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Un incontro con Paolo Cognetti: il romanzo come sviluppo del racconto breve?

Un incontro con Paolo Cognetti: il romanzo come sviluppo del racconto breve?Articolo di Nicolò Rubbi, dottorando di ricerca presso Università degli Studi di Trento

 

Negli ultimi anni la mia coscienza di lettore si è andata orientando verso un’innegabile petulanza. Al crescere della mia attenzione ai testi e alle loro componenti interne, è coincisa – secondo una parabola di proporzionalità diretta – un’esigenza di chiarezza che mi ha portato, e non poche volte, a contattare gli autori sui cui testi avevo meditato, per chiedere delucidazioni, chiarimenti, esprimere il mio favore o dare velatamente a intendere il mio dissenso. Manco fosse interessato a qualcuno. Eppure, tant’è.

Acquistai Le otto montagne pochi giorni dopo la sua apparizione sulle scansie di una nota libreria bolognese. Lo acquistai prima che la casa editrice (Einaudi, ndr), visti gli sviluppi successivi dei riconoscimenti comminati al testo, cingesse la copertina con quell’orrenda bandella gialla, quella cintura di castità cartacea che muove masse di lettori pecoroni a interessarsi a un’opera solo perché più titolata della altre. Lo trovai sensazionale, ne salutai l’avvento con quell’esultanza che riservo ai libri rari, quelli che amo rileggere e su cui spendo tempo a riflettere. Li apro, riapro, disseziono, e poi li rumino con un piacere senza eguali.

Inutile dire come questo entusiasmo mi abbia portato, e in breve tempo, a setacciare il web in cerca del contatto dell’autore. All’epoca, ossia in tempi non sospetti in termini di vittorie di premi prestigiosi, Paolo Cognetti teneva un blog letterario. Sulla pagina iniziale, in alto a destra, trovai l’indirizzo e-mail. Scrissi del mio debito gioioso di lettore petulante. Mi definii il suo peggior lettore: per un’opera letteraria sulla montagna, incontrare un tecnico-della-letteratura appassionato di alpinismo doveva costituire – credevo – una sorta di potente banco di prova. Se l’impianto si fosse rivelato debole, pensavo, sarebbe crollato o sotto il peso della mia conoscenza in termini di letteratura, o sotto la mia esperienza maturata su sentieri, mulattiere, pareti. Ma non era stato così. Le otto montagne aveva retto al mio occhio critico, e questo mi bastava per prendere coraggio e complimentarmi con l’autore. Feci un passo ulteriore: predissi, con un’operazione di scouting inconsapevole, che avrebbe vinto tutto. E così è stato.

Un incontro con Paolo Cognetti: il romanzo come sviluppo del racconto breve?

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“Ci vediamo alle 17 a Saint Jacques, in Val d’Ayas. Attrézzati contro il probabile maltempo”. Dopo mesi di inseguimenti telematici, riesco a strappargli un appuntamento montano. Mi aspettavo un sms lapidario da uno scrittore che viene da studi matematici, materia che – tra le altre cose – gli ha ispirato l’idea che «la prosa migliore sia quella che dica le cose nel modo più preciso e più breve». Ritarda di una ventina di minuti. Dalla Panda nera, preceduto dal Border Collie Lucky, smonta un ragazzo alto, ben piazzato, con una folta chioma di capelli rossi. La barba è del medesimo colore, lo fa sembrare di origine irlandese. Ci salutiamo, e dopo qualche minuto abbiamo già imboccato il sentiero che ci dovrebbe condurre al Rifugio G.B. Ferraro, quota 2066 mslm. Il suo modo intimistico di vivere la montagna e la sua naturale riservatezza nei confronti di un perfetto sconosciuto, congiuntamente alla mia discrezione d’intervistatore alle prime armi, danno vita a un silenzio assordante. Gli strappo qualche parola, mentre lo osservo zompettare come un camoscio su per il versante scosceso di Resy. Nel valutarlo come trekker mi sento di condividere quanto Goffredo Fofi, nella quarta di copertina di Una piccola cosa che sta per esplodere, arriva a dire di lui come scrittore: sa quello che vuole e quello che fa. Nel costruire la battuta, sbaglio il riferimento e non di poco.

 

«Sai sempre in che direzione andare, eh?! Lo dice anche Fofi!»

«Credo che Fofi abbia detto che so quello che voglio e quello che faccio, il che non implica necessariamente che io sappia dove andare. Ci sono momenti, in una storia, in cui non so più dove sto andando. Credo che i momenti di crisi siano anche quelli di esplorazione, in cui capita che la storia ti sorprenda per le sue nuove possibilità.»

 

Decido di starmene in silenzio per un po’, rinviando le domande alla fine della camminata.

