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Un’intervista a Marco Franzoso – Il suo nuovo romanzo esce oggi in libreria

Un’intervista a Marco Franzoso – Il suo nuovo romanzo esce oggi in libreriaEsce oggi in libreria il nuovo romanzo di Marco Franzoso Mi piace camminare sui tetti, pubblicato da Rizzoli. A quattro anni da Il bambino indaco (da cui è stato tratto il film Hungry Hearts per la regia di Saverio Costanzo e con Alba Rohrwacher e Adam Driver) e a due anni da Gli invincibili, editi entrambi da Einaudi rispettivamente nel 2012 e nel 2014, Franzoso ritorna con una storia che pone al centro la famiglia e l’Italia, colti in un momento di smarrimento, distanza e crisi. Ma il suo è altresì il racconto di un ritrovarsi, di una riappacificazione che sembra giungere anche se ormai potrebbe essere troppo tardi.

Ne abbiamo parlato direttamente con Marco Franzoso che ha deciso di anticiparci qualcosa della storia al centro di Mi piace camminare sui tetti e del processo creativo che ha portato alla sua nascita.

 

Se si scegliessero tre parole per associarle a Mi piace camminare sui tetti, quali sarebbero?

Tre parole? Troppe. Forse in questo caso ne basta una: riconciliazione.

 

In un’intervista di due anni fa, parlando del suo precedente romanzo Gli invincibili, lei dichiarava: «Io cercavo un padre che avesse voglia di mettersi in gioco. Che non si lamentasse, ma vivesse il rapporto col figlio come un rapporto difficile, ma bello». Anche se il rapporto coi figli è altrettanto complicato nel suo nuovo romanzo, c’è un padre diverso, in che cosa?

Qui c’è più storia, più passato, i sentimenti delle persone sono più sedimentati e ricchi. C’è stato un padre che poi se ne è andato e decine di anni dopo questo padre ritorna. Qui la dimensione del tempo è decisiva, una serie di stratificazioni che sono allo stesso tempo memoria e presente. Non possiamo prescindere dal fatto che un abbandono sia il sottotesto di ciò che avviene al presente. Qui forse, rispetto ai miei romanzi precedenti, ogni pagina è un interrogarsi su che cosa sia la paternità dal punto di vista simbolico. Ecco, la domanda è: c’è posto per questa paternità in un mondo come il nostro? Che senso ha la figura del padre oggi? Qual è il suo ruolo?

Su questo ho costruito la mia storia, cercando anche di rovesciare la prospettiva e raccontare cosa significa dal punto di vista del padre questo spaesamento.

 

Ci racconta come è giunto alla versione finale del romanzo? Qual è stato il viaggio di scrittura?

Io di solito sono molto lento nel decidere che storia scrivere. Prendo appunti, scrivo bozze di racconti, ho un quaderno dove in poche righe annoto la sintesi di una storia che potrei raccontare. Ci impiego anni per definirla, per scrivere quelle poche righe, ma poi il processo di scrittura vero e proprio è molto veloce. È come se quando inizio sapessi già tutto, come se il lavoro vero lo avessi fatto prima di iniziare e poi non si trattasse che di mettere una parola dietro l’altra sulla pagina. Così ho sempre lavorato, ma con questo romanzo è stato diverso. Questa volta sono partito da un’idea, l’idea del ritorno, ben sapendo che quando uno ritorna dopo tanti anni si trova di fronte personaggi molto diversi da quelli che aveva lasciato anni prima.

Non avevo scritto quasi niente, nessun appunto, conoscevo i personaggi ma non del tutto la storia, e ho voluto che fossero loro ad accompagnarmi nel processo della scrittura. Mi piaceva l’idea di fare la strada insieme a loro, di scoprire con loro cosa succedeva. Avere bene chiara la situazione iniziale e poi di raccontare quello che trovavo man mano che gli eventi mi si facevano davanti. Nemmeno io sapevo come sarebbe finita, ero allo stesso livello dei personaggi. Volevo che i miei personaggi mi accompagnassero nella scrittura, come avrebbero accompagnato il lettore nella lettura.

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Un’intervista a Marco Franzoso – Il suo nuovo romanzo esce oggi in libreriaSe dovesse riflettere sugli ultimi anni della sua attività come scrittore, da quali giganti della letteratura è stato influenzato e per quali ragioni?

Ogni volta che scrivo ho sempre in testa dei riferimenti. Tutte le mie storie nascono da una suggestione reale (un articolo di cronaca, il racconto di un amico, l’esperienza mia diretta) e allo stesso tempo da libri che ho amato. Mi piace pensare che le storie siano degli organismi appoggiati su altre storie. Io qui ho pensato, più che a dei giganti, a libri che ho amato leggere mentre scrivevo, a quelli che mi facevano compagnia la sera, dopo una giornata di scrittura. E se guardo quelli che ho riletto mentre scrivevo, li trovo per la verità molto discontinui. Ma è anche questo il bello della narrativa, sa tenere insieme storie che apparentemente sembrano molto lontane. Beh, per venire a noi… Ho amato In fondo alla palude di Joe R. Lansdale, Stand by me di Stephen King, ma anche La luna e i falò di Cesare Pavese, Addio alle armi di Ernest Hemingway, La morte del padre di Karl Ove Knausgård, e Balzac. Tutto Balzac. Sempre.

 

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Buono, credo.

 

Lei vive in provincia di Venezia, sente di essere lontano da centri editoriali importanti come Roma e Milano, oppure, dalla provincia, pensa di avere un vantaggioso punto di vista?

Amo la letteratura scentrata. La narrativa ha facilità a vedere meglio le cose se mantiene una distanza di sicurezza. Sa essere più obiettiva e più ficcante. Vedere le cose è più utile che viverle, per chi scrive, spesso. Tra i libri più densi di questi anni ci sono sicuramente quelli di Knausgård, un norvegese. Appunto, uno che vede il mondo da lassù, e che proprio da quella posizione riesce a parlare di noi quaggiù.

 

Come un fiume carsico, di recente si è parlato di morte del romanzo, qual è la sua idea a riguardo?

Morte del romanzo? Secondo me il romanzo è più vivo che mai. Anzi, ogni volta che parlano di una sua morte io vedo in giro fiorire dei capolavori. Kent Haruf, per esempio. Scrittori sconosciuti che sanno proprio in quest’epoca trovare lo spazio per la parola. Grandi.

 

I dati di vendita dei libri non sono confortanti negli ultimi anni, nonostante alcune voci parlino di fase temporanea prima della ripresa. Dobbiamo essere fiduciosi, o forse siamo nel pieno di una rivoluzione che ancora non abbiamo compreso nelle sue conseguenze?

Non lo so, guardi. Credo che nessuno lo sappia. Io in quanto scrittore non mi pongo più di tanto queste domande. Faccio il mio lavoro, scrivo. Credo che forse se crisi c’è, è crisi di storie, e molti scrittori dovrebbero cercare di seguire meno le classifiche e più il loro istinto e la loro voglia di raccontare. Dovrebbero leggere più Tolstoj che blog, non crede? Forse le cose andrebbero meglio anche come vendite.

 

Immagini di trascorrere una serata in un pub con una birra a parlare con tre scrittori italiani contemporanei che lei ammira, quali sarebbero e perché?

Tre? Perché solo tre? No, guardi, forse, dopo tanti anni di pub inglesi, da qualche tempo io sto riscoprendo il gusto del vino rosso che si fa dalle mie parti. È profondo, ha una storia che mi riguarda e mi piace berlo con qualche amico che, anche se non è scrittore, ha delle belle storie da raccontarmi.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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