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Un libro di poesie fuori dal tempo e dalle abitudini di oggi. “Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

Un libro di poesie fuori dal tempo e dalle abitudini di oggi. “Cenere, o terra” di Fabio PusterlaEdito a settembre di quest’anno l’ultima raccolta poetica di Fabio Pusterla dal titolo quasi apocalittico Cenere, o terra (marcos y marcos) non è per nulla una poesia semplice. Inutile negarlo. Si tratta di un poetare complesso, ermetico e verrebbe quasi da dire anacronistico. Non è che sia propriamente una poesia fuori dal tempo e ambientata in un’epoca storica diversa o in un luogo fantasy. Piuttosto si tratta di un modo di poetare novecentesco e quindi di un secolo fa.

Da Montale in poi la poesia italiana e mondiale è cambiata, perché l’IO umano-poetico è entrato in diretto contatto con la storia, specialmente quella attuale. Anche Fabio Pusterla nella sua ricerca poetica sembra aver attraversato lo stesso poeta ligure. Più che guardare alla metafora analogica e correlativa, il nostro autore ricerca nei suoi versi la stessa peculiarità del soggetto in rapporto al mondo che vive. C’è sempre un IO sotteso e consapevole, in perenne contatto con gli elementi che siano questi artificiali o naturali. Anche l’autore di questo libro si sofferma più volte sul singolo oggetto, su un tale dirupo o uccello o valico che rappresentano il momento joyciano di epifania e paralisi: l’attimo in cui nasce la poesia. Lo scarto dalla realtà.

Ma non bastano Montale e Joyce, nei versi di Pusterla ritroviamo l’ironia sarcastica di Gozzano e la figura di quella libellula, come insetto simbolo del rinnovo del ciclo naturale. Sì, anche nei versi del poeta svizzero la natura è protagonista in primo piano, non come paesaggio trasfigurato e allegorico, ma come regina indiscussa di bellezza ed eternità del tempo.

 

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Non sarà un caso che la suddivisione di Cenere, o terra in quattro parti ricalchi la quadripartizione degli elementi cardine della filosofia greca: acqua, aria, terra e fuoco. Proprio ciascuno di questi, più volte iterati e riproposti nei versi, simboleggia la potenza vivifica, la pulsazione terrestre e la compagna fidata di un percorso tortuoso, quello dell’uomo. L’uomo è nullità, fatto di contrasti e debolezze: è un essere fugace e transitorio.

Ma, proprio perché è lieve e accidentale la sua vita, tanto più vale viverla, anche nel singolo particolare. Ed è qui, nell’analisi, nell’uso della lente a contatto montaliana che Fabio Pusterla realizza il suo capolavoro: non una poetica del correlativo-oggettivo, ma un’analisi precipua e microscopica. Del tratto umano e delle sue sfumature al poeta non sfugge niente. Coglie ogni immagine dettagliata e particolareggiata: una donna impellicciata; una ragazza in posa da cubista, un’altra si sgranchiva le gambe. Poche volte appare la figura umana e quando fa la sua comparsa è per evidenziare un tratto quotidiano e grottesco di noi stessi: la ragazza in posa da cubista, la si trova sulla pietra del memoriale del genocidio nazista. Una frivolezza di oggi che non può che sembrare quasi una mancanza di rispetto verso le vittime innocenti del passato.

Un libro di poesie fuori dal tempo e dalle abitudini di oggi. “Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

L’uomo, eccetto forse il poeta stesso, è nella poesia di Pusterla quasi una marionetta. E questo perché è la natura il contraltare, la cura di questa deriva comportamentale. Fuoco, acqua, terra e aria sono luce, fonte e magnificenza da ammirare. Nel silenzio della natura il poeta trova la forza di creare immagini e versi di riflessione. Siamo quasi agli antipodi dell’epoca moderna. Si fa un salto indietro di più di sei secoli. L’idea neoclassica o classica addirittura della natura come perfezione imitativa. È, forse, polemicamente la risposta a quei selfie (una volta appare il vocabolo nella raccolta) che non fanno altro che riprendere il lato abominevole e negativo dei nostri tempi cupi.