Paolo ha appena vinto il Premio Strega 2017, il massimo riconoscimento letterario che questo Paese possa conferire a un autore di romanzi; e ne porta addosso l’onore e il peso. Le otto montagne, l’opera che gli è valsa la vittoria, narra – lungo un arco temporale di trent’anni, che ricorda la disposizione cronologica di Le Ortiche di Alice Munro – la storia di una amicizia vissuta all’ombra di un massiccio montuoso tra due ragazzini, un cittadino e un montanaro senza dubbio imparentati con Mario e Guido Laremi del Due di due di Andre De Carlo e con Alex e Martino del Brizzi di Jack Frusciante. Non una grande novità, diciamolo pure. Eppure il testo si sviluppa in modo da imporre la sua personalità gradatamente, arrivando a far dimenticare quei riferimenti impliciti e necessari quando si racconta una storia. «Quando scriviamo non facciamo che prendere il lavoro dei nostri predecessori e aggiungerci un pezzettino» – scriveva lo stesso Cognetti in A pesca nelle pozze più profonde, sequenza di pregiatissime meditazioni sull’arte di scrivere racconti. E poi si sbilancia ulteriormente, secondo questa confessione che sono riuscito a strappargli:

«Queste voci di libri letti e riletti ti girano in testa senza che nemmeno te ne accorgi, finché hai l’illusione di aver trovato la tua.»

Un incontro con Paolo Cognetti: il romanzo come sviluppo del racconto breve?

Ma quali sono i riferimenti di Paolo Cognetti? Quali le fonti del suo romanzo di successo? Inevitabilmente, queste due domande conducono a una terza, di carattere teorico, sul romanzo in generale: il romanziere, nell’atto di comporre forma e intuizione per dar corpo al suo edifico letterario, si confronta sempre e solo con altri romanzieri? Che è come chiedersi se un nuovo romanzo prenda il suo abbrivio da e finisca sempre per innestarsi nella tradizione strettamente romanzesca. La domanda può forse apparire banale, ma nel caso specifico dell’autore in questione, Cognetti Paolo, non lo è affatto.

 

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Ci sediamo sulle panche del rifugio e ordiniamo una birra chiara. Una a testa. Seguendo linearmente le domande che mi ero preparato anzitempo, approdo su un quesito strano, eppure fondamentale per chi, come il sottoscritto, coltiva velleità di scrittura. Mi incuriosisce l’anatomia interna di questo libro, che si presenta così solido e compatto, così fluido; eppure io voglio conoscere le sue cesure, le sue cicatrici, che altro non sono che gli stalli e le perplessità che hanno inchiodato l’autore alla sedia fino – forse – a fargli maledire la bella trovata di scrivere un romanzo. Mi aveva da poco confidato il suo amore viscerale per alcuni racconti di Carver, Richard Ford, Tobias Wolff, e scoprii poi che a questi nomi avrei dovuto aggiungere autonomamente quelli di John Cheever, Alice Munro, Flannery O’Connor, Grace Paley, Andre Dubus e Charles D’Ambrosio. Non ho potuto fare a meno di chiedere quanto dovesse – tanto l’uomo che scrive, intendo, quanto il libro che ha scritto – alla forma del racconto.

«Penso a Le otto montagne come a un racconto lungo. L’ho scritto, da un certo punto in poi, in modo molto fluido, e moltissimi lettori mi dicono di averlo letto in due o tre giorni. È una storia senza digressioni, in cui molte cose non vengono dette ma lasciate agli spazi bianchi, e queste per me sono caratteristiche del racconto.»

 

Lì per lì la frase non mi sconcerta. Ceniamo in rifugio, a noi si aggiunge l’amico che ha ispirato la figura di Bruno, il montanaro che abita i pascoli sopra al paese di Grana e che introduce il protagonista Pietro ai saperi di quei luoghi.

La notte mi rigiro nel letto. Penso e ripenso a quell’affermazione, quasi che per me, impegnato in prospettiva a far quadrare i conti su Paolo e la sua opera, si celasse in essa qualcosa di poco pulito, di problematico. Accendo la luce e tiro fuori dallo zaino la mia copia del testo pluripremiato. Sulla copertina, uno splendido acquerello. Esattamente sotto il titolo, la dicitura Romanzo. Al che sorse spontaneo rimasticare le considerazioni che avevo udito per bocca dell’artigiano artefice di questo meraviglioso manufatto: «Penso al Le otto montagne come a un racconto lungo», «Queste per me sono caratteristiche del racconto». Ebbene, la cosa cominciò a farsi via via più chiara nella mia mente. Ho in mano un romanzo, mi dissi, che rispetta i canoni – secondo il suo autore – del racconto breve e non breve. Questo, sotto il profilo teorico, fa problema. Si può passare senza colpo ferire da una forma all’altra? Forse sì, ma a quale prezzo? Se ciò non costituisse uno snodo nevralgico, continuavo, non avremmo avuto fior fior di letteratura su un genere e sull’altro. Affinché ora non passi l’idea che è bene stiracchiare un racconto tirandone i capi e rimpolpandone il corpo per farne un romanzo, ho pensato fosse opportuno capire cosa fosse il romanzo per Cognetti partendo dalla sua visione del racconto. Se Le otto montagne rispettasse i punti sapientemente enucleati da Paolo in A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti, allora, con un certo sgomento, saremmo costretti a constatare che, più che un romanzo, si tratta effettivamente di un racconto lungo, di quelli che Buzzati, Levi e Rigoni Stern hanno regalato per anni alla letteratura italiana contemporanea. Almeno per come la pensa il suo stesso demiurgo, e contrariamente all’etichetta apposta in copertina dall’editore.

