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Un incontro con Jonathan Coe alla Fondazione Feltrinelli

Jonathan CoeJonathan Coe, scrittore inglese autore di numerosi libri di successo, tutti pubblicati da Feltrinelli, è appena arrivato in Italia, Paese da lui molto amato, per un tour promozionale del suo nuovo romanzo Expo 58, ambientato a Bruxelles nell’anno dell’Esposizione Universale del 1958. Il protagonista, Thomas Foley, è un tranquillo impiegato del Central Office of Information di Londra, sposato e padre di una figlia neonata; per decisione dei superiori viene inviato per sei mesi a Bruxelles a sorvegliare il padiglione britannico. Catapultato dalla sua monotona vita londinese nell’atmosfera effervescente dell’Expo, prima grande occasione d’incontro internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale, Thomas vive un’avventura eccitante, a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, fino a ritrovarsi coinvolto negli intrighi delle spie che affollano Bruxelles: siamo in piena Guerra Fredda, in bilico tra l’entusiasmo per il progresso scientifico-tecnologico e il timore di nuovi conflitti.

Jonathan Coe ha incontrato un gruppo ristretto di giornalisti e blogger (tra cui, oltre a noi di Sul Romanzo, anche Contorni di noir, Libreriamo, Laura Pezzino, tazzina-di-caffè, Linkiesta, Wuz Libri, Critica Letteraria, Booksblog.it) nella sede della Fondazione Feltrinelli a Milano, rispondendo con molta simpatia e disponibilità alle nostre domande, che riporto, citando anche quelle poste da altri blogger, per rendere a pieno lo spirito dell’incontro.

Come lettrice, ho riscontrato delle analogie tra la visione del mondo e del futuro che ha Thomas, il protagonista, e quella di Claire, la ragazzina al centro di Lo specchio dei desideri (romanzo per adolescenti che Coe ha scritto per le figlie e pubblicato nel 2012, n.d.r), è così?
Trovo affascinante un lettore che riesce a sorprendere l’autore … In realtà, Thomas è un naif un po’ stupido, che impiega molto tempo a capire quello che gli accade, a differenza della ragazzina che apprende tutto molto più in fretta.

In un’intervista, lei ha dichiarato che la prima idea del romanzo le è venuta a Bruxelles vedendo l’Atomium, la grande struttura in acciaio costruita per l’Expo 58. È la prima volta che viene suggestionato da un elemento architettonico? E pensa che i monumenti possano influenzare in qualche modo le persone, la politica, la vita?
Nelle interviste ironizzo sempre, ma in questo caso è vero. Sono stato molto colpito dall’Atomium, un edificio che è nato per rappresentare una speranza per il futuro e ora è irrimediabilmente passato: di solito m’interesso di più agli aspetti sociali che alle strutture.
Expo 58 era animato da grandi ideali, ma oggi gli eventi sono molto diversi, e il prossimo Expo 2015 sarà senz’altro più cinico.

Scrivendo di avvenimenti passati, come si è documentato?
Ho letto libri e guide dell’epoca, analizzato mappe e incontrato persone. Molti libri sono in francese, lingua che capisco discretamente. A Bruxelles tutti parlano volentieri di quell’evento, non solo chi c’era, ma anche i figli e nipoti. E poi sono stato molto influenzato dal cinema di spionaggio, Hitchcock in particolare. Dal momento che Thomas si rende conto di vivere in un mondo falso, lo stile è volutamente giocoso e fantasioso.

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jonathan coe expo 58Un romanzo storico ha un particolare valore morale rispetto a uno di ambientazione contemporanea, o è solo un fatto stilistico?
Qualsiasi buon romanzo deve avere una funzione sociale e morale, e far riflettere il lettore. Da giovane, avevo una visione semplicistica del rapporto romanzo/società e mi spazientivo se gli altri scrittori non arrivavano subito al punto. Poi mi sono reso conto che si può arrivare allo scopo in un modo più sottile: Expo 58 affronta temi che possono influenzare il presente in un modo più leggero.