D’altronde nel finale lo scenario mite, pacato e tranquillo del corso naturale muta in prati neri, inquietudine gracchiante, terra oleosa, anfore sprofondate ecc. Appaiono immagini della Siria di oggi e di un mondo contemporaneo che fa tremare tutti.

Ed è in questi casi che il paesaggio si fa montaliano. Sembra di rivedere qualche cenno di Ossi di seppia nell’accostamento Sterco. Futuro ossame o quello tempestoso e apocalittico di Arsenio in versi come questi:

«Cenere, o terra: mite

Alto fusto di platano

Si staglia sul cemento che rinserra.

L’hai seguito come guardanti allo specchio:

fuga di verdi, un’ombra di cinigia,

poi giallo cupo, nudo ramo e secco.

Ora piccoli bozzoli puntiti

Splendono quasi neri sopra il grigio,

Stelle di cenere, o terra. Giorni muti»

 

Ma il linguaggio con cui il poeta ci comunica questo messaggio di negativa visione dell’uomo di oggi non è per nulla semplice. Si tratta di una scelta di registro linguistico medio-alta. Il tono colloquiale non c’è quasi mai, se non forse nell’aspetto prosastico del dettato poetico. Magari nel momento in cui Pusterla riporta il dialogo quotidiano, si colgono espressioni conosciute a tutti. Ma nel suo riflettere, nel suo creare l’immagine che determina la poesia, nel suo descrivere e annotare la flora e la fauna dei paesaggi la scelta è per un lessico ricercato, poetico e composito. Molte parole richiedono l’ausilio di un buon dizionario, mentre altre sono di uso abitudinario e comune.

Anche la struttura poetica sia quella strofica che dei versi non è così intuitiva. Spesso il poeta non procede per schemi di rima (incatenata, baciata, alternata), ma per giustapposizioni, sovrapposizioni di immagini e metafore/metonimie che non rendono sempre semplice e immediata la comprensione. Talvolta pure lo scarto dell’intonazione della punteggiatura acuisce per il lettore la sensazione di non saper interpretare il testo stesso.

Un libro di poesie fuori dal tempo e dalle abitudini di oggi. “Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

Certo che, bisogna dargliene atto, la poesia di Fabio Pusterla in Cenere, o terra è affascinante e incantevole. A renderla tale è una patina di filosofia ontologica-esistenzialista che porta il poeta a interrogarsi sull’uomo, sul suo percorso e sulle motivazioni che portano ad amare o odiare la vita. È un IO lirico, ancora una volta montaliano, condito, però, di un panteismo dannunziano. Quel Tu a cui spesso si rivolge ha tutti i crismi di una crisalide o Clizia femminile. Ma in realtà, questo non è un romanzo d’amore e quella seconda persona a cui il poeta si rivolge può essere suo figlio (come nel finale con l’appello a Lucio) o potrebbe rappresentare una donna amata o un amico o chiunque altro. Magari il lettore stesso. È un’aura di mistero che pervade la lirica e a cui le dediche o apostrofi presenti nel libro non danno completa risposta.

 

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Una cosa resta evidente, piena e certa nella poesia di Cenere, o terra di Pusterla: un messaggio leopardiano. Quanto più dipinge l’atmosfera attuale con toni apocalittici e nebulosi tanto più sembra darci una speranza di gioia di vita. Non è solo la natura con le sue meravigliose, molteplici e incantevoli immagini a dircelo, ma è il titolo stesso dell’opera. La cenere è quello che diventeremo e la terra è il suolo su cui essa ci accoglierà.

C’è sempre un ciclo etico di vita e morte e che rappresenta in ogni epoca la vita stessa: «Così lo sguardo fermo vede e non vede, vita che comincia nell’unità del tutto e li si trova e si perde e gorgheggia, cieca e fraterna a tutte le altre vite».


Per la prima foto, copyright: Charl van Rooy.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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