Le meditazioni sul racconto, le Pozze profonde di cui sopra, risalgono al 2014. Nell’incipit, Cognetti imprime con sguardo retrospettivo il proprio motto sull’architrave del suo personalissimo tempio letterario:

A un certo punto del mio apprendistato mi misi in testa che, se volevo diventare un bravo scrittore di racconti, dovevo imparare a pescare. Non solo perché tutti i miei scrittori preferiti erano pescatori, né per la misteriosa attrazione della letteratura americana verso balene, pescispada, trote e salmoni, ma perché in quel periodo immaginavo la scrittura come una specie di monachesimo, e ogni monaco che si rispetti ha una pratica di meditazione, dunque la pesca sarebbe stata il mio yoga, la mia danza vorticosa, il tiro con l’arco, la mia preghiera. […] Che cosa si fa quando si va a pescare? Si sta da soli in riva all’acqua, che è la vita, cercando di catturare i pesci che ci nuotano dentro, che sono le storie.

 

Ora, seguendo Paolo nel cuore della metafora, non stiamo facendo altro che porci un problema ittico. Poiché, se è vero che seguendo l’esempio del Nick Adams di Hemingway, così appassionato del guizzo di trote e della dolce inerzia di certi pesci lacustri, il Nostro è arrivato a preferire questi a certi cetacei di enormi dimensioni, va da sé che l’esclusa pesca di altura sia roba da romanzieri. Ma qui dobbiamo muoverci per piccoli passi.

 

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Sulla scorta della scrittrice Grace Paley, che tanto ama, Cognetti è convinto che il racconto costituisca una sorta di punto di domanda, mentre il romanzo custodisce gelosamente la pretesa di una risposta, nonché l’ambizione di contenere «se non tutto il mondo, almeno un mondo». Se il racconto è una finestra aperta sulla vita, il romanzo è un infisso a doppi vetri sprangato. Ora capisco cosa mi sconvolse tanto: personalmente, uno studio previo sull’arte del racconto di Julio Cortázar mi aveva portato a ragionare secondo categorie differenti, che intendevano paragonare il primo (racconto) a un’istantanea, dunque a un’immagine con confini netti, ben conchiusi, mentre il secondo (romanzo) a – secondo la definizione di Umberto Eco che tanto piaceva all’argentino – un’opera aperta. A ben vedere, per Cognetti è esattamente l’opposto. Lo scrittore milanese riprende, sì, la metafora fotografica cortázariana, ma le fa dire di più: «guardandola [la fotografia] abbiamo la sensazione di superare quei confini». Ecco ribaltate completamente le categorie: il racconto coincide con un’apertura che il romanzo, nella sua massima presunzione di esaustività, non ha.

Ma di quale meccanismo partecipa Le otto montagne? Se avessimo una chiusura e tenessimo fede ai principi teorici del suo stesso autore, allora si dovrebbe trattare effettivamente di romanzo; se ci trovassimo dinanzi a un’apertura, bene, quello sarebbe nient’altro che un racconto lungo. Quel che rimane da capire, non essendo noi in possesso del côté teorico sul romanzo, è cosa sia romanzo secondo un procedimento negativo, vale a dire indagando cosa esso non sia in rapporto a cosa il racconto, invece, è. Lungo le meditazioni delle Pozze profonde, Cognetti isola alcuni punti, alcune colonne portanti che secondo lui un racconto dovrebbe rispettare per una buona riuscita narrativa. Non faremo altro che confrontare questi nodi teoretici con lo sviluppo del testo vincitore dello Strega, nel tentativo di dire una parola definitiva sul genere di questo piccolo capolavoro.

Un incontro con Paolo Cognetti: il romanzo come sviluppo del racconto breve?

