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Un incontro a distanza con David Sedaris

Un incontro a distanza con David SedarisGandhi diceva: «C’è molto di più nella vita che aumentarne la velocità». Un pensiero che non va di moda oggi, ma su cui dovremmo riflettere perché il rischio è di passare la nostra esistenza sulla corsia di sorpasso, senza renderci conto che non è previsto un secondo giro di pista.

E ve lo scrive una persona che non ha fatto altro che correre nella sua vita per agguantare un futuro che era di certo migliore del suo presente. Ma era proprio così?

I bilanci si sa, sono da evitare come un accertamento fiscale, in entrambi i casi avremo fatto qualcosa che non andava fatto, ma un buon viatico per reimpostare la nostra velocità di crociera può essere l’abitudine di scrivere un diario. E per scrivere intendo proprio “scrivere”, sulla carta, con un vetusto oggetto che si chiama penna. Ci metterete di più e sarete costretti a rileggere ciò che avete scritto per vedere se almeno voi stessi in futuro sarete capaci di decifrarlo e questo non potrà che farvi rallentare.

 

E poi chi lo sa, potreste anche trasformare i vostri diari in un best-seller. Così ha fatto David Sedaris, che ha appena dato alle stampe con Mondadori i suoi diari con il titolo Ragazzi, che giornata! Diari 1977-2002. Sono riuscito a fargli alcune domande a distanza sul suo ultimo libro e per godere delle risposte di uno dei più interessanti artisti dello show business anglosassone, capace di muoversi con la stessa disinvoltura sopra un palco, davanti al microfono di una radio, in uno studio televisivo o in un grande magazzino vestito da Elfo (per capire quest’ultima esperienza dovrete avere un po’ di pazienza).

 

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Ma torniamo ai diari di Sedaris. Partendo dal 1977, anno in cui un ventunenne David inizia a girare per gli Stati Uniti senza soldi, ma con tanta voglia di esplorare il mondo, la raccolta di pensieri e riflessioni di Sedaris ci porta fino al 2002, quando l’autore, ormai famoso, di Squirrel seeks chipmunk si trasferisce a Londra. Quanto è stata importante l’abitudine di tenere un diario per David Sedaris e perché ha deciso di condividerlo con i suoi lettori?

Un’abitudine fondamentale. I miei diari sono un punto di riferimento, spesso mi sono trovato a rileggerli e a scoprire quanto imprecisi fossero i miei ricordi. Riscopro sfumature che la mia mente ha deciso col tempo di cancellare e che invece mi fanno affiorare frammenti della mia vita passata, storie da raccontare. Rileggendo alcuni estratti degli anni ’90 mi sono ricordato di quando, appena arrivato a New York, ero in giro per la città cercando di orientarmi e una persona mi prese a pugni sul naso senza ragione. I diari mi costringono a ricordare che dissi: «Ehi, mi hai preso a pugni e il mio naso sanguina», ma soprattutto mi permettono di ricordare la risposta dell’uomo che mi aveva appena colpito: «Benvenuto a New York». Ecco, queste storie sono preziose per il mio lavoro e le avrei certamente dimenticate se non le avessi annotate sui miei diari. Ho deciso di pubblicarli perché spesso, quando concludevo i miei spettacoli a teatro, leggevo degli spezzoni del mio diario che piacevano molto al pubblico e così mi sono detto, perché no?

 

Lei ha dedicato molto tempo della sua vita a viaggiare. Ma cos’è cambiato da quando visitava luoghi come Bakersfield, California; Odell, Oregon; Kingman, Arizona e Temple, Texas a quando ha iniziato a visitare le capitali mondiali dell’arte e della cultura come Parigi, New York e Londra?

Quando ero giovane volevo viaggiare e scoprire il mondo, ma non avevo i soldi per andare in posti famosi come Londra o Vienna, così mi dissi che potevo comunque viaggiare in posti meno famosi, posti che poi ho scoperto altrettanto interessanti, forse ancor di più. Probabilmente perché in quei luoghi ho spesso dormito accucciato in un cantuccio sotto una veranda di un motel di infima categoria, luoghi perfetti per cercatori di storie. È lì che nascono quelle più interessanti. A volte mi dico che dovrei farlo ancora, ma poi capisco che non ho più l’età e il fisico, e poi sarebbe qualcosa di “falso”, artefatto, mi vedete oggi a prendere un bus per andare da una costa all’altra degli States, dormendo dove capita? No, per vivere in mezzo alle storie e raccontarle bisogna essere sinceri, prima di tutto con se stessi. 

Un incontro a distanza con David Sedaris

Andrew Anthony in un articolo sul «Guardian» ha detto che lei è in grado di individuare un folle in una folla indistinta, «come farebbe un cane poliziotto con un contrabbandiere di droga» e io sono totalmente d’accordo. Come ha sviluppato questa capacità e cosa la colpisce in una persona quando l’incontra per la prima volta?

