ti viene solo se hai un bisogno. Oggi questa curiosità sparisce, non siamo interessati alle vite degli altri, mentre io resto una persona curiosa e custodisco le storie dei miei amici. Se mi raccontano storie preziose chiedo il permesso di usarle quando scrivo.

Questo libro contiene molti temi: il viaggio, le religioni, il guardare gli altri. In quel periodo storico sono successe cose orribili e la Shoah, anche se non ne parlo direttamente, influenza tutta la storia.

Un musulmano che si finge ebreo. “Ti rubo la vita”

Come mai ha scelto di parlare a lungo del periodo tra gli anni Trenta e Quaranta e di passare poi direttamente agli anni Novanta?

Volevo tre protagoniste: Miriam, la donna musulmana, serve a equilibrare le fibrillazioni di Ibrahim, che è una molla creativa forte. Giuditta è un'ebrea ma italiana. In Italia gli ebrei erano molto integrati nella società, anche attraverso tanti matrimoni misti, e lei si rende conto di essere ebrea solo quando le leggi razziali rompono un patto di pacifica convivenza.

Questo libro si sarebbe potuto chiamare anche "Il contratto", che è un altro dei temi di fondo. La vicenda di Ibrahim e Miriam parte da un contratto commerciale, quella di Giuditta si sviluppa dopo la rottura del patto sociale, che la rende diversa. Esther mi serviva per raccontare come tutto questo in apparenza è migliorato, ma ha creato anche un vuoto di regole, un vuoto di amore e di promesse, che lei cerca di ritrovare aderendo a un altro tipo di contratto.

Miriam distrugge le regole, Giuditta le infrange per difendersi e per amore, Esther le cerca.

 

Il libro mi ha fatto riflettere sull'identità, anche come tentativo contemporaneo di sfuggire alle regole della programmazione, che ci lega a concetti come la nascita in un luogo più che in un altro, all'identità religiosa o a quella sessuale. Non siamo forse più prigionieri oggi che negli anni Trenta?

Sì, senz'altro. Oggi siamo tutti registrati, schedati, mentre in passato, negli anni Trenta come durante la guerra, era molto più semplice sparire o cambiare identità.

Ho tagliato un pezzo da questo romanzo perché raccontavo una storia che ho scoperto essere troppo simile a quella dell'ultimo romanzo di Isaac B. Singer ripubblicato da Adelphi, Nemici, il cui protagonista, che si è rifatto una vita in America dopo la guerra, scopre dopo diversi anni che la prima moglie, creduta morta nel conflitto, è in realtà sopravvissuta. Avevo affrontato in quelle pagine il problema di come avvenivano i ricongiungimenti dopo la guerra, in un momento in cui capitava di ritrovare marito o moglie risposati con qualcun altro. Una vicenda come quella che racconto oggi non potrebbe assolutamente succedere, perché siamo registrati ovunque.

Io sono contro tutte le etichette, anche quelle di tipo sessuale. Per me i confini non sono mai così ben definiti, c'è molto di più nel cangiante, nell'indefinito. Noi siamo sempre in trasformazione.

 

Nel romanzo affronta con padronanza i molti aspetti delle diverse culture e religioni. Questo faceva già parte del suo bagaglio culturale o si è documentata di più per scrivere questo libro?

Sono stata vicina a molte religioni. Nel romanzo si parla di ebrei, musulmani, copti, degli ebrei riformati americani, c'è persino un personaggio che aderisce a una setta religiosa. Mi sono attrezzata con tutti i calendari degli anni di cui si parla, ho costruito gli alberi genealogici dei personaggi, male religioni mi hanno sempre affascinato, perché sono figlia di genitori con religioni diverse e trovo bello guardare l'altro. Una mia grande amica, per esempio, è ortodossa. Le diversità per me sono un valore assoluto,  anche mantenendo salde le proprie radici.

 

Cos'ha provato quando ha scritto la parola fine?

Un libro non è mai finito, ho fatto dei disegni dei personaggi perché ho bisogno di farli vivere sotto un altro aspetto.

 

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Quanto l'ha cambiata questo libro e come si sente adesso?

Decisamente felice. Da giornalista sono stata condannata per anni a scrivere pezzi brevi, rispettando un limite rigido di battute, e anche nelle graphic novel i testi sono brevissimi, per cui la possibilità di scrivere un romanzo così lungo è stata meravigliosa, anche se ho anche tagliato molto. Nelle graphic poi non facevo mai morire nessuno, mentre qui mi sono potuta permettere di separarmi dai personaggi e farne anche morire qualcuno.

Mi piace sapere che adesso tante persone leggano le storie che per tre anni ho conosciuto solo io, perché io non faccio mai leggere a nessuno quello che sto scrivendo.


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Per la prima foto, copyright: Zoltan Tasi su Unsplash.

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