Punto 1: «Il racconto non è solo una narrazione breve, è una narrazione incompleta. Comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere.» Faticheremmo probabilmente ad affermare che Le otto montagne cominci in questo modo. Eppure, a ben guardare, è il movimento a governarne l’apertura: il padre, il suo nomadismo montano, e la madre, la sua sedentarietà pedecollinare denotano due alterità, due abissi, due vite già svolte di cui mai sapremo tutto. Già, dunque, una soglia, una protensione in avanti. E che dire del finale, che non staremo qui a rivelare per ovvi motivi di godimenti futuri per le letture di chi ancora non si è speso in questa avventura? Molto potrebbe ancora accadere: gli sviluppi psicologici dei due personaggi, da sempre in crescita congiunta, si interrompono di colpo. Ciò ci permette di ricollegarci tangenzialmente a un altro punto sulla struttura interna del racconto, quel punto che Cognetti mutua dalla matematica e che distanzia il racconto dal romanzo appunto per la sua mancata esaustività: l’enigma: «Perché non è che ogni racconto scritto sia un problema risolto – un matematico sa bene cosa significhi rinunciare alla soluzione – ma è almeno uno studio del problema, tempo speso a riflettere e interrogarsi.».

Punto 2: «Se un racconto è un oggetto simile a una casa, verrebbe la tentazione di pensare allo scrittore come a un architetto. […] il bravo narratore comincerà dalle fondamenta (il conflitto), poi si tirerà su i muri (gli sviluppi drammatici), poi metterà un tetto all’edificio (la risoluzione); e una volta che l’avrà riparato dalle intemperie potrà dedicarsi con calma ad arredare gli interni». Tralasciando il fatto che la trama ruoti attorno alla costruzione di un maso proprio nell’akmé della risoluzione dei conflitti precedentemente posti, possiamo senza dubbio affermare che tutti questi punti vengo rispettati da Le otto montagne alla perfezione. Il conflitto col padre, i dieci anni di silenzio, tutti i non-detti del caso, la sofferenza, la redenzione costituiscono il palo di colmo di un edificio affatto solido, ben progettato; sarà anche perché, secondo un ulteriore confessione che sono riuscito a strappare a Paolo, «forse il segreto, la creatura nascosta, è il racconto che ho scritto prima di cominciare, in cui la storia era tutta in una decina di pagine.» Basterebbe questo a farci desistere dal proseguire. Tornando alla metafora ittica, potremmo reinterpretare le parole dell’autore in questo senso: la trota è stata catturata, tirata da testa e coda e messa all’ingrasso. Ma sempre di trota si tratta, di un luccio al massimo. Sappiamo, tuttavia, che da un salmerino, anche tirando con tutta la potenza che si ha, non caveremmo mai fuori un marlin. Può dunque saltar fuori un romanzo da un buon racconto? Oppure un racconto lungo rimane solo un racconto lungo? Potrà soltanto l’estensione far di un romanzo un romanzo? Non credo.

 

Interessante. Cognetti denuncia apertamente la vicinanza della sua storia al racconto più che al romanzo. Il pescatore Cognetti ci regala un pesce di discreto tonnellaggio, che scoda come un beluga, eppure abita zone poco profonde. Oppure, è semplicemente accaduto che quelle pozze lacustri, quei bacini in un cui l’ansa del fiume riposa, abbiano in realtà dato i natali a qualcosa che tranquillamente avrebbe potuto abitare il mare. Uno squalo da fiume, queste Otto montagne. Giro attorno a questa matassa come un’anziana signora che fatica a trovare il bandolo.

 

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Non mi pronuncio su cosa debba essere il romanzo, come si è visto fin qui. Non mi sbilancio nemmeno nel dare una definizione dei canoni che il racconto dovrebbe rispettare. Sto solo cercando di entrare nel merito della cosmovisione letteraria dell’autore, di ragionare con la sua testa e con le sue categorie. E allora quel romanzo non è un romanzo, poiché rispetta i punti che egli stesso ha delineato nelle sue meditazioni sul racconto. E se un autore rispetta la sua stessa nomenclatura di cui si è dotato nell’ambito letterario, significa forse che voleva andare esattamente nella direzione in cui quell’adeguamento, quella consapevolezza dei ferri del mestiere lo avrebbe condotto. Nel caso di Cognetti, questo è senz’altro il racconto. L’apertura è totale all’inizio come alla fine. L’autore ha steso una storia e l’ha fatta montare, come la pioggia di montagna fa crescere quel piccolo rivo su cui Pietro e Bruno solevano giocare. Il tempo si dipana lungo una retta invertita:

Per calmarmi cercai un’immagine nella mia testa. Pensai al torrente: alla pozza, alla cascatella, alle trote che muovevano la coda per restare immobili, alle foglie e ai rametti che correvano oltre. E poi alle trote che scattavano incontro alle loro prede. Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l’alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi nel fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e soprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco cosa avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.


Testo dell’intervento al Seminario internazionale sul romanzo 2017.

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