Sotto la leggerezza, però, si celano profonde verità. A pag. 211, uno dei personaggi dice «Inoltre, talvolta non conosciamo fino in fondo la nostra natura. Non sappiamo bene chi siamo, finché non sopravviene una nuova circostanza a rivelarcelo.» È questa la chiave del romanzo? E il fatto che Thomas abbia una madre belga, con un passato vicino a Bruxelles, è una scelta o un caso?
Come autore di dieci romanzi, li considero tutti legati tra loro, come capitoli di una stessa storia che si dipana nel tempo, una ricerca alla scoperta di se stessi. A mano a mano che invecchio, la ricerca si fa più complessa e va indietro nel tempo, con Expo 58 sono a prima della mia nascita (Coe è del 1961, n.d.r). La nostra identità è influenzata da tanti aspetti diversi, geneticamente e attraverso la famiglia. I contorni del libro, in realtà, sono molto sfocati, perché magari ci ritornerò partendo da qualche dettaglio, come la storia della madre di Thomas che è appena accennata.

Il libro è dedicato «a papà, che non è mai arrivato a finirlo». C’è qualche elemento familiare dietro alla storia di Expo 58?
Mio padre non è riuscito a finirlo perché è morto poco tempo fa, ed è un peccato perché questo era il primo che sembrava apprezzare, mentre non ha mai amato i miei libri precedenti. Era uno scienziato molto attivo nelle ricerche negli anni Quaranta e Cinquanta, ai tempi della macchina Z citata nel romanzo. Forse, ha rivissuto la sua gioventù e gli anni in cui ha conosciuto mia madre, e poi amava le spy stories.

Nel romanzo, per progettare il padiglione dell’Expo, ci s’interroga sull’identità britannica: «guardare indietro al passato, ma anche avanti al futuro». Come legge il mondo di oggi? Secondo lei, Expo 2015 dovrà essere rivolto al passato o al futuro?
L’identità per me è un concetto dinamico. L’Expo dovrebbe trasmettere il senso del presente: i governi dovrebbero presentare i loro paesi nel modo più onesto possibile, non troppo propagandistico, anche se si cerca sempre di vendersi bene. L’Expo 2015 sarà davvero in grado di esprimere l’identità italiana? (risatine dei presenti)

Verso la fine si accenna a dei personaggi che sono gli stessi de La pioggia prima che cada (Feltrinelli, 2007). Come mai li ha ripresi in questo romanzo, che è molto più politico e ironico del precedente?
Quasi nessuno ha colto questo legame, né lettori, né critici! La cosa, però, non mi preoccupa, perché i collegamenti non devono essere troppo evidenti. Come ho detto prima, i miei libri sono capitoli di una stessa storia e i tratti comuni dei personaggi mi aiuteranno a tirarne le fila. I toni dei romanzi sono diversi, ma essendo io autore di entrambi cerco di rappresentare un ampio quadro narrativo di luci e ombre: Expo 58 è la luce, La pioggia prima che cada l’ombra.

Che effetto fa scrivere di un mondo già così diverso dal nostro, dove i primi computer erano visti con sospetto e c’era più umanità nei rapporti?
Quando ho iniziato a scrivere non mi ponevo queste problematiche, ma il tutto è nato spontaneamente dopo l’emozione iniziale. I libri mi aiutano a chiarire le varie epoche: Expo58 mi ha permesso di tornare all’inizio della modernità, all’entusiasmo ma anche al timore per le nuove tecnologie. Molti miei romanzi sono stati influenzati dalle mie figlie e dal loro rapporto con la tecnologia, che è diverso dal mio: questo fatto mi crea entusiasmo e ansia insieme, le stesse che provano i miei personaggi, perché l’intera comunicazione umana è ormai modificata dalle tecnologie.

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