In realtà sono le persone folli che mi trovano. Per qualche ragione più sono folli più vengono a me, come se fossi il loro punto di riferimento. Ma è vero che questo mi ha fatto sviluppare un’attitudine nei loro confronti: posso camminare in una stanza piena di persone e sentire subito qual è la più interessante, quella di cui mi piacerebbe sentire la storia, quella a cui manca qualche parte, fisica o intellettuale, perché è dalla mancanza che spesso partono le storie migliori. Forse perché sono anch’io un po’ folle e mi manca decisamente un po’ di cervello.

 

In questi diari ci sono molti collegamenti ai suoi precedenti lavori come show-man, pensa che questo possa essere un limite per chi non ha mai assistito a un suo spettacolo o non ha mai ascoltato una sua trasmissione radiofonica?

Certamente per chi ha già visto i miei show sarà interessante giocare a trovare retroscena e collegamenti agli estratti presenti nei miei diari, così come per chi ha letto altri miei libri, ma penso che anche chi si avvicina al mio modo di scrivere per la prima volta possa trovare degli spunti interessanti, scoprendo che i miei ricordi sono spesso degli sketch molto divertenti, magari saranno loro a portarmi nuovi lettori.

Un incontro a distanza con David Sedaris

Una delle parti che preferisco dei suoi diari e quando racconta della sua esperienza da Macy’s a New York, da cui lei ha lavorato come elfo di Babbo Natale, esperienza che le ha fornito molto materiale per i suoi libri e da cui ha tratto anche un’altra raccolta di diari: SantaLand Diaries. Quanto è stata importante per lei questa esperienza e che consigli darebbe a un aspirante elfo?

È stata la prima volta in cui ho lavorato con il pubblico ed è stata fondamentale. Penso che in ogni lavoro ci siano due settimane, le prime, in cui i tuoi sensi sono così reattivi e non condizionati dall’ambiente in cui ti trovi (per te ancora sconosciuto) da riuscire a percepire ogni sfumatura interessante delle storie che ti passano accanto. In quelle due settimane assorbi una quantità di informazioni ed emozioni che non acquisiresti in anni di lavoro. È il tuo imprinting emotivo. La cosa bella del lavoro da Macy’s come elfo è che durava poco più di due settimane, così ho potuto godermi solo la parte interessante dell’esperienza, prima che tutto diventasse ripetitivo o che mi apparisse tale, non riuscendo più ad attirare il mio interesse. È stata un’esperienza d’oro per me. Oggi siamo immersi in un mondo in cui le persone non si guardano più attorno. Tutto il tempo con la loro faccia appiccicata allo schermo dei telefoni, perdono tanto e non lo sanno. Io cerco di non avere un rapporto con il mio smartphone e questo mi rende una persona migliore delle altre. Scherzo… o forse no…

 

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Lei è stato definito un Alan Bennett americano, ma è anche stato paragonato a Garrison Keillor, il lato oscuro di Garrison Keillor. A chi dei due si sente più vicino e perché?

Amo entrambi, ma Alan Bennett per me è un Dio, non mi paragonerei mai a lui, ho visto molte delle sue performance e ho letto i suoi testi, posso solo baciare il suolo dove cammina e prendere ispirazione, ma è davvero importante per me che qualcuno abbia voluto paragonarmi a lui. Mi ricordo che un giorno un’amica mi raccontò che, all’università dove si era appena iscritta, un’insegnante aveva chiesto ai ragazzi chi avrebbero voluto diventare una volta usciti da lì e una ragazza disse: «David Sedaris». L’insegnante la fissò in silenzio e poi le rispose: «Beh, potresti puntare a qualcosa di meglio nella vita…» Non penso che io e quell’insegnante potremmo essere amici.

 

Perché un lettore dovrebbe leggere i suoi diari e vorrebbe dare un consiglio a chi si appresta a diventare un ‘diarista’ come lei?

Beh, dovrebbero comprare i miei diari perché ora sono finalmente ricco, ma mi piacerebbe esserlo ancora di più, mi raccomando. A una persona che vuole cominciare a tenere un diario consiglierei di scriverlo ogni giorno, ma di non leggerlo, non subito, meglio aspettare, anche anni in alcuni casi. All’inizio sicuramente non scriverà cose interessanti e se le leggesse potrebbe sentirsi perso, demoralizzarsi e smettere. Ma in tutte le cose ci vuole esercizio. È come suonare il piano, non si può pretendere di farlo bene la prima volta, insistere, questa è la chiave. Non tutti i giorni possono diventare un capolavoro, ma in tutti può esserci l’orma di una storia.

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